![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 NOVEMBRE 2001 |
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Il suo ideale di filosofia scientifica è
molto più attuale della sua critica al pensiero moderno
Dummett e la Warnock contro Heidegger e
Jaspers
Tommaso Piazza, «Esperienza e sintesi
passiva», Guerini, Milano 2001, pagg. 286.
L. 44.000
Il fatto che Scheler, Heidegger
e Jaspers sono stati gli allievi di Husserl a tutti più noti; la
straordinaria fortuna che, soprattutto in ambienti spiritualisti, ha avuto
l'ultima opera incompiuta di Husserl, La
crisi delle scienze europee, in
cui si svolge una critica dell'oggettivismo fisico-matematico di stampo
galileiano e si addebita la "crisi" della scienza moderna alla sua
autolimitazione positivistica, hanno fatto spesso dimenticare che quello di
Husserl è stato un ideale di "filosofia scientifica" e che i suoi
contributi più duraturi, e oggi particolarmente dibattuti, si annoverano
nell'ambito della logica, della filosofia del linguaggio, della teoria della
conoscenza. In Italia, un'attenzione a
questi aspetti della filosofia di Husserl si deve soprattutto a Preti, a
Piana, a Casari, a Lenoci, e ora a un nutrito gruppo di più giovani (tra
cui Peruzzi, Lanfredini, Spinicci, Costa, Bucci, Piazza) orientati
dallo stesso interesse.
L'oggetto di questo libro di Piazza può apparire
marginale e destinato a sottili esegeti dell'opera husserliana: la svolta
operata da Husserl nelle sue Lezioni
sulla sintesi passiva da una fenomenologia statica, fondata su un concetto
di sensazione non intenzionale e non strutturata, a una fenomenologia
genetica e antiriduzionista, in cui viene profondamente ripensato lo schema
apprensione-contenuto, insieme a tutta una serie di categorie correlate, dalle
distinzioni tra immanenza e trascendenza e tra attività e passività,
all'accezione stessa di coscienza. E
invero, nel libro si trova una analisi puntuale dei testi, insieme a una ben
argomentata ricostruzione dell'itinerario che porta Husserl, dalle Ricerche logiche alle Lezioni, a
riconsiderare il rapporto tra esperienza e conoscenza concettuale, fino ad
assumere come necessaria la distinzione tra sfera concettuale e sfera
non-concettuale (o "ante-predicativa") dell'esperienza e ad abbandonare
come irrealizzabile un progetto fenomenologico che si basi su di una nozione
unitaria di significato o contenuto.
Nel maturo approdo di Husserl,
percepire la realtà e conoscere la realtà determinandola in
accordo ai concetti veicolati dai nostri linguaggi naturali sono due sfere
autonome, regolate da "costrizioni" e modalità di organizzazione
diverse, che fanno risultare diversi i contenuti linguistico-concettuali e i
contenuti percettivi (in modo da ovviare così, fa notare Piazza, a un'aporia e
a una circolarità di spiegazione irrisolte
da Kant allo Husserl delle Ricerche
logiche). Ma proprio i termini della
questione affrontata da Piazza ci suggeriscono che l'interesse per le soluzioni
di Husserl va ben oltre una finalità ricostruttiva tutta interna alla sua
opera. Non sfugge, infatti, che quei
termini sono gli stessi che animano un recente dibattito in ambito analitico,
dove i problemi della filosofia della percezione e della filosofia della
mente, una volta declinato da alcuni l'interesse esclusivo e discriminante per
il linguaggio, sono diventati centrali (McDowell, Evans, Peacocke,
Bermudez, più i vari "riscopritori" del Sellars di Empirismo
e filoso fia della mente).
E Piazza fa esplicito
riferimento a quegli autori contemporanei in pagine chiare e convincenti, sia nella parte introduttiva
del libro sia nell'appendice, dove compare anche un'interessante riproposta del
progetto costitutivo di Carnap nell'Aufbau
a integrare un progetto fenomenologico
che persegua una "genesi trascendentale".
I meriti del libro di Piazza, oltre all'originalità del contributo teorico e interpretativo, sono molti: dalla precisione e scorrevolezza dell'esposizione, alla misura e acutezza con cui l'autore si confronta con tesi e interpretazioni di altri studiosi, alla padronanza del retroterra filosofico, da Kant ai filosofi analitici contemporanei, che fa da sfondo alla trattazione. Alla fine, una considerazione viene spontanea su quel dibattito filosofico angloamericano che Piazza opportunamente richiama: è vero che, come ha dimostrato anche Dummett, Husserl è stato fondamentale, seppur spesso tacitamente, nella formazione di tanti filosofi analitici, lo riconosce recentemente anche Mary Warnock, ripercorrendo gli anni della sua formazione a Oxford e ringraziando Husserl di averla ben presto, prima di Wittgenstein, «liberata dalla prigione dei "dati dei sensi", da quegli oggetti interni alla mente che avevano creato tante difficoltà per una loro correlazione con il mondo esterno» (A Memoir, Duckworth 2000, pagg. 66); ed è vero che Husserl appare oggi come il punto di riferimento ineludibile che i temi della percezione, degli stati qualitativi della coscienza, del contenuto della conoscenza e della significazione richiamano sempre più urgentemente nell'ambito del dibattito analitico. Ma è anche vero che tra i filosofi analitici, soprattutto quelli non di formazione "continentale", vige spesso l'idea che basta riferirsi ai grandi del passato solo per avere un "pretesto" da cui partire per sviluppare una filosofia originale. E' esemplare a proposito la candida ammissione di McDowell (Mente e mondo, Einaudi 1999) che l'unica cosa di Kant che gli interessa è la lettura che ne ha dato Strawson e un semplice motto: quello che ci parla delle intuizioni senza concetti come cieche e dei concetti senza intuizioni come vuoti. Poi il suo passo è lesto a saltare a Wittgenstein, Sellars e Hegel per avere altri "pretesti" di soluzione che fermino l'"altalena", come lui la chiama, delle opzioni o empiriste o razionaliste in tema di percezione e conoscenza. Per misurare però l'originalità e a volte anche la cogenza delle argomentazioni, potrebbe servire leggere meglio Kant, sia quei filosofi, come Husserl, altri fenomenologi e altri eredi novecenteschi del kantismo, che hanno elaborato risposte dall'interno di quella tradizione. Il libro di Piazza risulta indirettamente in questo senso un utile promemoria per tanti anglofoni distratti.