![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 NOVEMBRE 2001 |
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Ritorna alla ribalta l'autore di "Materia e memoria",
Nobel per la letteratura, morto nel 1941
Einaudi raccoglie in volume un gruppo di saggi a lui dedicati da
Gilles Deleuze
Se gli
editori sono un test attendibile, allora sta tornando la filosofia di Henri
Bergson. Ma non c'è solo un apprezzabile movimento di iniziative editoriali
(di cui dirò tra un momento): dal mio osservatorio di docente di filosofia vedo
questo ritorno in parecchi corsi universitari.
Un ritorno
allo spiritualismo? Un pensiero che si lascia leggere con facilità e piacere
(mentre altri sono spigolosi e ostili)? Nessuna delle due. L'etichetta di
spiritualista davvero non si attaglia più a un pensatore che ha sempre
mantenuto l'occhio alla scienza (fino a entrare in discussione con Einstein);
e il Bergson letterato della filosofia è un vecchio stereotipo da buttare.
Bergson (Premio Nobel nel 1928 per la letteratura) scrive bene, ma non pensa
facile. Sta strettissimo in qualunque delle etichette che si è portato seco
fino a oggi. Non è un filosofo della coscienza (né un Husserl dei poveri e
neanche il suggeritore di Proust); non è né individualista né irrazionalista,
ma neppure un bizzarro evoluzionista; non è mai stato un dualista e non è mai
diventato uno spiritualista.
E allora
cos'è? Non è niente di etichettabile con i cliché correnti. Una qualche
identificazione è forse possibile attraverso alcune parole che contornano
un'area di problemi molto prossima a noi: durata, differenza, memoria,
immagine, virtuale. Questioni che intercettano molte delle domande che oggi ci
facciamo, sul fondo delle quali credo che stia il problema di come stare dentro
il mondo scientifico e la rete tecnologica, cioè nell'aria che stiamo
respirando.
Bergson non
ha scritto moltissimo, e non ci sarebbe voluto un grande sforzo per offrire in
un cofanetto di dimensioni accettabili tutte le sue opere al lettore italiano,
cosa che non è successa. Ben vengano, comunque, le nuove iniziative editoriali,
anche se sparse. Da non molto è stata finalmente tradotta l'ultima opera
("Pensiero e movimento" del 1934 da Bompiani) che è la chiave di
accesso a tutto il pensiero di Bergson. E finalmente tornerà a circolare
(grazie a Cortina) il "Saggio sui dati immediati della coscienza", la
prima e decisiva opera del 1889 in cui Bergson, quarantenne, lanciava le sue
parole-chiave e innanzi tutto l'idea di "durata" come tempo
qualitativo. Secondaria, ma non irrilevante, la riscoperta del commento al
"De rerum natura" (Lucrezio, edizioni Medusa di Milano), scritto
prima del "Saggio", quando Bergson era professore di liceo a
Clermont-Ferrand e si affaticava alla lavagna con i paradossi di Zenone sul
movimento. Inoltre, mi sembra non poco importante che sia uscita adesso (da
Einaudi) la riproposta de "Il bergsonismo", autore Gilles Deleuze,
che definirei il più intelligente tra coloro che si sono rifatti a Bergson,
quello che ha corretto il tiro e che ha aperto lo scenario problematico che ci
interessa oggi.
Anzi, se
devo dare un suggerimento a chi volesse a propria volta riscoprire Bergson, gli
direi di cominciare da qui, non trascurando i brevi testi raccolti in appendice
(che arricchiscono la nuova edizione). "Il riso", "Materia e
memoria" e "Le due fonti della morale e della religione" erano
già sul mercato. Ma chi volesse leggere "L'evoluzione creatrice" del
1907, il libro di Bergson più discusso in tutti i sensi, se non se la sente di
affrontare l'originale francese (Puf, Parigi), dovrà ancora aspettare.
A noi, per
esempio, sembra di sapere cosa significhi la parola "virtuale", che
sempre più spesso ci capita di usare. Bergson ci mette in guardia: se la
scambiamo con la parola "possibile", accettiamo, secondo lui, una
filosofia statica e reazionaria. Facciamo uno dei più grossi errori filosofici
che possiamo fare. Blocchiamo la realtà sul passato, su ciò che è già avvenuto;
e cancelliamo il futuro, la dimensione di quanto non è ancora avvenuto.
Blocchiamo il movimento in un falso movimento e penalizziamo il tempo in un
semplice scorrere omogeneo di istanti. Non è qui il caso di addentrarsi
ulteriormente nel pensiero di Bergson, in cui alla fine, la realtà stessa è
durata e movimento, e quindi anche libertà, in un incessante differenziarsi, in
un gioco complesso tra differenze di natura (che scandiscono la novità di ogni
evento) e differenze di grado (che lo ricollocano nel suo spazio). Chi ha
orecchio filosofico comprende immediatamente quale sia il debito che molti
pensieri di oggi hanno contratto con Bergson (faccio due dei tanti nomi
possibili: Derida e Nancy). Ma non c'è bisogno di possedere particolari
sensibilità filosofiche per alzare subito le nostre antenne. Non constatiamo di
continuo che siamo in un mondo senza futuro? Quasi che questa chance, che è poi
l'unica chance, cioè appunto il futuro, ci fosse stata tagliata via, amputata?
Cosa stiamo dicendo, al di là del fatto che non vediamo niente di buono
all'orizzonte? Insomma, cos'è il futuro? È qualcosa di soggettivo o è anche
qualcos'altro?
Bergson ci aiuta a far ripartire domande come queste, che implicano di solito risposte rassegnate. Forse la filosofia, se serve a qualcosa, serve proprio a questo. A far ripartire le domande che ci interessano creandovi attorno uno spazio di pensiero o di pensosità.