RASSEGNA STAMPA

2 DICEMBRE 2001
SEBASTIANO MAFFETTONE
Detrascendentalizzando Kant

Una via alternativa a Hegel e al filone postmoderno

Jürgen Habermas, «Veri­tà e giustificazione», traduzio­ne di Mario Carpitella Later­za, Roma-Bari 2001, pagg. 338, L. 38.000, E 19,63

In Verità e giustificazio­ne, da poco uscito nella pregevole edizione italiana di Laterza (originale tedesco del 1999), Jürgen Habermas raccoglie un insieme di saggi da lui stesso preparati tra il 1996 e il 1998. Pensati per occasioni diverse, questi scritti sono fortemente unifica­ti, oltre che da una lunga e assai articolata Introduzione, da un robusto filo rosso: la ripresa di temi prettamente te­oretici da parte dell'autore, te­mi che non venivano affronta­ti in questi termini dai tempi di Conoscenza e interesse del 1968 e della Postfazione al­l'edizione tascabile di quello stesso libro, presentata in ve­ste di risposta ai critici, nel 1973.  Nel quarto di secolo che separa questa ripresa di aspetti fondamentali della filosofia teoretica da quei tempi, Habermas aveva preferito con­centrare maggiormente i suoi sforzi su di una fondazione pragmatico-linguistica del­l'agire comunicativo e su problemi di filosofia della pratica. Qui, invece, egli riprende di petto le questioni ultime della

verità e della giustificazione sotto l'ombrello di un pragmatismo kantiano innovativo (anche rispetto a pro­poste precedenti dello stesso Habermas), basato su di un un complesso di realismo pragmatico conoscitivo e kantianesimo linguistico.

Per i cultori di Habermas, la novità teoretica più eviden­te è costituita dall'allontana­mento progressivo dell'autore tedesco dal proceduralismo fondazionale, che aveva carat­terizzato gli ultimi anni del suo pensiero.  Alla luce della consueta veste post-metafisi­ca, che rende impossibile

ogni possibile flirt con la filosofia della storia alla Hegel e ogni tentazione di essoterismo filosofico alla Heidegger, Habermas continua il percorso di detrascendentalizzazione della filosofia kantiana alla luce della «svolta linguistica».  Detrascendenta­lizzare vuol dire, ai suoi occhi, togliere le condizioni uni­versali e necessarie della co­noscenza dal limbo in cui le manteneva la «filosofia della coscienza» alla Kant.  Questo percorso non può essere, pe­rò, proposto direttamente sul­la scorta di Hegel, oppure poggiando su di una rilettura postmoderna del pragmatismo alla maniera di Richard Rorty.  Sul perché sia impossi­bile leggere Hegel senza l'ingombro dello spirito assoluto, come pure vorrebbero alcuni teorici nordamericani, primo tra tutti Robert Brandom, Ha­bermas offre alcune delle pagine più affascinanti del libro.  La ragione di fondo è che, per il francofortese Habermas, il miracolo hegeliano, cioè la ri­conciliazione periodica ma puntuale di logica e storia, non ha luogo se gli si sottrae, come pure vorrebbero molte letture nordamericane di He­gel (oltre a Brandom, anche MacDowell, Pipkin, Pinkard e in parte Taylor), la base di filosofia della storia.  La detrascendentalizzazione hegelia­na, in sostanza, non tiene, no­nostante le ottime promesse degli anni di Jena, se non alla luce della garanzia offerta dal­la spirito oggettivo.  Ma è qui che la nostra mentalità po­stmetafisica - suggerisce Ha­bermas - deve ribellarsi.

Il trascendentale kantiano imposta la teoria della cono­scenza sul rovesciamento tra primato degli oggetti e prima­to della nostra conoscenza de­gli oggetti, dove è il secondo a sostituire il primo.  Ma, cau­sa il mentalismo delle filoso­fie della coscienza, sempre per Habermas, la mossa trascendentale fallisce, come è reso evidente dall'ammissio­ne dolorosa da parte dello stesso Kant dell'esistenza di una «cosa in sé».  L'essersi reso conto di ciò, costituisce il legato irrinunciabile del­l'idealismo tedesco da Fichte a Hegel.  Ma, come abbiamo già visto, il frutto maturo di questo idealismo è condanna­to dall'esigenza metafisica di riconoscere l'oggettività dello spirito assoluto.  Dopo la svol­ta linguistica,- e dopo il secon­do Wittgenstein, Habermas ripropone una detrascendenta­lizzazione non hegeliana di Kant, alla luce di un dialogo tra soggetti che partecipano effettivamente a pratiche discorsive.  La novità di cui di­cevo, è che, dal punto di vista teoretico, questa fondazione postmetafisica non ha come conseguenza l'adesione a un proceduralismo assoluto, ma accetta anzi un «naturalismo debole».  Ciò, a sua volta, im­plica l'adesione, a una sorta di realismo ontologico alla ma­niera di Putnam, e il rafforzar­si della distinzione tra verità e giustificazione, nel senso che il naturalismo di base consen­te di non esaurire il senso della verità nelle struttura degli argomenti di giustificazione.  Lo scambio di ragioni tra sog­getti dialoganti costituisce an­cora un punto nodale all'inter­no della filosofia di Haber­mas, ma non impone un esau­toramento deflazionistico del­la nozione di verità.  Come esito del discorso sulla verità, Habermas si allontana mag­giormente da ogni visione postmoderna e il suo costruttivi­smo etico trova un aggancio prospettico all'idea di giustez­za normativa.

Habermas è, senza dubbio, un autore difficile.  Scrive in maniera densa e spesso tortuo­sa. Eppure ha un pregio che non gli si può negare.  Nessu­no come lui, anche quando articola il più greve filosofe­se, ha il dono di congiungere la filosofia come senso stori­co del nostro tempo con la filosofia come analisi di temi e e concetti fondamentali della conoscenza.  In termini di ricostruzione tecnica, si può ipo­tizzare che questa capacità di­penda dalla sua abilità a co­struirsi una nicchia a metà strada tra «analitici» e «conti­nentali», se la distinzione ha ancora un senso.  Ma quello che conta è il risultato globa­le. In un mondo sempre più dominato dal confronto tra esoterismi religiosi o nichili­sti da un lato e scientismo acritico dall'altro, Habermas ricerca, con costante fatica in­tellettuale, un ruolo per la ra­gione.  E per la filosofia.  Per ciò, coloro che amano la filo­sofia dovrebbero leggerlo.  E forse anche ringraziarlo.
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