![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 NOVEMBRE 2001 |
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Robert Reich è un
docente di politica economica che ha alternato la cattedra universitaria agli
scranni del Congresso degli Stati uniti, fino a ricoprire l'incarico di
Ministro del lavoro durante la prima investitura di Bill Clinton alla Casa
Bianca. Liberal convinto, ha fatto molto parlare di sé non solo per il
suo appoggio ai gruppi americani che si battevano per il rispetto dei diritti
sindacali e umani dei lavoratori in patria, ma anche per quelli del Sud del
pianeta che vendevano la loro forza-lavoro a multinazionali made in Usa.
Dopo pochi mesi il suo insediamento al ministero del lavoro, mandò nelle
libreria un libro che fece scalpore al di là dell'Oceano. La supremazia
americana, sosteneva allora Reich nel volume L'economia delle nazioni
(pubblicato in Italia dal Sole 24ore), non è più data dal potere politico e
militare, ma dall'immensa capacità di produrre innovazione tecnologia.
E' inutile difendere, scriveva allora Reich, le imprese manufatturiere
statunitensi, tanto il lavoro sporco - cioè quello ripetitivo, standardizzato
della grande impresa fordista - lo fanno i lavoratori dei paesi in via di
sviluppo, pagati con salari molto più bassi dei loro omologhi americani: gli
Stati uniti devono semplicemente promuovere la produzione ad alta
concentrazione di conoscenza e sapere. Da lì a una descrizione del mercato del
lavoro statunitense il passo era stato breve. L'operaio maschio, occupato nell'industria
automobilistica o dell'acciaio era destinato ad un inesorabile declino, almeno
nei paesi sviluppati. A questa costante erosione numerica dell'operaio-massa -
ma anche dei colletti bianchi - si accompagnava la crescita numerica di altre
figure salariali, come ad esempio i lavoratori dei servizi alle persone e gli
analisti-simbolici. Compito del governo, concludeva l'allora ministro del
lavoro, era paragonabile a quella di un "giardiniere", avrebbe dovuto
cioè curare la formazione, investendo nella scuola pubblica e nell'università.
Analisi provocatorie e controverse (il sindacato non lo ha mai molto amato per
la sua polemica contro il "nazionalismo economico" dell'Afl-Cio), che
decretarono la sua popolarità. Soltanto che improvvisamente Robert Reich lascia
l'incarico e ritorna dietro una cattedra. I motivi delle sue dimissioni: troppo
lavoro e poco tempo libero da dedicare alla famiglia. Pochi gli credettoro,
alimentando il sospetto di un conflitto con Bill Clinton, che aveva
ridimensionato la proposta di un servizio sanitario nazionale che il ministro
del lavoro considerava, invece, essenziale per rilanciare una politica liberal
negli Usa dopo il lungo inverno reaganiano. Reich ha sempre smentito quelle
voci di corridoio, ripetendo che tutto era dovuto a una scelta personale:
"voglio stare di più con i miei figli", amava affermare a chi lo
intervistava. Una frase che compare anche nella prefazione del suo nuovo libro,
L'infelicità del successo, (Fazi, pp. 379, L. . 35.000), in cui Robert
Reich riprende il filo del suo precedente lavoro, cercando di dipanare la
matassa della nuova realtà sociale e economica in cui sono state smentite
alcune delle sue previsioni.
Il nazionalismo economico non è certo tramontato, ma proprio in questo inizio
di millennio ha un nuovo slancio e vola sulle ali degli antichi B52 diretti nei
cieli dell'Afghanistan. Che le imprese siano diventate globali è certo ma è
indubbio che diano vita a una rete produttiva che ha i suoi nodi in giro per il
mondo e il cui controllo è però nelle mani della casa madre: poco importa se
statunitense, tedesca, inglese. Più semplicemente, l'economia delle nazioni
esiste, ma gli Stati uniti cercano sempre di mantenerne lo scettro. Robert
Reich non aveva previsto due fattori, diventati rilevanti nella produzione
capitalistica americana. Da una parte, il sistema della formazione è mutato
radicalmente, diventando esso stesso un nodo della rete produttiva. Le
università americane sono infatti sempre più subordinate ai vincoli del comando
d'impresa, vincoli definiti dal flusso dei finanziamenti ai progetti di
ricerca. Inoltre, la formazione della forza-lavoro è diventata essa stessa
un'attività produttiva, vuoi perché le università hanno cominciato a vendere
"pacchetti di competenze" nella forma di cd-rom o di siti Internet a
pagamento, vuoi soprattutto perché le imprese stesse hanno dato vita a
fondazioni e istituti parauniversitari il cui compito primario è di vendere
formazione professionale. Robert Reich chiedeva la riqualificazione di tutto il
sistema scolastico americano, ma quello che ha potuto constatare è la
costituzione di proibitivi - per le alte rette - "centri
d'eccellenza" che sfornano laureati qualificati e di scuole pubbliche
destinate, più che a trasmettere il sapere, a intraprendere politiche di
controllo sociale per gli "esclusi" dal processo produttivi. Ma
quello che l'ex-ministro del lavoro non aveva certo in mente è il ruolo
strategico delle tecnologie informatiche nella new economy.
L'infelicità del successo parte proprio da qui per sviluppare il suo
ragionamento. La sua uscita è stata salutata da un coro favorevole di
recensioni, accomunate dalla convinzione che Reich voglia suonare un campanello
d'allarme per la società americana, colpita nelle sue fondamenta proprio da
quell'etica protestante del lavoro che ne ha rappresentato, nel bene e nel
male, e per oltre due secoli, il collante sociale. Ci spacchiamo la schiena per
vivere senza il timore di diventare, da un momento all'altro, dei drop-out,
ma questa situazione non può andare avanti così, perché c'è il rischio che la
società americana esploda in una enorme rivolta luddista fomentata dai tanti,
troppi esclusi, incalza Reich. Sta già accadendo, scrivono sconsolati molti opinion
maker democratici e repubblicani, indicando nel movimento di critica alla
globalizzazione il battistrada dei "nuovi luddisti". Ma cosa sostiene
Reich in questo libro? Che Internet permette un dialogo continuo tra
consumatore e impresa; che è centrale una "economia della fiducia",
dove la fedeltà aziendale non riguarda la forza-lavoro - sempre più mobile e
intermittente - ma la sfera del consumo. Da qui, la centralità del logo
aziendale, che deve essere riconosciuto, all'interno di una diversificazione
produttiva dell'impresa. Mutuando il linguaggio informatico, Reich parla di
"marchi-portali", come quelli della Disney o dell'Harvard University,
che vendono comics, sapere, ma anche merchandising, vacanze, cd-rom
marchiati con il logo aziendale. Inoltre, il laboratorio dove sono state
affinate le tecniche dell'"economia della fiducia" è il settore
no-profit, dove la precarietà del rapporto di lavoro è associata a una ricerca
della fedeltà degli aficionados. Per la crescita di questa velenosa
"economia della fiducia", il sistema politico garantisce, così, legge
e ordine e le migliori condizioni fiscali (cioè poche tasse per le imprese).
Fin qui si tratta di un'evoluzione delle tesi sostenute da Reich nel passato.
Il punto interessante riguarda invece il mercato del lavoro. Gli
analisti-simbolici dominano il campo - qui Reich li chiama geek o shink
-, guadagnano moltissimo, quasi un'oscenità rispetto al salario di un
lavoratore dei servizi, cioè tutto quel variegato esercito di precari
sottopagati fatto di infermieri, baby-sitter, vigilantes, addetti alle pulizia
che si prendono cura dei rainmakers, ovvero tutti coloro che lavorano
dodici, tredici ore al giorno per accumulare il denaro che consente di
vivere senza l'angoscia di rimanere senza lavoro. Una perversione, quella
descritta da Reich, dove i rapporti servili innervano tutte le relazioni
sociali, al punto che la "secessione dei vincenti" temuta dall'autore
è già una realtà ben presente negli Stati uniti e non solo. Basta, come invoca
nelle ultime pagine l'autore, rallentare la folle corsa della new economy
per evitare che tutto salti in aria? Per il momento, possiamo solo constatare
che la corsa continua più veloce di prima e che ha uomini in tuta mimetica come
capotreno. Più pacatamente il nodo da sciogliere sono i rapporti sociali di
produzione. Senza un loro sovvertimento la forbice tra chi guadagna,
superlavorando, e chi, superlavorando, vive sul crinale della povertà è
destinata ad allargarsi.