![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 NOVEMBRE 2001 |
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coautori
Maurizio Zuccotti e Silvia Garagna
La notizia
che la Advanced Cell Technology di Michael West, Robert Lanza e Joseph
Cibelli (un'impresa mercantile Usa) ha ottenuto, e pubblicato sul giornale
on-line The Journal of Regenerative Medicine, lo sviluppo di morule umane (il
primo gruppo di sei cellule che si forma all'inizio dello sviluppo embrionale)
ha mandato in fibrillazione il mondo dei media, e non solo in Italia. Può essere
questa una buona occasione per cercare di fare un minimo di chiarezza sul tema
delle cellule staminali e sulle sorgenti utili alla loro produzione. Inoltre,
costituisce una buona opportunità per una boccata d'ossigeno sulle informazioni
proposte dai media: dopo l'11 settembre il nostro orizzonte culturale si è
appiattito e incupito.
La notizia è
certamente degna di fede: non è il solito boato pubblicitario dei raeliani o di
altri clonatori umani sparsi sul pianeta, dall'Italia alla Thailandia alla
Cina, i ricercatori sono seri e credibile è l'impianto sperimentale. Proprio da
questa considerazione dobbiamo partire per dire che Lanza, Cibelli e soci hanno
dimostrato che anche nell'uomo è possibile riprogrammare geneticamente il
nucleo di una cellula somatica: era questo un dato a oggi chiaro solo sui
modelli animali (topi, mucche, porcelli). E' dunque un avanzamento delle
conoscenze scientifiche di tutto rilievo. Si pone quindi inevitabilmente il
problema delle conseguenze derivanti dalla possibile trasposizione applicativa
in campo umano. Ed è qui che, al di là delle posizioni ideologiche sulla natura
di quelle sei cellule (sono embrioni o non sono embrioni, posizione
quest'ultima sostenibile: non derivano dalla fecondazione di una cellula uovo)
dobbiamo riconoscere il pericolo di accettare questa soluzione (il
trasferimento di nuclei di cellule somatiche in cellule uovo) per ottenere
staminali poiché innescherebbe una rincorsa alle cellule uovo che le donne
delle fasce meno protette si vedrebbero chiedere a fronte di un pagamento in
danaro. Questo è il vero problema etico.
Di fronte a
queste notizie viene spontaneo chiedersi perché le grandi agenzie governative
di finanziamento della ricerca non investono per trovare strade alternative. Il
caso Italia è paradossale: abbiamo prodotto un documento molto innovativo, il
documento Dulbecco voluto dall'ex ministro Veronesi, dove si dice di investire
in ricerca per giungere a riprogrammare i nuclei delle cellule somatiche
impiegando cellule uovo di animali o sostanze artificiali. Il governo in carica
si era fatto paladino della libertà di ricerca, e ora nella finanziaria
approvata ha tagliato brutalmente i fondi per la ricerca. Ma è chiaro che così
facendo non si promuove la qualità della vita né si difendono i principi etici
cari al mondo cattolico, anzi, si imbocca una strada che porterà ad aumentare
la discriminazione sociale tra chi potrà permettersi di acquistare ovuli umani
e ottenere le proprie staminali e chi si vedrà escluso dalle terapie utili a
trattare tutte le patologie che ci affliggono, e che anzi quegli ovuli dovrà
fornire! Forse vale la pena di fare un passo indietro e ricordare i tanti
problemi sul tappetto, per meglio capire le implicazioni etico-sociali delle
ricerche sulle staminali.
Il nostro
corpo risulta di circa 100.000 miliardi di cellule, diverse tra loro, a
comporre i vari tessuti e organi. Nel corso dello sviluppo embrionale e fetale
le cellule che si vanno formando si differenziano acquisendo le caratteristiche
specifiche dei vari tessuti. Le patologie di cui soffriamo sono dovute o a un
alterato funzionamento o alla distruzione di cellule. E' chiaro che se si
potesse disporre di cellule capaci di rigenerare o sostituire quelle perse o
danneggiate, la medicina potrebbe fare uso di terapie cellulari per guarire o
migliorare la qualità della vita dei pazienti.
La medicina
del futuro sarà una medicina rigenerativa basata sulle terapie cellulari.
Nell'organismo
adulto un certo numero di cellule, dette staminali, assicurano il rinnovo dei
tessuti che compongono i vari organi (con l'eccezione di pancreas e cuore).
Purtroppo le cellule staminali prelevate dagli adulti sono poche e molto presto
perdono la capacità di moltiplicarsi. La limitazione numerica e fisiologica non
esiste per quelle staminali che si prelevano dagli stadi iniziali dello
sviluppo embrionale, dette per questo embrionali. Gli embrioni criopreservati
costituiscono la sorgente ideale di cellule staminali ma il loro impiego non è
alieno da forti resistenze etiche, anche se un grande numero di essi giace nei
freezer in attesa di essere eliminato. Il trasferimento di nuclei somatici in
oociti (con la stessa tecnica che ha portato a Dolly e a Cumulina, al cui
sviluppo gli scriventi hanno partecipato) è certamente in grado di produrre cellule
staminali in quantità: questa opportunità è però legata a implicazioni etiche e
di pressione sulla salute della donna che gli oociti dovrebbe fornire. Appare
quindi quanto mai necessario lo sviluppo di una strategia di ricerca capace di
portare alla produzione di cellule staminali, necessarie alla medicina del XXI
secolo, senza implicazioni etiche e attenta alla salute della donna. Ora, una
semplice riflessione pratica e storica ci aiuta a capire che cosa si può oggi
fare.
L'impiego di
staminali derivate da stadi adulti, quando possibile, si scontra sempre con la
limitazione fisiologica e numerica; così è necessario il materiale derivante da
5-6 aborti per ottenere la quantità di tessuto fetale neuronale utile al
trattamento di un solo paziente Parkinson con il miglioramento del quadro
clinico di durata variabile dai 6-24 mesi ai 5 anni. La storia della scienza
insegna che così come stimoliamo con sostanze chimiche e direttamente nel corpo
del paziente la proliferazione di cellule o condizioniamo processi fisiologici
(e al presente lo possiamo fare per via chimica perché conosciamo i meccanismi
e le molecole coinvolte in quei processi), oggi sappiamo che il nucleo di una
cellula somatica quando soggiorna a contatto del citoplasma dell'oocita
riacquista le capacità di cellula staminale. Se la ricerca sul trasferimento
nucleare e l'espressione dei geni zigotici dovesse rivelarci come il processo
di riprogrammazione avviene all'interno della cellula uovo, potrebbe diventare
possibile riprogrammare i nuclei delle cellule del paziente fino a ottenere
nuove e vitali cellule, ad esempio per il cervello o il fegato, senza dover
impiegare una cellula uovo o dover produrre un embrione. Potremmo in tal caso
impiegare estratti citoplasmatici di altre specie (ad esempio specie animali
impiegate negli allevamenti zootecnici) o citoplasti prodotti artificialmente,
così da poter effettuare in provetta la riprogrammazione. Ancora meglio, in un
futuro non lontano, forse lo sapremo fare direttamente nel corpo del paziente così
come oggi impieghiamo iniezioni di sostanze chimiche per inibire o stimolare
funzioni di alcune sue cellule. Questa previsione è confortata dalla storia
dell'embriologia sperimentale ove è tradizione fare ricorso, nelle prime fasi
di studio di fenomeni di cui ignoriamo le basi cellulari e molecolari, a
trapianti ed espianti cellulari (basti pensare all'induzione di Spemann) e in
genere all'impiego e alla manipolazione del materiale biologico naturale (come
accade oggi con il citoplasma degli oociti); in un secondo tempo, e sulla base
di questa prima necessaria fase di conoscenza, si giunge alla scoperta dei
fattori che si possono impiegare per ottenere artificialmente lo stesso
risultato finale.
Conoscendo le molecole, e i meccanismi genetici coinvolti nel processo di riprogrammazione genetica del nucleo somatico attuato dal citoplasma dell'oocita, le potremo manipolare con successo in vitro e non avremo più la necessità di ricorrere agli oociti tutelando la salute della donna sulla quale (nel caso non si trovino vie alternative) verrebbe esercitata una pericolosissima pressione per ottenere gli oociti oggi indispensabili. In questa nefasta ipotesi non solo le donne del terzo e quarto mondo ne avrebbero a soffrire, ma anche quelle degli strati sociali meno abbienti dei paesi sviluppati con un mercato molto simile (ma di proporzioni incommensurabilmente più vaste) a quello degli organi.