![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 NOVEMBRE 2001 |
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Negli anni del carcere, l'autore dei
"Quaderni" rilesse in una prospettiva rigorosamente antimetafisica le
pagine marxiane, individuandovi una fonte teorica primaria per l'elaborazione
di una scienza politica all'altezza dei tempi. All'attualità dei problemi
sollevati da quella lettura venne dedicato un convegno a Trieste, i cui
interventi escono ora raccolti in un volume della manifestolibri
Due anni e mezzo fa, nel marzo 1999, si tenne a Trieste un
convegno su un tema - Marx e Gramsci - a prima vista quant'altri mai
inattuale. A smentire quella pregiudiziale impressione, figlia della
soddisfatta superficialità dei nostri tempi, arriva oggi un volume della
manifestolibri che raccoglie le relazioni svolte in quel convegno, a cura di
Giuseppe Petronio e Marina Paladini Musitelli. Il centro intorno a cui si
dipanò la discussione è subito nominato da Petronio. Si cercò di analizzare la
portata e i caratteri del "ritorno a Marx" dell'autore dei Quaderni:
di determinare la prospettiva, radicalmente antimetafisica, della rilettura delle
pagine marxiane (a cominciare dalle Tesi su Feuerbach e dalla Prefazione del
'59) in cui, negli anni del carcere, Gramsci scorge una fonte teorica primaria
per l'elaborazione di una scienza politica all'altezza dei tempi. La questione
è affrontata di petto nei saggi di Fabio Frosoni e Wolfgang Fritz Haug
(curatore della edizione tedesca dei Quaderni), dove la serrata analisi
dell'interpretazione gramsciana delle Tesi fonda una convincente lettura
dell'idea di "filosofia della praxis". L'obiettivo polemico di
Gramsci è l'interpretazione scientistica di Marx prossima ad affermarsi come
ortodossia filosofica nell'Urss staliniana. I Quaderni inchiodano Bucharin, ma
dietro a questo nome va individuato tutto uno schieramento che comprende,
secondo Haug e Frosini, lo stesso Lenin della polemica antimachista.
A Gramsci la battaglia del giovane Marx contro il "vecchio
materialismo" fornisce un formidabile arsenale filosofico e, in positivo,
i materiali per la costruzione di una ontologia pratica che afferma l'essenza
dinamica della realtà materiale (la sua soggettività e storicità) e la radicale
materialità del soggetto storico, al tempo stesso interprete e artefice
"critico-pratico" del mondo.
Si pone qui immediatamente una questione che, non per caso, percorre
da sempre la discussione critica. La scelta delle Tesi discende
dall'ispirazione idealistica della filosofia dei Quaderni? E' forse il segno di
un soggettivismo nel quale non sarebbe difficile cogliere eredità
neoidealistiche ed echi del giovanile sorelismo? Lo stesso Haug parrebbe non
escluderlo, alla luce della scarsa attenzione per l'analisi delle forze
produttive che gli sembra di cogliere nei Quaderni (dove, sottolinea, "non
si parla nemmeno una volta della catena di montaggio"). Certo ha pochi
dubbi al riguardo Roberto Finelli, che parla apertis verbis di "un
prezzo assai elevato" imposto dall'"influenza dell'idealismo,
crociano e gentiliano insieme", e che ritiene Gramsci incapace di
individuare i "fattori di socializzazione" attivi nella sfera economica,
che sarebbe quindi ridotta a "un complesso di azioni solo
individuali". Si potrebbe obiettare facilmente: osservando, per esempio,
che nel quaderno 22 (e nelle note sparse sul "movimento di fabbrica"
che Gramsci non raccoglie) non si parla d'altro se non di forze produttive; e
che il riconoscimento dell'attitudine socializzante della sfera economica
(anzi: della fabbrica) informa di sé l'intera discussione sul fordismo (e la
sua stessa nozione, come, del resto, l'idea di egemonia). Ma la ricchezza di
questo libro sta proprio in ciò, che alle domande che formula provvede anche a
rispondere. Gramsci idealista? Si guardi al corpo vivo della sua scienza
politica.
Evocato da Donald Sassoon in un quadro di storia politica della
fortuna (e dell'uso) dei Quaderni, il tema cruciale del rapporto tra Stato e
società civile è focalizzato da Guido Liguori attraverso un confronto con la
pagina marxiana che nulla concede alla vulgata. Liguori non si accontenta di
documentare le radici rigorosamente marxiane di quella concezione dialettica
del rapporto tra ambito politico-istituzionale, apparati ideologici e sfera
economica che induce Gramsci a modificare la terminologia tradizionale (a
cominciare proprio dalla nozione hegeliana di "società civile", espressione
che nei Quaderni designa, il più delle volte, l'apparato egemonico). Mostra
altresì le ricadute di tale prospettiva, in virtù della quale riesce a Gramsci
di cogliere il radicamento strutturale dell'egemonia (oltre che, va da sé,
dell'impiego degli apparati coercitivi) e, specularmente, il connotato politico
di qualsiasi assetto economico, di ogni forma di "determinazione" dei
mercati. Un'operazione che è quanto di meno idealistico si possa immaginare,
come suggerisce l'altro saggio incentrato su concetti chiave della teoria
politica gramsciana.
Torna, nelle pagine di Jacques Texier, l'analisi della
"società civile" e della sua polivalenza (occasione per una glossa
critica all'interpretazione togliattiana di una importante nota del quaderno
13), ma il discorso si amplia e include i temi del "blocco storico" e
del "rapporto di forza". Ne emerge come la battaglia antieconomistica
non conduca Gramsci al privilegiamento del terreno sovrastrutturale né, tanto
meno, al suo sganciamento dalle dinamiche materiali della riproduzione. In un
efficace controcanto alle critiche di soggettivismo, Texier osserva che non
sarebbe inopportuno, oggi, mettere mano a "un corposo saggio dal titolo
Gramsci teorico della struttura": c'è da augurarsi che - se non lui - qualcun
altro se ne assuma il delicato compito.
Altri contributi, non direttamente legati ai temi sin qui
trattati, indagano da diverse angolature il rapporto Gramsci-Marx offrendo non
di rado spunti significativi. Aldo Tortorella pone in evidenza l'ascendenza
marxiana (oltre che l'ispirazione universalistica) della morale gramsciana,
fondata sull'affermazione della funzione decisiva della volontà ai fini della
costruzione del soggetto rivoluzionario. Andrea Catone affronta il problema
del luogo di costituzione della soggettività operaia (fabbrica o partito),
ponendo le pagine dei Quaderni a confronto, da una parte con l'analisi del
"processo lavorativo" nel primo Libro del Capitale, dall'altra con
gli articoli apparsi sull'"Ordine Nuovo" a cavallo del biennio rosso.
Francisco Fernando Buey e Marina Paladini Musitelli studiano le ragioni
dell'interesse di Gramsci per le questioni della lingua e della letteratura e
ne colgono le fonti marxiane (a cominciare dalle pagine della Sacra famiglia) e
il significato politico, connesso al grande tema dello "spirito di
scissione".
Ma una segnalazione particolare merita il brillante saggio di Giorgio Gilibert. In poche limpide battute egli offre una ricostruzione originale del rapporto tra Gramsci e Sraffa che non soltanto revoca in dubbio la vulgata dell'ispirazione ricardiana della ricerca approdata a Produzione di merci a mezzo di merci (Gilibert argomenta che fonte delle equazioni dei prezzi sono, più verosimilmente, gli schemi di riproduzione del secondo Libro del Capitale, e ipotizza che alla base della decisione di studiarli in profondità sia un suggerimento di Gramsci, al corrente dei dibattiti sulla teoria dell'accumulazione socialista e dello sviluppo accelerato in ambito sovietico), ma fornisce, per questa via, elementi utili a considerare sotto nuova luce la posizione di Sraffa, e a coglierne appieno una mai del tutto avvertita politicità.