![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 NOVEMBRE 2001 |
|
Il presidente Michael West: "Siamo usciti allo scoperto per
dare una speranza all'umanità"
A metà
mattinata, dalla porta a vetri di "Biotech Three" sbuca Albert, il
proprietario del palazzo. E' grosso e cortese. Però ha una ruga di sospetto
sulla faccia: "Me lo dica subito: lei è qui per protestare? Sa, qui dentro
tutti hanno una paura dannata per questa storia della clonazione, ci aspettiamo
rogne", dice all'unico cronista che a quell'ora staziona davanti al
casermone di mattoncini rossi, in cima alla collina di Belmont. Dei
contestatori non c'è neanche l'ombra, per il momento. Eppure a "Biotech
Three", tre piani zeppi di uffici e aziende biotecnologiche, nessuno è
tranquillo. Lo sapevano da un pezzo che a pianterreno abitava un coinquilino
ingombrante. Ma l'altro ieri Michael West, anima e padrone della società Act,
"Advanced Cell Technology", ha fatto di più. Nessuno può dire davvero
se il suo demone sia la scienza o il danaro, ma lui s'è comunque guadagnato la
patente di dottor Faust annunciando la prima clonazione di un embrione umano e,
dunque, promettendo al mondo un futuro di eterna giovinezza: se non racconta
frottole, il suo laboratorio, frutto delle tradizioni che a Worcester uniscono
da sempre grande business e ricerca, potrebbe diventare, entro dieci anni, il
primo magazzino di pezzi di ricambio per l'umanità. Attraverso gli embrioni
clonati, questo quarantasettenne figlio di un meccanico del Michigan, che da
giovane ha diretto una compagnia di leasing per camion ed è sempre stato
"ossessionato dalla morte e dall'invecchiamento", punta ad acciuffare
ciò che lui chiama "la madre di tutte le cellule": la cellula
staminale che, trasformandosi in tessuti umani, possa sostituire a comando gli
organi ammalati, combattere il cancro, l'Aids e il Parkinson, senza più limiti
né frontiere.
Tranne, si
capisce, la frontiera dell'etica: per molti, il Faust di Worcester l'ha già
varcata, perché, clonato un embrione, si potrebbe clonare anche un uomo in
carne e ossa. Per altri, è solo un venditore di illusioni, in un campo in cui
gli illusi potrebbero essere milioni di malati in attesa d'un trapianto o d'un
miracolo. George Annas, professore di bioetica, dice ad esempio che
"West è un irresponsabile". George Seidel, esperto di clonazione
all'università del Colorado, sostiene che "ha fallito", visto che
alla "madre di tutte le cellule" non s'è neanche avvicinato, per ora.
Persino la rivista scelta per annunciare la scoperta, una pubblicazione online
senza molto peso scientifico, non convince gli scettici. Ma a volte,
naturalmente, l'eresia è la scintilla del progresso. Meglio andarci cauti.
Dentro il
quartier generale, a un'ora d'auto da Boston, si entra senza troppi intoppi,
superato Albert. Nel palazzo di Biotech Three gli uffici della Act occupano
buona parte del pianoterra. Alle pareti, foto di un porcellino sfornato dalle
alchimie di West, di due vitelli (George e Charlie), "i primi clonati"
dalla ditta.
Una
segretaria sostiene di avere "ottanta chiamate in attesa", anche se
fuori non c'è traccia di reporter. Del resto non c'è bisogno di cercare West.
E' lui che in queste ore cerca la stampa, girovagando sui set di tutti i
network americani per ripetere il suo mantra: "Siamo usciti allo scoperto
solo perché c'è tanta gente che soffre e non possiamo più attendere. Non
vogliamo clonare l'uomo, solo dare speranza all'umanità. Mi chiamano nazista e
mi accusano di eugenetica perché non hanno argomenti razionali contro di
me".
Gli
esperimenti si fanno in una stanza stretta e poco illuminata proprio in mezzo
al laboratorio. L'oscurità serve ai tecnici che manipolano al microscopio le
cellule. Una bionda ricercatrice, che chiede l'anonimato, mormora: "Perché
tanto scandalo? Se non l'avessimo fatto noi, l'avrebbe fatto qualcun altro. Non
puoi fermare la scienza". Per anni, prima della svolta che ha portato
all'embrione umano, lei e i suoi colleghi hanno lavorato su materiale genetico
bovino. Il furgoncino con gli ovociti, due scatole grigie con un centinaio di
cellule fertili di mucca, continua ad arrivare ogni mattina alle dieci. Quella
di fabbricarsi in casa un Minotauro è una vecchia passione di José Cibelli, un
veterinario argentino che è l'altra anima della Act e ha diretto il programma
sfociato nella scoperta di questi giorni. Cinque anni fa Cibelli ha provato in
sostanza a clonare se stesso. S'è asportato dalla guancia un lembo di pelle, ha
coltivato le cellule e le ha unite a quelle di una mucca. "Da qui possiamo
trarre cellule staminali", ha detto, senza però pubblicare mai un rigo
sull'esperimento.
Il colpo di
fulmine scocca tre anni fa, al primo incontro con West, che infatti ricorda
ancora: "José mi ha mostrato quello che stava facendo, gli embrioni che
aveva ottenuto, e ho pensato: Dio mio, è esattamente quello che voglio fare nei
prossimi vent'anni della mia vita!". Ne è nata la nuova Act, una compagnia
piccola ma agguerrita: finanziata dai privati e dunque libera dai lacci imposti
dai fondi federali. Il senso di urgenza che ha accompagnato la pubblicazione
della ricerca di questi giorni si spiega in parte con l'assenza normativa (la
legge che minaccia pene durissime per chi tenta la clonazione umana è ferma al
Senato).
"Volevamo mostrare che il nostro sistema funziona, prima che il Congresso decidesse", confessa tranquillamente Anne Keissling, coautrice dello studio. Un'altra buona ragione per non perdere tempo è stata la concorrenza (pare che un'impresa israeliana fosse a un passo dall'arrivare agli stessi risultati). West ama coniugare parole come "scienza" e "immortalità". E così s'è guadagnato la fiducia e le sovvenzioni di uno dei suoi primi sostenitori, Miller Quarles, un petroliere texano di 83 anni che sbandiera in tv la propria "brillante vita sessuale" e mira "al traguardo dei due secoli". Ma dietro quest'avventura non ci sono solo provette e folklore. Nel capitale della Act figurano imprese newyorchesi che hanno puntato parecchio sulle azioni biotecnologiche. Con il settore pubblico tagliato fuori, la partita in cima alla collina di Belmont fa gola a molti giocatori d'azzardo.