![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 NOVEMBRE 2001 |
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OLTRE I TABÙ DELLA POLITICA INTERNAZIONALE
Dove sono
finiti gli Imperi? La storia che abbiamo studiato a scuola era tutta loro:
sumeri, babilonesi, persiani, greci, romani, bizantini; Sacro Romano Impero,
Impero asburgico, Impero spagnolo, portoghese, britannico, francese, sovietico.
All'inizio del '900, appena cento anni fa, ce n'erano ancora quattro:
AustroUngarico, Germanico, Russo e Ottomano. All'alba del 2000 non ce n'è più
nessuno. E' una situazione senza precedenti nella Storia. Può il globo vivere
nell'ordine e nella prosperità senza gli Imperi?
Secondo Robert
Cooper, un diplomatico di carriera del Foreign Office, no: non è possibile. Le
sue tesi, ardite e penetranti, potrebbero essere confinate al mondo delle idee,
del dibattito libero e spregiudicato che vivacizza la cultura anglosassone. Se
non fosse per un piccolo particolare: Cooper è il nuovo "guru" di
Tony Blair, il suo più ascoltato consigliere diplomatico, incaricato
direttamente dal primo ministro di "costruire" il futuro Afghanistan.
Le sue opinioni, dunque, possono assumere il carattere di una nuova
"dottrina" internazionale, e influenzare le decisioni politiche, così
come la "teoria del contenimento" fornì la basi teoriche della Guerra
Fredda. Ridotta al nocciolo, questa nuova "dottrina" dice che è
"possibile immaginare un nuovo imperialismo difensivo". Gentile,
democratico, esportatore di elezioni e di diritti umani, oltre che di leggi e
moneta. E spesso "volontario", basato cioè non sull'esercizio della
forza ma sulla volontà degli stati che ne sono fuori di sottomettervisi, per
porre fine a caos e insicurezza interni. Un impero adatto ai tempi e alla
sensibilità dell'epoca, dunque, ma pur sempre un Impero, senza il quale il
mondo non può conoscere una pace stabile e duratura. Se ci pensate, dalla
caduta dell'ultimo Impero, quello sovietico, l'Occidente è già stato coinvolto
in quattro guerre nel breve volgere di undici anni: Golfo, Bosnia, Kosovo,
Afghanistan. Un po' troppe, per poter parlare di pace.
Quella di
Robert Cooper non è la classica profezia "ex post", l'ennesima
trovata pubblicistica per "scoprire" con una brillante idea qualcosa
che è già accaduto. L'uomo è noto in Whitehall come la Cassandra che ha
tormentato Blair per anni con i suoi plumbei scenarii afghani. L'anno passato
aveva pubblicato un pamphlet inquietante per preveggenza, nel quale descriveva
un mondo diviso come durante la Guerra Fredda, ma secondo nuove linee di
frattura, in tre tipi di stati: quelli "premoderni", dove domina il
caos; quelli "moderni", statinazione che vivono in ordine all'interno
di precisi confini; e quelli "postmoderni", nei quali lo statonazione
sta diluendosi all'interno di un nuovo sistema imperiale, come è nel caso
dell'Unione Europea. Il punto centrale della teoria di Cooper è che si può
determinare - e infatti si è determinata - una "incompatibilità" tra
questi tre ordini. "Dove lo stato "premoderno" è troppo debole
per essere pericoloso, attori nonstatali, come trafficanti di droga, crimine
organizzato, gruppi terroristici, possono diventare troppo forti. Se, usando
come base gli stati "premoderni", queste forze diventano pericolose
per gli stati "moderni", è possibile immaginare un imperialismo
difensivo". "Nuovo", ma necessario per "creare
stabilità", trasformando gli stati "premoderni" in stati
"moderni": esattamente il rebus che la comunità internazionale si
trova oggi a dover risolvere a Kabul.
Sarebbe
sbagliato leggere questa "dottrina" con gli occhi di chi sospetta le
solite nostalgie imperiali britanniche. L'esperienza imperiale ne è certo il
brodo di coltura (ricordate il Kim di Rudyard Kipling, l'agente inglese che si
imbarca nel "Grande Gioco" in Afghanistan?); ma non ne è
l'anacronistico modello. E sarebbe altrettanto sbagliato liquidarla come
l'ennesima tentazione militarista e oppressiva del mondo sviluppato. Per
capirlo, basta leggere il saggio che Cooper ha scritto prima dell'11 settembre
e ha pubblicato sulla rivista Prospect dopo l'attentato di New York.
Il cuore
della questione - secondo Cooper - è che la "decolonizzazione ha lasciato
le excolonie con strutture statuali che erano in molti casi straniere alle
tradizioni locali... spesso la decolonizzazione è stata dunque anche più
profondamente imperialista dell'impero stesso". La critica, qui, è ai
concetti di autogoverno e di autodeterminazione dei popoli, che hanno dominato
la politica internazionale da Woodrow Wilson a oggi. In nome di quei principi,
il concetto di StatoNazione è stato tirato da tutte le parti per soddisfare
nazionalismi, demagoghi locali e interessi delle grandi potenze. Mentre invece
"non esiste una chiara definizione della nazione". Quando Cavour,
fatta l'Italia, voleva fare gli italiani, solo il 2% della popolazione della
nuova realtà statuale parlava la stessa lingua. La Nigeria è un'invezione dei
poteri europei al Congresso di Berlino. "Sono i baschi o i catalani
nazioni? Il popolo arabo è una nazione? Quante nazioni ci sono in Sudafrica? La
nazione è spesso la creazione dello stato, non viceversa. E specialmente del
ministero per l'educazione. Gli stati nazione quasi sempre contengono
minoranze, ed essendo basati sull'identità nazionale hanno una tendenza
naturale a escludere le minoranze". Il risultato è sotto gli occhi di
tutti. Negli ultimi 50 anni il numero di stati è cresciuto a un ritmo
impressionante: erano in 51 a firmare la Carta delle Nazioni Unite nel 1945,
ora l'Onu ha 189 membri.
Il grande
paradosso - secondo Cooper - è che l'integrazione economica portata dalla
globalizzazione non ha frenato la tendenza alla frammentazione politica, ma
anzi l'ha resa più agevole. In un mondo "di economie chiuse e
protezionismo, era importante essere grandi; ma in un mondo senza frontiere per
le merci, che differenza fa?". Gli stati che restano fuori dalla
globalizzazione, degradano molto velocemente: "Mutilazioni in Sierra
Leone, oppressione delle donne in Afghanistan, violenza genocida nei
Balcani". E la "teoria del domino", che non si è dimostrata
particolarmente vera per il comunismo, funziona perfettamente con il caos: la
Sierra Leone destabilizza la Liberia, l'Afghanistan il Pakistan, e così via.
Che fare? In
altri tempi "la soluzione sarebbe stata la colonizzazione. Ma oggi non ci
sono poteri coloniali disposti a fare questo lavoro". Non è solo questione
di risorse: un pugno di uomini bianchi (gli europei saranno appena 600 milioni
nel 2050, e gli africani due miliardi) non può più controllare il mondo come un
pugno di britannici controllarono l'India. E' anche questione di valori.
Esattamente le stesse ragioni che hanno reso il mondo sviluppato 86 volte più
ricco di quello povero - libertà di scambi, libertà di parola e stato di
diritto - gli rendono oggi impossibile fare ciò che fece quando era solo tre
volte più ricco: colonizzare. "Sia la domanda che l'offerta di
imperialismo si sono prosciugate".
Eppure
"un sistema in cui il forte protegge il debole, in cui l'efficiente e ben
governato esporta stabilità e libertà, in cui il mondo sia aperto agli
investimenti e alla crescita, sembra estremamente desiderabile. Se è vero che
gli Imperi non sono sempre stati questo, è anche vero che spesso sono stati
meglio del caos e della barbarie che li hanno sostituiti". Ma "in un
mondo di diritti umani e valori borghesi", sorvegliati e predicati dai
nuovi missionari delle "organizzazioni non governative", "il
nuovo imperialismo sarà in ogni caso diverso da quello vecchio". Sarà
volontario. Come già avviene, del resto, in due casi: l'imperialismo
finanziario, l'imperialismo dei vicini.
Il primo è
guidato dal Fondo Monetario Internazionale. Il quale concede prestiti e aiuti
in cambio di controllo e del rispetto delle regole. "Non usa violenza,
solo denaro". Gli stati che vi si sottomettono "non perdono
sovranità, ma prestano temporaneamente la loro sovranità", in cambio della
vantaggiosa integrazione nella comunità economica internazionale.
La seconda
forma di "nuovo imperialismo" è ben rappresentata dalla Unione
Europea. Avendo instabilità alle sue frontiere, a differenza degli Stati Uniti,
l'Europa ha un interesse diretto a integrare i paesi appena decolonizzati
dell'est e sud del continente. Ma la cosa straordinaria è che mentre l'antica
Roma dovette esportare le sue leggi e la sua moneta con la forza dei soldati,
oggi sono gli stessi paesi confinanti con la Ue che sudano le sette camicie per
adattare le proprie leggi e le proprie economie, in modo da essere accettate
nel "nuovo Impero cooperativo", per il quale Cooper non disdegnerebbe
il nome di "Commonwealth".
Così, quella
che poteva sembrare all'inizio una perfida albionata, diventa la più
appassionata perorazione dei vantaggi dell'Europa unita, proveniente per giunta
dal più improbabile dei pulpiti: il Foreign Office a Londra. Il modello del
"nuovo impero moderno, democratico e cooperativo" è dunque l'Europa:
"Come Roma - conclude Cooper - darà ai suoi cittadini leggi, moneta e
qualche strada, nella libertà comune".
Se Tony Blair si fiderà dei consigli del suo "guru" non solo per l'Afghanistan ma anche per l'Euro, prepariamoci a vederne delle belle.