![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 NOVEMBRE 2001 |
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Perché Schmitt, Heidegger e Gadamer
aderirono al nazismo? E quale fu
l'entità della loro «colpa»?
Il giurista nazista avversato dalle Ss
non era un difensore della repubblica di Weimar ma un suo affossatore
Il filosofo dell'Essere vide nella
rivoluzione conservatrice una replica alla tecnica
I filosofi del nazismo. Enunciata così l'inerenza del soggetto al
predicato rischia di apparire grossolana, e di tributare troppo onore
culturale al Terzo Reich. Ancorché,
inerenza e appartenenza vi furono eccome. Così come colpa e responsabilità.
Benché ineguali. Ed è merito grande di
Karl Jaspers - filosofo che non si piegò - l'aver enunciato un criterio
generate per i tedeschi e per i soldati di ogni totalitarismo: ciascuno deve
chiedersi nell'intimo quanta parte di colpa morale abbia avuto, nella generale
colpa dell'insieme politico. E tuttavia
il dato imbarazzante di certe omissioni personali sul piano dell'«agnizione di
colpa», da parte dei filosofi in questione, non ci autorizza a mettere tutti -
e tutto nello stesso sacco. Facendo di
quelle filosofie e del nazismo un'endiadi ferrea e senza increspature. Al contrario, se si guarda con cura dentro i
due termini si scoprono molte cose insospettate a prima vista. Filisteismi, certo. Viltà, ma anche traviamenti autentici e più
nobili. E resistenze, Guerriglie teorico-accademiche. Resipiscenze tardive, ma utilissime a capire
dall'interno la tragedia novecentesca.
Alla luce di tutto questo sarà allora possibile rovesciare la relazione
filosofi/nazismo. Vera. Ma anche nel
senso che il nazismo li teneva in ostaggio, quei filosofi. Dopo averli utilizzati e averne riscosso
l'adesione.
Lasciamo da parte le figure
più corrive e propagandistiche, da Bäumler a Rosenberg, mediocri ma non prive
dì luce fosca. Come pure gli ontologi,
nicodemisti e disinteressati alla politica, come Hartmann. E concentriamoci su tre figure: Schmitt,
Heidegger, Gadamer. Ovvio parlare subito dei primi due, che più degli altri
pretesero di parlare al nazismo dall'interno.
Legittimandolo, e proponendone una versione compatibile con la
tradizione della Kultur occidentale. Entro la quale il regime di Hitler
diveniva per Schimtt - enigma risolto delle costituzioni politiche. E in parallelo - per Heidegger - involucro
ideale e custodia politica del nichilismo
moderno della tecnica. Ma meno
ovvio e più inatteso è il richiamo a Gadamer.
Sul quale si è accesa una querelle negli Usa, ripresa in Germania dalla Internationale Zeitschrift für Philosophie (ne
scrive Angelo Bolaffi su Micromega in
uscita). Querelle che lo mette sotto
accusa per collusioni filosofiche col nazismo, malgrado l'elogio di Habermas
che lo aveva lodato per aver «urbanizzato la provincia heideggeriana». Più in generale comunque, motivi per
riparlare di tutto questo sono due occasioni.
Il convegno su Carl Schmitt che si conclude oggi stesso all'Università
di Roma La Sapienza. Con Ernst Nolte,
Giacomo Marramao, Alain de Benoist, Pietro Grasso, Fulvio Lanchester. E una bella edizione del famoso discorso
rettorale di Heidegger del 1933 sull'Autoaffermazione
dell'università tedesca (Il Melangolo,
a cura di Carlo Angelino, pagine 68, lire 18.000) del quale Karl Lowith
disse: «Chi lo ascolta non sa se alla fine deve prendere in mano la silloge dei
presocratici del Diels oppure marciare con le S. A.».
Cominciamo
di qui. Dallo Heidegger che accetta di
diventare Rettore su pressione delle autorità accademiche, dopo che il suo
predecessore Möllendorf, su richiesta del Ministero nazista, era stato
costretto a lasciare l'incarico. Pochi
dubbi, ad una prima lettura. Heidegger aderisce all'imperativo di una
«missione spirituale che incalza il destino tedesco a forgiare la propria
storia». E «destino tedesco» ed
«essenza dell'Università» sono nella conferenza un tutt'uno. Volere la scienza significa volere la
missione attuale dei tedeschi, «in quanto popolo giunto alla piena coscienza di
sé nel suo stato». E non serve
ricordare che il 31 gennaio di quell'anno c'era stata la presa di potere. Nondimeno, di là della colpevole retorica,
chiediamoci: qual è per Heidegger il senso di quella missione? Eccolo: un problematico e insondabile ritorno all'Inizio. Non l'inizio del Volk germanico. Bensì quello del sapere greco. In quel punto in cui «l'uomo occidentale
fronteggia l'essente nella sua totalità e lo comprende come l'essente che esso
è». Curioso linguaggio per le camicie
brune. Per i notabili piccolo-borghesi
del regime in costruzione. E per certi corifei accademici e studenteschi che,
di lì a meno di un anno, costringeranno il filosofo a dimettersi. Il paradosso
sta nel fatto che Heidegger propugna un primato «nazional-patriottico» della
Germania e chiama al servizio del lavoro,
delle armi e del sapere. Ma per un obiettivo di movimento alquanto misterioso che
sfuggiva - se non a Löwith e a Horkheimer suoi uditori a tutti gli altri
astanti. E l'obiettivo è un Inizio che
sta dietro, e che pure «è inscritto nel nostro futuro». Qualcosa di inaccessibile e dileguante. Qualcosa che unifica le disparate scienze,
riscattandole dalla dispersione, come già aveva sognato Husserl. E che dà senso all'impegno di un popolo
particolare. Ma che ha a che fare
nientemeno che con l'Essere, e col
rapporto tra l'esserci dell'ente umano intramondano e il Destino. Irrazionalismo? Oracolarità? Forse. Ma di tipo tutto
particolare. Che non oscura un dato. E
cioè che Heidegger si «imbatte» nel nazismo percorrendo una sua originalissima
parabola. Quella che lo aveva portato
dall'analitica esistenziale di Essere e
Tempo (1929) all'ontologia negativa di quegli anni, e che fa corpo ormai
con una destructio integrale della metafisica occidentale. Disporsi «alla remota ingiunzione
dell'inizio», tramite la specificità storica, geografica ed etnica di questo popolo, significa allora per il
filosofo custodire un problema: il senso della Verità come non-nascondimento. In altri termini, significa addestrare il
sapere di un popolo alla custodia dell'Essere.
E alla liberazione di quell'Essere - misterioso e dileguante - dalla
prepotenza dell'«oggettivazione tecnica».
Dalla potenza della macchinazione tecnica. Per ripristinare una circolarità
pratico-contemplativa che - nel mito filosofico heideggeriano - coincide con
una natura liberata dalla teologia cristiano-aristotelica e dall'imperialismo
tecnico-matematico occidentale. Ma
quale natura? Una natura presocratica e
fluida. Di cui i greci, malgrado le
deiezioni platoniche, conservavano per Heidegger una percezione profonda,
sintonica. Ecco perché, proprio in
questa chiave, Fascismo e Nazismo, come annuncia il discorso del 1933,
rappresenteranno (almeno sino al 1936) un «contromovimento» del nichilismo
occidentale. Una sua «terapia».
Senonché,
nel 1939-41, dopo il Nietzsche, e per
influsso «a contrario» di Junger, questa persuasione si rovescerà nel suo
opposto. Il nazifascismo, e segnatamente
l'idea di razza (Heidegger non vi fece mai ricorso, se non criticamente)
diventano il culmine della «potenza che vuole se stessa sino all'annientamento». E cioè Machenshaft
che provoca devastazione, coercizione, crudeltà. Qui il distacco di Heidegger dal nazismo - dimesso a forza dal
Rettorato nel 1934 per non aver voluto nominare i «decani» voluti dal regime -
è ormai palese e semipubblico, sebbene il filosofo coinvolga nella diagnosi
della catastrofe anche democrazia, socialismo e comunismo. In conclusione, percorso ambiguo ma suo
modo coerente. E non disgiunto in
seguito da quella autoassolutoria «mancanza» di colpa di cui si diceva
all'inizio.
E Schmitt? Legittimò la presa di potere come epilogo
necessario della Repubblica di Weimar.
Non perché di Weimar fosse un difensore, come assurdamente dichiarava ieri
Ernst Nolte a Gnoli e Volpi su Repubblica. Ma perché il futuro presidente dei
giuristi nazional-socialisti vedeva nella democrazia di massa un'energia
autodistruttiva destinata a rovesciarsi in dittatura,
e fin dal tempo del giacobinismo.
Nello Schmitt di Stato, movimento e popolo il Führer - ex articolo 48 weimariano sui
pieni poteri - diviene il vero custode degli ordinamenti, capace di
conciliare la norma e l'eccezione. All'insegna
del pilastro che dà senso a tutto l'ordito plebiscitario: la decisione che
fonda la volontà sovrana. E dopo la crisi dello stato di diritto, paralizzato
dai conflitti, dalle ideologie, dai partiti, e dal parlamentarismo.
Schmitt usò a suo modo il concetto di razza. Facendone il contenuto etico-biologico dello Stato, contro «L'universalismo illuminista di Hegel». Ma ciò non bastò a salvarlo dall'attacco delle Ss nel 1936, anno in cui la rivista Schwartz Korps gli intimò il silenzio. Motivo: la difesa dell'autonomia delle sfere amministrative pubbliche. Le cui procedure impersonali il giurista conservatore voleva preservare dall'arbitrio. E però resta lo Schmitt del dopoguerra: l'intuizione dello stato post-nazionale, anglosassone e transmarino. Che egli profeticamente vide incarnato negli Usa, all'insegna dell'universalismo della tecnica. Infine Gadamer, giovane heideggeriano negli anni trenta. Qui le accuse non reggono. A parte tracce semantiche dello Heidegger rettorale (decisione, vigilanza, servizio) in uno scritto su Platone del 1934, ci sono le tirate anti-illuministiche di una conferenza del 1941 nella Parigi occupata. «Contro un «umanesimo troppo individualistico». E in lode di Herder, profeta di una «vita völkish che acquista in Germania nuova profondità e nuova forza». Espressioni banali, più che disdicevoli. Di maniera. Piccola chincaglieria romantico-organicista. E troppo flebili, per ammantare il futuro maestro dell'Ermeneutica di un alone di Colpa tragica. Come nel caso di Heidegger e Schmitt.