![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 DICEMBRE 2001 |
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La Parola e il Potere: nel
campo delimitato da questi due concetti si muovono i contributi, quasi sempre
stimolanti e talvolta discutibili, che illustri saggisti e letterati - da
Abraham Yehoshua a Franco Cordelli, da Mario Luzi a Fernando Savater -
hanno scritto per il Dizionario della
libertà, un'opera a molte voci curata da Alba Donati e Paolo Fabrizio
Iacuzzi e promossa dal consiglio regionale toscano e dall'Accademia della
Crusca. La vera libertà, ci dicono
svariate voci del Dizionario, esige
che parole e idee siano gestite in maniera critica e che siano perciò
molteplici, contestate, pluraliste. Lo
scrittore svedese Lars Gustafsson, così, trova l'autentico messaggio
dell'enciclopedia di Diderot e D'Alembert nelle sue pieghe meno evidenti:
dove demolisce le superstizioni della sua epoca e tenta di inquadrare il mondo
entro coordinate razionali. E l'olandese Cees Nooteboom, in un piacevole
dialogo con la lettera «L», riscopre il doppio significato che nella sua lingua
aveva in origine il verbo lezen: leggere
e scegliere. La dimestichezza con la
parola scritta, la lettura, diventa così capacità di costruirsi un proprio
autonomo percorso intellettuale, diventa insomma libertà; mentre la guerra che stiamo vivendo oggi si dimostra in realtà una battaglia fra lettori: lettori integralisti d'un solo libro sacro contro lettori liberali di molti libri laici. Chi si chiedesse come ha fatto l'Occidente a passare dal libro unico ai molteplici libri, troverebbe un'ipotesi non banale nel saggio che per il Dizionario ha scritto Yehoshua. Anche nel mondo ebraico, com'è noto, il libro è uno. Infinite sono però le possibili interpretazioni di quel libro, fra le quali l'individuo è costretto a muoversi e a scegliere. Il sogno - o forse sarebbe meglio dire l'incubo - dell'unità si rifrange dunque immediatamente nella molteplicità. Il problema dell'interpretazione ci apre parecchie altre porte. Una di queste la schiude lo stesso Yehoshua ricordandoci come, accanto alla libertà di leggere la Bibbia, gli ebrei abbiano anche goduto della libertà data loro dalla diaspora. Qui la Parola ritrova il Potere: proprio perché erano disperse, isolate e minoritarie, le comunità ebraiche non avevano la forza di imporsi ai propri membri, e i singoli individui hanno così trovato lo spazio politico necessario a «interpretare liberamente». Per una seconda porta passa invece Mario Luzi, là dove sottolinea che raramente la libertà si presenta da sola, e più spesso invece si accoppia ad altri concetti: giustizia, eguaglianza, ordine, rivoluzione. Anche l'idea di libertà, insomma, ha bisogno di essere interpretata e le interpretazioni possibili sono innumerevoli. Molto spesso è possibile capire di quale libertà si sta parlando proprio guardando alle altre parole che la circondano. Chi mai potrebbe pensare ch'essa abbia lo stesso significato nelle espressioni «libertà e ordine» e «libertà ed eguaglianza»? Luzi ricorda pure che le rivoluzioni nate libertarie sono spesso divenute ferocemente liberticide e che la libertà dal potere è un delicato frutto della civiltà. Contorta e difficile sul piano concettuale, la vicenda della libertà dimostra così di esserlo ancor più su quello della vita umana concreta. Lo aveva capito a perfezione il più grande storico della libertà, Lord Acton che, quanto mai sensibile ai paradossi della storia, riusciva a trovare cause di progresso liberale negli episodi e nei personaggi più improbabili. In teoria può allora avere ragione un altro autore del Dizionario, Zygmunt Bauman, nel dire che nessuna guerra potrà mai giovare alla causa della libertà. Ma sul piano storico può ben darsi che una guerra rappresenti talvolta, per la libertà, il male minore.