RASSEGNA STAMPA

27 NOVEMBRE 2001
IAIA VANTAGGIATO
Il riflesso del divieto

"La legislazione in materia non è da inventare. Già esiste dopo la ratifica del Protocollo aggiuntivo della convenzione europea di biomedicina che vieta la clonazione umana". Parla Stefano Rodotà, Garante della privacy e membro del Comitato europeo di bioetica

Far west legislativo, vuoto di norme e necessità di leggi immediate. L'Italia si scalda dopo l'annuncio choc arrivato dagli Stati uniti mentre opinione pubblica e forze politiche, stato e chiesa reclamano a gran voce rassicurazioni etiche e certezze giuridiche. Ne parliamo con Stefano Rodata, presidente europeo dei garanti della privacy e membro della commissione europea di bioetica.

Professor Rodotà, esiste in Italia una normativa in materia di clonazione?

L'Italia ha firmato e - a marzo scorso - ratificato il Protocollo aggiuntivo elaborato dalla convenzione biomedica europea che vieta qualsiasi forma di clonazione umana. Pertanto quel divieto - contenuto anche nell'articolo 3 della carta dei diritti dell'Ue - diventa a tutti gli effetti una legge italiana.

Ma in questo caso, secondo lei, ci troviamo o no di fronte a un esperimento di clonazione umana?

Assolutamente no. Quel protocollo definisce la "clonazione umana" in maniera assai rigorosa, ovvero creazione di un essere identico a un essere umano. E non mi sembra questo il caso. Va aggiunto, inoltre, che la convenzione europea di biomedicina contempla anche una norma (articolo 18, comma 2) che vieta la creazione di embrioni umani per finalità di ricerca. Ora, lo stesso Dulbecco ha affermato che da questo processo non viene fuori né un embrione completo né tantomeno un individuo adulto ma un mero agglomerato cellulare. Opinione condivisa dal genetista Edoardo Boncinelli e dallo stesso ministro Sirchia. Entrambi hanno dichiarato che il meccanismo che porta alla creazione di un embrione umano è stato senz'altro messo in moto nella sperimentazione americana ma - soprattutto - entrambi hanno sottolineato come quello stesso processo sia stato subito bloccato. E' di quell'ulteriore ed eventuale passo - la clonazione umana vera e propria - che bisogna discutere, non di questo che è preliminare.

Per tornare all'Italia, come valuta l'insistente e diffusa richiesta di una legislazione più rigida?

I divieti già esistono nonostante le proposte di legge che si affollano in parlamento. Bisognerebbe evitare impostazioni ideologiche e - prima di valutare se ci siano o meno norme applicabili - stabilire con chiarezza se il "caso americano" sia qualificabile come clonazione umana. Bisogna accertare se sia stato creato un vero e proprio embrione. Solo in un secondo momento si potrà riprendere a discutere: per esempio sul perché non si siano utilizzate cellule adulte o embrioni in sovrannumero, o sul perché non sia stata applicata la "tecnica Dulbecco".

Qual è la posizione degli altri paesi europei?

Anche se per motivi diversi, sono numerosi i paesi europei - l'Inghilterra, la Germania, l'Austria, il Belgio e la Russia - che non hanno firmato né la convenzione né il protocollo aggiuntivo. L'Inghilterra, per esempio, ha voluto riservarsi la possibilità di creare embrioni umani a fini di ricerca; la Germania - che per motivi facilmente intuibili dispone, in questa materia, di una legislazione più severa - ha addirittura valutato lassista la posizione della convenzione. Una geografia dei divieti che avrà come unico risultato quello di dislocare la ricerca là dove è resa possibile.

Dietro le considerazioni di ordine etico si cela un problema di carattere eminentemente economico: corsa ai brevetti e ai finanziamenti.

E' questo il punto: possiamo fare mille virtusosi discorsi etici ma la vera posta in gioco riguarda la brevettabilità delle linee cellulari e delle cellule staminali. Prendiamo la strada scelta dagli Usa: decidere di non finanziare con denaro pubblico le ricerche sulle staminali è una ipocrisia, vuol dire lasciare l'iniziativa ai privati e - conseguentemente - rinunciare al rispetto degli obiettivi e al controllo pubblico e in corso d'opera. E quando Bush a luglio ha deciso di cedere, lo ha fatto limitando l'erogazione dei fondi federali agli studi condotti sulle 60 linee cellulari già esistenti: il suo è stato un compromesso dietro cui ha prevalso l'interesse delle industrie farmacutiche preoccupate del possibile primato dell'Inghilterra.

Nel campo della ricerca ma anche del profitto.

Esatto. Del resto anche la discussione in Germania si spiega con motivi di carattere economico. Su questi temi il governo Schroeder, preoccupato di vedere la Germania relegata in un angolo, ha riaperto la discussione, avviato una indagine conoscitiva e investito il comitato di bioetica della questione della brevettabilità. Ora, va da sé, la Germania sta considerando la possibilità di abbassare la soglia del divieto.

Per parlare di questi temi, si utilizza ancora un linguaggio che evoca troppo spesso nozioni morali, emozioni, sentimenti. Penso alla riproduzione o ai rapporti di filiazione. Non crede che sia fuorviante?

Sì e non solo per le questioni di carattere legislativo. E penso alla discussione pubblica che è più importante delle stesse norme: siamo di fronte a situazioni che sono - individualmente e socialmente - difficili da metabolizzare perché ci toccano nel profondo. Come si crea la persona umana? Si evocano paure e fantasmi che possono sfociare in norme e divieti collocati nel posto sbagliato.
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