![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 NOVEMBRE 2001 |
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Uno dei fili
che con coerenza e insistenza percorre gli scritti di Michel Serres è la
volontà di pensare la trasformazione che la nostra epoca ha conosciuto negli
ultimi decenni: il passaggio da una società prometeica, dominata dalla
produzione, a una società votata a Ermes, dunque dominata dalla comunicazione,
e dalla trasmissione di messaggi. E' nel sistema di Leibniz che Serres,
grazie alla scatola di attrezzi dello strutturalismo matematico, ha scorto il
primo esempio di un universo comunicazionale, in cui modelli e strutture
circolano e si trasportano. Da allora Serres non ha mai smesso di compiere un
vagabondaggio nel Paese d'Enciclopedia, di promuovere un'opera di cucitura, di sintesi,
fragile ma necessaria, fra campi del sapere che tendiamo per colpevole
ignoranza a separare, sforzandosi di riconnettere ciò che un tempo chiamavamo
"le due culture". Il suo pensiero ha riproposto, con largo anticipo,
l'esigenza di pensare nei termini del globale, di far cospirare i nostri saperi
settoriali, lontano da ogni tradizione analitica o da ogni consolazione nel
frammento, da ogni facile riconduzione agli ismi della tradizione filosofica.
L'opera di Serres si costruisce sulle preposizioni più che sui sostantivi o sui
verbi; conduce e seduce, è una filosofia del passaggio e dell'attraversamento
che, al di là di tesi su cui si può e si deve discutere, ripropone l'esigenza
di varcare le soglie che la filosofia moderna ha distinto: la natura e la
cultura, il soggetto e l'oggetto, il naturalismo delle scienze e un umanesimo
rinnovato. Può risultare talvolta più proficuo passare attraverso le opere
letterarie o artistiche per cogliere le novità che trasformano la morena
frontale della cultura di un'epoca: ad esempio rileggere i romanzi di Zola per
valutare l'emergere della termodinamica, che già si annuncia nella pittura di
Turner.
Inoltre, da
Serres impariamo a riflettere sul fatto che il sapere che diciamo esatto e
oggettivo nasconde anch'esso il problema del Male, sulla sua scorta seguiamo il
tragitto lungo il quale la storia delle scienze ripercorre la storia delle
religioni, conosce istanze sacrificali e conflitti giuridici. E ci confermiano
nel fatto che il nostro ultimo mito è credere che possa darsi scienza
purificata da ogni mito. Ogni passo in avanti dei saperi rinnova un passato
immemoriale, risveglia strati arcaici che credevamo di avere per sempre
abbandonato. La conoscenza possiede, come l'ellisse kepleriana, due fuochi, uno
dei quali è occupato dal sole, mentre l'altro costituisce il lato oscuro che
sempre lo accompagna. Come la fisica poetica di Lucrezio si inscrive fra il
sacrificio di Ifigenia e la peste di Atene, così la tragedia del Challenger
ripete i sacrifici cartaginesi al dio Baal, l'Olocausto, nel senso etimologico
di distruzione nel fuoco, ritorna nei roghi delle vacche folli in Inghilterra.
La nostra conversazione con Serres avviene a Urbino, dove ha ricevuto la laurea
honoris causa in sociologia.
Lei ha scritto, ad esempio in "Statues", che le
religioni hanno contribuito a saldare i legami nella collettività,
permettendone la conservazione nei tempi lunghi della storia; in più occasioni,
e tra queste la condanna a morte di Salman Rusdhie, ha ribadito la necessità
del dialogo fra le religioni. Intanto, nella guerra in corso, il richiamo
religioso è spesso usato come arma di propaganda.
L'ideologia
religiosa che accompagna questa guerra è pura apparenza, la sostanza riguarda i
contrasti di ordine economico e sociale tra il mondo occidentale e gli altri
paesi. Non posso immaginare un solo istante che l'America sia la reale
rappresentante del Cristianesimo: mi suonerebbe come una pessima battuta. E'
vero che sul dollaro sta scritto "In God we trust" (Noi confidiamo in
Dio), ma io aggiungo "the others pay cash" (gli altri pagano in
contanti).
Il problema della guerra è parte integrante anche della sua
riflessione filosofica in senso stretto. Lei ha indicato la cultura
dell'occidente come una guerra proseguita con altri mezzi, critica e
sospettosa, pronta alla polemica (polemos significa appunto guerra) e ad
esaltare lo scontro fra gli opposti. E' stata l'esigenza di sfuggire a questa
tradizione di violenza a farle dire che Simone Weil è la sola filosofa ad
averla veramente influenzata?
Ho preso le
distanze dalla filosofia contemporanea per diverse ragioni. Da quella politica,
innanzi tutto, perché ripeteva schemi vecchissimi, non più applicabili al mondo
contemporaneo; ad esempio l'impegno nel senso di Sartre, che era un impegno
politico, supponeva un problema risolto, cioè la comprensione della
contemporaneità. Come ho scritto Hominescence ciò che è accaduto tra gli anni
'50 e '80 mostra come i filosofi che si dicevano impegnati siano in realtà
rimasti alla superficie degli eventi, senza indagare il cuore della
contemporaneità vera e propria. In seguito, mi sono trovato a prendere le
distanze da coloro che si fondavano esclusivamente sulle scienze umane avendo
abbandonato completamente il settore delle scienze esatte, perché anche questo
ha avuto un costo nella interpretazione del contemporaneo. Inoltre, ho preso le
distanze da coloro che riducevano la filosofia ad un fenomeno di linguaggio,
perché non credo che questo sia sufficiente a spiegare le cose nella loro
profondità.
La sua filosofia, anche per le matrici strutturali, è sempre stata
caratterizzata da una impostazione non antropocentrica e duramente contraria a
ogni forma di narcisismo umano. Ora, il suo ultimo libro pare segnare una
svolta, perché gli sviluppi delle tecniche sembrano condurci a una capacità di
intervento illimitata sul corpo e sull'ambiente. E lei finisce per ribaltare
ciò che Foucault, in "Le parole e le cose", aveva indicato come
assunzione consapevole della modernità, cioè la finitudine dell'uomo.
Quando ho
scritto il libro non avevo in mente Foucault, che del resto ho conosciuto
molto bene: siamo stati colleghi per anni, prima a Clermont Ferrand e poi a
Vincennes. Ma il tema della finitudine è ben anteriore alla filosofia di
Foucault, e inoltre, quando egli parla dei grandi cambiamenti che si verificano
nell'età classica considera soprattutto quei fatti che attengono al sapere,
all'episteme. Ora, in Hominescence, abbandono in parte il campo del sapere
perché considero in primo luogo il rapporto con la morte, poi la fine delle
pratiche agricole come modelli dell'attività umana e ancora il rapporto diretto
con il corpo, cioè il dolore, la speranza di vita, il rapporto con la malattia,
l'alimentazione, la riproduzione, e infine le nuove tecnologie e la pace.
Dunque, la trasformazione che descrivo in relazione alla seconda metà del XX
secolo non mi sembra tanto determinata a partire dal sapere, dalla
sovrastruttura cognitiva, quanto da eventi di vita, di carne, di rapporto con
l'ambiente, con il mondo. Non ho parlato della finitudine perché trovo che essa
sia una piacevole dimora: ora noi stiamo parlando in un ambiente perimetrato da
muri, che non solo ci limitano ma anche ci riparano. Al contrario, nel momento
in cui i mezzi tecnici ci offrono opportunità sempre più articolate di
controllo, ci accorgiamo di quanto crescono le nostre responsabilità e di
conseguenza le difficoltà di gestione nella nostra relazione con il mondo. Oggi
non si sa quale sia il limite entro il quale si situano le nostre azioni, comprese
le pratiche più quotidiane, tutte passibili - per esempio - di ricadute
sull'inquinamento. Perciò, la finitudine non è più il vero problema, né è la
nostra dimora: lo è stata per l'eroe solitario in lotta contro la trascendenza:
era bello a vedersi, un piacevole spettacolo teatrale.
In un saggio degli anni '70, "Thanatocrathie", lei
osservava che lo sviluppo delle scienze ci mette a disposizione un potere di
distruzione globale: saremmo virtualmente in grado di distruggere la Terra
stessa. Nel "Contratto naturale" ha proposto una sorta di etica
ambientale, ricordandoci che la saggezza implica il ritegno, il rifiuto della
logica imperialistica dei parassiti, che prendono senza nulla dare, che
cancellano il volto variegato della Terra e annullano la biodiversità. Dunque,
lei ha proposto temi prossimi al pensiero ecologista, con il quale tuttavia è
anche in contrasto.
Quando
scrissi Il contratto naturale, gli ecologisti si precipitarono attorno a me,
prendendomi per il loro vangelo, sebbene avessero mancato di osservare che nel
mio libro il termine ecologia non viene mai pronunciato e per due ragioni:
intanto perché l'ecologia è una scienza molto esigente e elaborata, in cui sono
coinvolte la matematica, la chimica, la biologia; poi perché non appartengo al
partito degli ecologisti, mi sento libero nei confronti dei Verdi e dei
problemi che sollevano. Sebbene mi abbiano accusato di appartenere alla deep
ecology, non sapevo nemmeno che esistesse. Sono d'accordo sulla necessità di
battersi contro le multinazionali, ma non di combattere la scienza, sebbene sia
consapevole di quanto è difficile tenerle distinte. Tempo fa avevo scritto un
giuramento d'Ippocrate per gli scienziati, perché la scienza fosse sempre più
indipendente, ma di fatto è vieppiù interna alle grandi compagnie.
I problemi connessi alla globalizzazione, lei li ha affrontati
soprattutto in riferimento alle trasformazioni recenti dei mezzi di
comunicazione. In "Atlas" lei ha indicato nella Grande Rete un luogo
possibile di incontro fra locale e globale; ma nell'universo della
comunicazione i problemi classici del controllo e della gestione degli scambi,
se vogliamo della democrazia, non si annullano ma si ripropongono.
La questione
che le mi pone è di ordine giuridico: chi avrà il diritto di controllare o di
far passare dei messaggi? E' un problema molto complesso, la mia idea è che per
il momento la Rete sia un luogo di non-diritto, di cui molti diffidano, e non
senza ragione. Tuttavia, non c'è dubbio che la Rete sia particolarmente adattata
alla circolazione dei messaggi, ad un tipo di relazioni nuove, ed è di là che
passeranno le novità di tipo relazionale-politico. Di fronte ai processi della
globalizzazione la filosofia è in ritardo; siamo servitori della differenza e
del singolare da ormai cinquant'anni, mentre nel mondo va accelerando un
cammino in senso contrario, con prezzi da pagare considerevoli, soprattutto per
i più poveri. Ora, se la filosofia si leva al crepuscolo tradisce, è necessario
che si svegli prima dell'alba.
Il suo ultimo libro, "Hominescence" ci aiuta a
comprendere meglio l'approdo all'antropologia. Lei considera compiuto il
"passaggio a Nord-Ovest", dal naturale all'umano. Come diventa
possibile, oggi, costruire un umanesimo sorretto dagli esiti delle scienze?
Sono lieto che lei mi ponga questa domanda; fino ad ora avevo esplorato in modo accurato, sia nella storia che nell'epistemologia, soltanto scienze della materia inerte, ad esempio questioni attinenti alla matematica e alla fisica. Da circa sette, otto anni lavoro essenzialmente sulle questioni che coinvolgono esseri viventi, sulla biologia, sulla biochimica, sull'antropologia. Ma in fondo è sempre la matematica a guidarmi: la biochimica dà finalmente ragione a Galileo, dimostra che la matematica è nel reale. Inoltre, comincio a comprendere meglio quale articolazione possa esistere tra l'evoluzione in senso darwiniano, la storia umana e i problemi della cultura, e dai loro nessi ho cominciato a elaborare un certo numero di concetti, che mi sembra illustrino problemi ineludibili nel contesto della mondializzazione. Sono questioni che fanno pensare a una sorta di nuovo Rinascimento, ricordano i problemi che si erano presentati ai tempi di Montaigne, di Erasmo, ossia se di fronte alla moltitudine delle culture vi sia un globale da pensare. Nel momento in cui si dice che le grandi narrazioni sono tramontate, proprio allora, grazie ai risultati comuni che le scienze producono, esse tornano a costruirsi in maniera globale e probabilmente vera.