![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 NOVEMBRE 2001 |
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Ecco cosa
emerge dal vertice tra i governi a Marrakesh
Il
Pannello intergovernativo sui cambiamenti climatici (o Intergovernmental panel
on climate change, Ipcc), una istituzione creata dal Programma di sviluppo
delle Nazioni Unite (Undp) e dalla Organizzazione meteorologica mondiale
(Wmo), ha recentemente completato il suo terzo rapporto sullo stato della
ricerca sul clima terrestre. Questo
rapporto, che viene redatto approssimativamente ogni 5 anni con il contributo
di centinaia di esperti, viene considerato dalla comunità scientifica il
documento più autorevole sulla ricerca del clima, e costituisce la base scientifica
su cui si fondano le discussioni fra governi sulle misure da adottare in
relazione a possibili cambiamenti climatici futuri. Il rapporto, che è stato approvato da delegazioni di oltre 100
nazioni a una riunione plenaria dell'Ipcc tenuta a Shanghai, in Cina, dal 17
al 20 gennaio 2001, contiene un numero di importanti conclusioni.
La prima, e più
significativa, è che globalmente la superficie della Terra si è riscaldata di
circa 0,6 gradi durante il ventesimo secolo, e che l'evidenza è sempre più convincente
che il riscaldamento durante gli ultimi 50 anni è da attribuire principalmente
all'effetto serra di gas, come l'anidride carbonica, emessi dalla combustione
di combustibili fossili (per esempio petrolio e carbone). In altre parole, durante gli ultimi 50
anni, il riscaldamento terrestre è soprattutto dovuto ad attività umane. L'effetto dei gas cosiddetti serra
(soprattutto anidride carbonica e metano) è di intrappolare negli strati bassi
della atmosfera una parte dell'energia emessa dalla superficie terrestre e
quindi riscaldare la superficie stessa. Diversi altri indicatori mostrano una
visione di una atmosfera in riscaldamento, come la riduzione estesa di
ghiacciai e copertura nevosa e un innalzamento globale del livello del mare
dovuto soprattutto all'espansione termica dell'acqua. E' anche interessante notare che
ricostruzioni climatiche per l'ultimo millennio indicano che gli anni Novanta
sono stati i più caldi, e in particolare il 1998 l'anno più caldo, del
millennio. Queste conclusioni, che è
importante ricordare sono abbastanza diverse per esempio da quelle del primo
rapporto Ipcc del 1990, sono basate su nuove ricerche che includono sia
osservazioni climatiche più capillari che l'uso di complessi modelli numerici
del clima terrestre che vengono, fatti funzionare sui grandi supercomputer di
ultima generazione. Questi modelli vengono
poi usati per studiare come il clima terrestre può evolversi durante il 21°
secolo assumendo diversi itinerari, o scenari, di emissioni dì gas serra dovuti
a diverse ipotesi di sviluppo sociale e tecnologico. Queste proiezioni di clima ma ci dicono che per la fine del 21°
secolo il riscaldamento globale potrebbe essere fra 1,4 e 5,8 gradi. Questa velocità di riscaldamento sarebbe
senza precedenti nella storia nota del clima terrestre degli ultimi 400.000
anni. Il livello del mare dovrebbe
ulteriormente innalzarsi dai 9 agli 88 cm, il che presenterebbe grossi rischi
per molte aree costiere. Ghiacciai,
copertura nevosa e ghiacci marini dovrebbero ulteriormente diminuire e
dovrebbe esserci un aumento della intensità delle precipitazioni e più in
generale un aumento della intensità di eventi estremi come uragani e tempeste
tropicali. A livello regionale o locale,
le proiezioni dì cambiamenti climatici sono caratterizzate da una maggiore
incertezza, ma appare chiaro dai modelli che grossi cambiamenti climatici a
livello regionale sono probabili. Per
esempio, nell'area del Mediterraneo i modelli indicano che il riscaldamento in
estate potrebbe essere molto maggiore della media globale e che le pioggie
estive potrebbero diminuire significativamente. Questo contribuirebbe a un generale inaridímento della area
Mediterranea.
Perché preoccuparci dei
cambiamenti climatici? Perché questi
possono influenzare molte attività di fondamentale ìmportanza per la società,
come la produttività agricola, le risorse idriche, la salute pubblica, lo sviluppo di zone costiere, la pesca e diverse
attività turistiche e ricreative. Per
dare una idea della possibile entità di questi impatti, basti pensare che è
stato stimato che un aumento del livello del mare di 80 cm significherebbe
dover rilocare circa 15 milioni di abitanti del Bangladesh. I cambiamenti
climatici possono anche influenzare drasticamente ecosistemi naturali, per
esempio le barriere coralline e gli ecosistemi montani. In aggiunta, la frequenza e intensità di
eventi catastrofici come uragani, insondazioní e siccità potrebbe cambiare in
maniera significativa. Questo avrebbe grandi impatti sulle comunità che vivono
a più alto rischio ma anche su attività collaterali come quelle assicurative.
Quello che rende più complesso questo quadro è che, se le proiezioni dei
modelli sono corrette anche solo in prima approssimazione, la perturbazione
climatica introdotta dalle attività umane nelle prossime decadi, non solo
l'emissione dei gas serra, ma anche i cambiamenti della superficie terrestre
causati dall'urbanizzazione e da attività come deforestazione e agricoltura,
sarebbe senza precedenti. Dunque, è
molto difficile prevedere la risposta a queste perturbazioni di un sistema
complesso come la Terra, in cui l'atmosfera, gli oceani, la biosfera e i
ghiacci interagiscono in maniera non-lineare. In altre parole, la risposta del
sistema Terra potrebbe riservare delle "sorprese" non contemplate dai
modelli attuali.
Senza produrre allarmismi
eccessivi o visioni catastrofiche di possibili climi futuri è chiaro che il
problema dei cambiamenti climatici non può essere ignorato né dai governi, né
dal settore privato, né dai singoli cittadini. Ancora molta ricerca è
necessaria per ridurre le incertezze sulle proiezioni di cambiamenti climatici,
specialmente le proiezioni le proiezioni a
scala regionale e locale che sono di maggiore interesse per lo sviluppo di
politiche di riduzione e adattamento a possibili cambiamenti climatici. In queste settimane le delegazioni di molti
governi si sono riunite a Marrakesh per discutere l'implementazione di
politiche miranti alla riduzione della concentrazione di gas serra
nell'atmosfera. E' auspicabile che
queste discussioni portino a delle risoluzioni che non rimangano solo sulla
carta ma vengano rapidamente implementate.
L'autore è capo della sezione di Fisica del clima dell'Abdus Salam international centre for theoretical physics di Trieste