RASSEGNA STAMPA

24 NOVEMBRE 2001
YURIJ CASTELFRANCHI
Se gli scienziati scendono in piazza

Opinione pubblica, presenza mediatica, marce. Come cambia una istituzione-sistema

Qualcosa sta cambiando nell'ecosistema scienza. E nelle sue interazioni con gli altri organismi sociali. L'appello in difesa della ricerca scientifica lanciato dall'Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani chiama attenzione, esplicitamente, sui problemi strutturali che oscurano il presente e minacciano il futuro della scienza italiana. Ma ci mostra anche - implicitamente, ma in maniera non meno lampante - come gli scienziati abbiano deciso di farsi attori pubblici, di uscire allo scoperto per rivendicare interessi e diritti. Scegliendo come referente non solo i politici, ma l'intera opinione pubblica.

Un filo rosso collega questa iniziativa ad altre che abbiamo visto succedersi negli ultimi anni. Un segnale eclatante del fatto che le cose fossero in mutamento fu il referendum svizzero sulle biotecnologie: un evento straordinario, da un lato perché la gente fu chiamata a decidere, il 7 giugno 1998, sul destino di un intero settore della ricerca scientifica. Dall'altro perché una parte consistente della comunità scientifica svizzera scelse di attivarsi in prima persona. Non soltanto per fare opera di lobbying interna al mondo politico, ma per scendere in piazza e fare propaganda pubblica. Se avesse vinto il sì (per il quale erano schierati Wwf, Greenpeace e una settantina di altre Ong grandi e piccole), l'intero settore biotecnologico svizzero sarebbe stato cancellato.

La sfida era epocale. E fu stravinta dai biotecnologi (e dalle compagnie biotecnologiche), che furono capaci di organizzare una delle campagne referendarie più intense della storia del paese, e forse la più straordinaria che sia stata vissuta in prima persona da una comunità di scienziati. Se all'inizio della vicenda il 62% degli svizzeri si dichiarava contrario in linea di principio all'ingegneria genetica, al termine della campagna il 66% dei cittadini votò contro il referendum antibiotech. Uno dei fattori del successo del no fu la campagna mediatica imponente sostenuta dai fondi di alcune compagnie farmaceutiche e biotecnologiche. Ma un altro fu il fatto che gli scienziati (e non solo biotecnologi) chiesero in prima persona e ottennero l'appoggio dell'opinione pubblica. Lo fecero schierando in campo il peso della propria autorità accademica, ma anche i propri corpi, le parole, l'umanità dei singoli. Scegliendo come referente non soltanto politici e industriali. Certo, la situazione era particolare. Il referendum imponeva che il target su cui fare pressione fosse il "cittadino comune". Ma poi la cosa si ripeté.

Se scorriamo fra il 1999 e il 2001 le pagine di Nature e Science, le due più importanti riviste scientifiche mondiali, vediamo succedersi un paio di dozzine fra editoriali, commenti, notizie, che lanciano l'auspicio che gli scienziati - specialmente nell'area biomedica, ma anche in astronomia, fisica delle particelle, chimica - facciano "fronte comune contro i nemici della ricerca", imparino a "costruire una lobby", a comunicare col pubblico, a difendere le proprie ragioni e i propri interessi. In Italia, nel febbraio scorso, abbiamo assistito al fatto clamoroso di una marcia pubblica degli scienziati in difesa della ricerca. E a una esplicita richiesta: che Rutelli e Berlusconi prendessero posizione sulla scienza. Cosa sta succedendo, allora?

Che alcuni scienziati, grandi e meno grandi, diventino a volte anche noti personaggi pubblici, è cosa vera da quando esiste la scienza. Ma oggi sta accadendo qualcosa di più. Alcuni scienziati diventano personaggi pubblici non solo in quanto esponenti di una elite intellettuale. Non solo, o non tanto, in quanto presenze mediatiche, referenti del mondo della politica, della cultura, esperti cui chiedere pareri specifici. Alcuni scelgono di uscire allo scoperto, di farsi personaggi mediatici militanti, per cercare sostegno nell'opinione pubblica. Se una capacità di lobbying da parte del mondo scientifico è sempre esistita, la differenza è che oggi essa è rivolta e si attiva non solo tramite canali legati all'accademia o interni al mondo politico, ma anche attraverso petizioni, lettere aperte, editoriali giornalistici, manifestazioni di piazza.

Un processo che è importante analizzare, e che è parte di quella transizione che il fisico e sociologo della scienza inglese John Ziman ha definito come passaggio a una istituzione scienza di tipo post-accademico. La scienza di oggi, sempre più fatta di grandi numeri (gruppi di ricerca numerosi, strumenti sempre più costosi), di aziendalizzazione, di competizione fra ricercatori e gruppi di ricerca, di utilitarismo nella produzione e nell'utilizzo della conoscenza, di brevetti e copyright, è anche un'istituzione che è costretta a rendere conto e a obbedire a vincoli e scelte che non vengono dal proprio interno. E' costretta, ogni anno di più, al dialogo e alla negoziazione con altre istituzioni sociali, con l'industria, la politica, i movimenti sociali.

Si tratta di un processo importante che rischia di avere effetti drammatici sulla scienza, ma che può portare anche preziosi benefici. Non capirlo e non saperlo gestire può significare rassegnarsi all'avvento di una scienza costretta a fare show, dominata dall'audience, finanziata da scelte strumentali, il cui baricentro sia tutto spostato sulla produzione di tecnologia e non su quella delle idee. Capirlo e saperlo gestire può invece dare l'opportunità di potenziare le valenze culturali, antiautoritarie, che la scienza può garantire: quelle legate alla costruzione di una razionalità scettica i cui modelli sono fatti per essere messi in dubbio, le cui teorie nascono pronte per essere falsificate.
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Cultura-Impresa scientifica