![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 NOVEMBRE 2001 |
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La voce Necessità» del filosofo francese
per un nuovo Dizionario progettato dalla Crusca
L'autodeterminazione e la scelta sono a
portata di mano, ma a condizione di cercarle sul confine sfuggente del
possibile e del «niente»
L'antonimo della libertà è la
necessità: niente di più elementare.
Eppure questa antinomia merita di essere esaminata da vicino:
altrimenti, forse, continueremo ad assistere al disastroso trionfo della
necessità sulla libertà, che si presuppone debba resisterle.
La
necessità è la dipendenza da forze esterne, la libertà consiste nel dipendere
solo da se stessi: in questo caso, l'opposizione è evidente. Una tale distinzione è sufficiente finché si
considera la libertà dall'esterno, in quanto condizione o stato: l'uomo libero
rispetto allo schiavo o al prigioniero.
Ma tutto diventa più confuso se la si considera dall'interno, come
proprietà di un soggetto. Ci si accorge
subito che non è facile afferrare e fissare il «sé», ritenuto indipendente. Il
mondo del soggetto è infatti anche quello degli oggetti e delle concatenazioni
oggettuali. Le determinazioni
psico-socio-tecno-fisio-logiche si moltiplicano per ridurre il presunto libero
arbitrio a un'esigenza formale, a una questione di principio o a una pura soggettività introvabile. La libertà diventa un voto.
Non
c'è niente da fare con una libertà soggettiva di fronte a una necessità oggettiva. Ogni giorno ci vengono forniti migliaia di
esempi di questa aporia (dalla giustizia, dalla psicopatologia, dalla politica,
dall'economia,, dall'amore/odio, e molti altri). E' questa l'aporia che l'antinomia
kantiana sfiora, anche se non vi sprofonda, nella misura in cui secondo Kant se
ne può trovare una soluzione sul piano della distinzione tra soggetto libero e
mondo meccanico degli oggetti.
Ma
poiché è chiaro che Kant non può accontentarsi di una distinzione che rovina
la libertà fin nel suo principio, è certo che anche secondo lui non ci si può
limitare a questo. L'antinomia deve
essere superata ben altrimenti che ricorrendo allo spostamento da un piano a un
altro. Se considerata per le azioni
piuttosto che per la sua disposizione soggettiva, la libertà si definisce come
la facoltà di dare inizio a una serie di fenomeni. In questo senso non è scelta, ma «inizialità». Possiede quindi quella proprietà che rimanda
in modo eminente all'initium di tutti i fenomeni, cioè alla creazione del
mondo. Si tratta di una libertà
«cosmologica», secondo la definizione di Kant. Se le aggiungiamo l'elemento soggettivo del libero arbitrio (la
scelta), diventa «Morale». Nel caso di
un primo inizio, si deve certo poter pensare al principio che regola ogni
inizio (il che equivale a dire che ogni inizio è primo). Per quanto riguarda il primo inizio, è
possibile scegliere solo fra cominciare e non cominciare, e non fra vari
inizi (anche perché
da dove può finire la loro
diversità, se non è ancora stabilito niente?
Si tratta quindi di dare o non dare un mondo). Iniziare apre un mondo, non iniziare significa chiudere o
impedire in principio la possibilità di un mondo. La scelta è fra esistenza ed estinzione. Non comunque un'esistenza derivante da
un'essenza (e dunque da questa resa necessaria come dalla propria causa
ultima), e tantomeno un'estinzione che seguirebbe l'animazione di un
esistente, poiché in questo caso l'esistenza sarebbe già stata decisa e
iniziata.
Bisogna scegliere tra
un'esistenza chiusa nella sua essenza (o che racchiude la sua essenza: qui la
topologia è inversa) e un'estinzione che a sua volta sia la sua propria
essenza (o senza essenza). La scelta è
fra essere o non essere in quanto doppia possibilità racchiusa in ciò che non è
né essere, né non essere.
Simile
a questo né-né, è l'atto che non è
(ovvero l'essenza dell'«essere»), o meglio l'essere non in quanto esistente,
ma in quanto azione tramite cui qualcosa in generale può esistere o meno.
(Sotto un certo aspetto, è proprio questo atto né-essere-né-non essere che
avrebbe dato origine al nome di «Dio».) E l'azione o la transitività può
giustamente: agire impedire un'azione che possono es-istereo es- tinguere
l'essere in generale.
Nelle parole «es-istere» ed
«es-tinguere», il prefisso «es» (ex)» designa precisamente l'agire in quanto
tale: la spinta di ciascuna delle sue azioni, e se vogliamo la sua espressione.
Sembra banale, ma
un'esistenza può aver luogo o non aver luogo.
Esiste o si estingue. Ognuna
delle due possibilità respinge l'altra, la rifiuta ma si appoggia su di essa
per spingere dalla sua parte: per es-istere o per es-tinguersi, se così
possiamo dire, visto che nessun «sé» viene dato, ma un «sé» «si dà» soltanto
in questo atto, o in uno degli atti di cui l'uno è getto del soggetto, e
l'altro è il suo rigettò. O più strettamente: i due modi di gettare se stessi e
gettarsi. Per fare un esempio figurato,
posso gettarmi tra le braccia di qualcuno, ma posso anche gettarmi dall'alto di
una torre.
La necessità è dunque
identica alla libertà in quanto spinta, conatus dell'esistenza/dell'estinzione,
Il conatus non è un attributo dell'esistenza. E' l'esistenza stessa, la sua
essenza il suo sforzo, l'atto di sforzarsi nell'essere, l'esistere come uno
strapparsi al niente: all'es-tinzione, ma per farlo deve precisamente resistere
a quest'ultima e insistere nella sua spinta.
E beninteso, questa stessa forza può resistere alla sua stessa spinta e
insistere nell'estinzione di ciò che quindi non comincerà ad esistere.
L'esistenza
è necessitata a esistere attraverso una forza di inizialità che può in modo identico, indiscernibile e indefinibile, al punto iniziale, spingersi a
favore o contro l'esistenza: spingere l'es(ex) da una parte o dall'altra.
E'
necessario essere così come non essere - e c'è la libertà di essere così come
di non essere. A questo livello la
libertà è necessaria - la necessita si libera: queste due formule possono entrambe
rispondere alle due operazioni, quella dell'esistere e quella
dell'estinguere. Se esistere è inteso
come l'atto della libertà, bisogna comprendere che la libertà è una necessità
dell'essere, per aprire una possibilità, inaugurare una forma, creare un mondo.
Tale
necessità corrisponde al significato primario di ne-cedo: non cedere, non indietreggiare. Non indietreggiare nel momento o di fronte al momento nullo del
punto di equilibrio fra la spinta e la contro-spinta. Significa squilibrare questa nullità.
In
questo consiste la libertà stessa: non nello scegliere fra determinate serie di
cose e di concatenazioni, ma nel creare una serie (suigeneratrice o
suicidiaria). La libertà crea una
necessità, o meglio, si necessita.
Si
necessita come se stessa o come il suo contrario, come la sua stessa esistenza
o la sua stessa estinzione. Ha bisogno
dell'esistenza, cioé la crea, oppure spegne la possibilità stessa di esistere.
Il fatto che la libertà crei l'esistenza, non vuol dire che la produce. Vuol dire che la trae dal nulla. Il che significa che l'esistenza esiste per se stessa o che il suo es-istere ha luogo ex nihilo.