![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 NOVEMBRE 2001 |
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La
compassione è un sentimento probabilmente radicato nel nostro patrimonio
biologico. Ma questo non vuol dire che essa sia priva di razionalità. Infatti,
come affermò Aristotele, di solito essa ha bisogno, per manifestarsi, di tre
condizioni: che un avvenimento seriamente negativo abbia colpito qualcun altro;
che tale evento non sia dipeso (o almeno non interamente) dalla responsabilità
di quella persona; e che noi stessi siamo vulnerabili nella stessa maniera.
Quindi la compassione crea un legame psicologico tra i nostri interessi
egoistici e la realtà di ciò che, nel bene o nel male, capita ad un'altra
persona. Per questo motivo è un sentimento di alto valore morale, quando si
manifesta nella giusta maniera. Spesso, tuttavia, la compassione non può
manifestarsi perché non riesce a mettere in contatto con l'individuo che soffre
delle persone distanti dalle sue concrete possibilità e debolezze. A volte,
inoltre, la compassione fallisce perché non comprende la serietà del male: a
volte, per esempio, semplicemente non prendiamo davvero sul serio la fame e la
malattia di persone lontane da noi.
Questi
limiti sono probabilmente impliciti nella natura della compassione, così come
si sviluppa nell'infanzia e nell'età adulta: prima elaboriamo un intenso
attaccamento per la dimensione locale e solo gradualmente impariamo a provare
compassione per le persone fuori della nostra cerchia sociale più immediata.
Per molti americani, tale estensione del proprio interessamento morale si ferma
ai confini nazionali.
La maggior
parte di noi è cresciuta nella convinzione che tutti gli esseri umani abbiano
uguale dignità. Almeno, le maggiori religioni del mondo e la maggior parte
delle filosofie laiche ci insegnano questo. Ma la nostra emotività non ci
crede. Proviamo dolore per coloro che conosciamo, non per gli estranei. E la
maggior parte di noi prova dei sentimenti profondi nei confronti dell'America,
dei sentimenti che non proviamo per l'India o la Russia o il Ruanda. Ma
dobbiamo uscire fuori dai nostri abituali schemi mentali, altrimenti la nostra
vita morale finirà per essere priva di ogni coinvolgimento emotivo. Aristotele
affermò, plausibilmente, che la sollecitudine verso gli altri si impara in piccoli
gruppi, cementati da un più intenso attaccamento.
Se vogliamo
che la nostra esistenza accanto al prossimo sia ricca di una vigorosa passione
per la giustizia in un mondo in cui regna l'ingiustizia e di una forte
propensione alla solidarietà in un mondo dove molti vanno avanti senza ciò di
cui hanno bisogno, faremo bene a cominciare, per lo meno, dai nostri potenti e
familiari sentimenti nei confronti della nostra famiglia, della nostra città,
del nostro Paese.
Ma il
coinvolgimento emotivo non dovrebbe arrestarsi ai confini nazionali. Gli
americani sono tutti troppo inclini a una tale limitatezza emotiva. Mentre
altri si davano da fare per tentare di salvare gli ebrei durante l'Olocausto,
l'inazione e la (generale) mancanza d'interesse dell'America si rivelava
severamente condannabile. C'è voluta Pearl Harbor per indurci quantomeno al
sostegno dei nostri alleati. E peggio: la nostra convinzione che il noi sia
tutto ciò che importa può facilmente degenerare nella demonizzazione di un
immaginario loro , di un gruppo di estranei che vengono percepiti come nemici
dell'invulnerabilità e dell'orgoglio di un noi pieno di prosopopea. Oggi è
troppo facile per gli americani, a esempio, vedere il mondo in termini di un
confronto tra un'America buona e un Islam cattivo, e di conseguenza demonizzare
tutti i musulmani, sia qui che all'estero. La compassione ha la sua origine
nell'ambito locale. Ma dal momento che ha anche una componente di riflessione,
essa può essere educata. Possiamo prendere questo disastro come un'occasione
per restringere il nostro punto di vista, diffidando del resto del mondo e
provando solidarietà solo per gli americani. O possiamo prenderlo come
un'occasione per allargare i nostri orizzonti etici.
Accorgendoci
di quanto sia vulnerabile il nostro grande Paese, possiamo imparare qualcosa
riguardo alla vulnerabilità che tutti gli esseri umani condividono, possiamo
comprendere che cosa significhi per degli estranei lontani perdere coloro che
amano a causa di una tragedia che non dipende da loro, che sia la fame o
un'inondazione o la pulizia etnica. In questo frangente terribile possiamo
rinnovare il nostro impegno per un'uguale dignità del genere umano, pretendendo
dai media, e dalle scuole, che alimentino e potenzino la nostra immaginazione
presentando l'esistenza dei non americani come intensa, ricca e degna di una
partecipazione emotiva da parte nostra.
(Traduzione
di Chiara Rizzo)
L'articolo compare in versione integrale nel nuovo numero del
bimestrale Reset nell'ambito di un dossier sulla guerra
Martha Nussbaum è Docente di Diritto ed Etica presso l'Università di Chicago