RASSEGNA STAMPA

24 NOVEMBRE 2001
GIULIO GIORELLO
Avversario dell'idealismo crociano, ci fece riscoprire Galileo

"Volevo una filosofia capace di ripensare i modi con cui scienziati e artigiani, teorici e tecnici hanno concettualizzato il mondo, la natura, la storia costruendo visioni in cui le acquisizioni specialistiche acquistano via via il loro senso". Così dichiarava (1979) a Marco Mondadori e a chi scrive Ludovico Geymonat in un libro intervista che aveva scelto di intitolare Paradossi e rivoluzioni (il Saggiatore, Milano). A dieci anni dalla sua scomparsa quella volontà viene ricordata in un convegno ("Dalla fisica alle scienze del vivente. In onore di Ludovico Geymonat") promosso dall'Università degli Studi di Milano (martedì 27 novembre, Aula Magna, via Festa del Perdono 5/7), nonché in un incontro indetto dall'associazione Nuova Civiltà delle Macchine (Forlì 29 novembre - 1 dicembre). Di schiatta valdese, nato a Torino nel 1908, Geymonat aveva il carattere forte e duro delle sue montagne. Si era laureato prima in filosofia, poi in matematica. Ribelle al fascismo e insofferente della cultura dell'idealismo italiano (di Croce oltre che di Gentile), affascinato dallo stile filosofico della "grande Vienna" (ove fisici e matematici, economisti e logici davano l'assalto alla metafisica tradizionale in nome del rigore nel linguaggio e del valore dell'esperienza), in seguito militante del Partito Comunista e comandante partigiano, Ludovico, dopo la Liberazione, aveva creduto in un nuovo razionalismo che costituisse la chiave di volta di un rinnovamento culturale e politico non solo del nostro Paese, ma dell'Europa intera. Una sfida difficile che doveva portarlo a posizioni sempre più critiche nei confronti della realtà italiana, a cominciare dallo stesso Pci, con il quale ruppe clamorosamente e ben prima del fatidico 1968, e convincerlo del ruolo decisivo dell'"impegno" sia nelle strutture pubbliche sia in quelle private.

Poiché nemmeno oggi si è sopita la tendenza perversa a escludere dalla cultura il patrimonio scientifico e tecnico, è bene ricordare come l'università debba a Geymonat la rinascita di discipline come la Logica, la Filosofia e la Storia della scienza in facoltà letterarie e scientifiche. È il corrispettivo istituzionale di un lavoro editoriale che andava dalla direzione della Collana di Filosofia della Scienza presso la Feltrinelli al coordinamento della grande Enciclopedia della Scienza e della Tecnica , Mondadori, dal progetto dei Classici della Scienza UTET alla Storia del pensiero filosofico-scientifico pubblicata da Garzanti.

Ai suoi allievi Ludovico amava ripetere (dalla cattedra, ma talvolta anche davanti a una bottiglia di grappa) che la vera libertà è soprattutto libertà di cambiare, invitandoli a contestare e a creare secondo il modello dell'artigiano e del tecnico. Più si guardava a quel tipo di pratiche meno si sentiva il bisogno di una garanzia ideologica che fornisse una fin troppo facile sicurezza. Il banco di prova delle intuizioni scientifiche era "nel lavoro degli ingegneri, dei costruttori e degli operatori". Come ebbe a dire (1963) in occasione della messa in scena della Vita di Galileo di Brecht per opera di Strehler al Piccolo Teatro di Milano, "di fronte a questo nuovo stato di cose, nessuna autorità, terrena o celeste, può conservare l'illusione di dettare agli scienziati la strada della verità". Quanto alla filosofia, essa non può più pretendere di stabilire principi immutabili cui l'impresa tecnico-scientifica dovrebbe obbedire. Piuttosto, essa deve imparare a cambiare pelle e a mutare noi stessi mentre la scienza trasforma il mondo.

"La fedeltà ai principi non ha più senso: deve venire sostituita con la fedeltà allo spirito scientifico". Ma questo soffia dove vuole, "e spesso ci conduce al rovesciamento delle nostre più rispettabili teorie". Dichiara il Galileo immaginato da Brecht: "Quello che oggi scriviamo sulla lavagna, domani lo cancelleremo". E il Galileo della storia, cui Geymonat dedicò uno dei suoi libri più celebri (1957), non aveva avuto paura di "sovvertire" la "fabbrica dei cieli" di Aristotele, ritenendosi in questo il migliore seguace del filosofo greco - proprio come, commentava Ludovico, il Riemann che aveva dispiegato la gamma delle possibili "geometrie non euclidee" andava considerato il miglior seguace di Euclide!
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