RASSEGNA STAMPA

11 NOVEMBRE 2001
ALESSANDRO PAGNINI
La fenomenologia genetica di Husserl

Il suo ideale di filosofia scientifica è molto più attuale della sua critica al pensiero moderno

Dummett e la Warnock contro Heidegger e Jaspers

Tommaso Piazza, «Espe­rienza e sintesi passiva», Guerini, Milano 2001, pagg. 286.  L. 44.000

Il fatto che Scheler, Heidegger e Jaspers sono stati gli allievi di Husserl a tut­ti più noti; la straordinaria for­tuna che, soprattutto in am­bienti spiritualisti, ha avuto l'ultima opera incompiuta di Husserl, La crisi delle scienze europee, in cui si svolge una critica dell'oggettivismo fisi­co-matematico di stampo galileiano e si addebita la "crisi" della scienza moderna alla sua autolimitazione positivisti­ca, hanno fatto spesso dimen­ticare che quello di Husserl è stato un ideale di "filosofia scientifica" e che i suoi contri­buti più duraturi, e oggi parti­colarmente dibattuti, si anno­verano nell'ambito della logi­ca, della filosofia del linguag­gio, della teoria della conoscenza.  In Italia, un'attenzio­ne a questi aspetti della filosofia di Husserl si deve soprat­tutto a Preti, a Piana, a Casa­ri, a Lenoci, e ora a un nutrito gruppo di più giovani (tra cui Peruzzi, Lanfredini, Spinicci, Costa, Bucci, Piazza) orienta­ti dallo stesso interesse.

L'oggetto di questo libro di Piazza può apparire marginale e destinato a sottili esegeti del­l'opera husserliana: la svolta operata da Husserl nelle sue Lezioni sulla sintesi passiva da una fenomenologia statica, fondata su un concetto di sen­sazione non intenzionale e non strutturata, a una fenome­nologia genetica e antiriduzio­nista, in cui viene profonda­mente ripensato lo schema ap­prensione-contenuto, insieme a tutta una serie di categorie correlate, dalle distinzioni tra immanenza e trascendenza e tra attività e passività, all'accezione stessa di coscienza.  E invero, nel libro si trova una analisi puntuale dei testi, insie­me a una ben argomentata ri­costruzione dell'itinerario che porta Husserl, dalle Ricerche logiche alle Lezioni, a riconsi­derare il rapporto tra esperien­za e conoscenza concettuale, fino ad assumere come necessaria la distinzione tra sfera concettuale e sfera non-concet­tuale (o "ante-predicativa") dell'esperienza e ad abbando­nare come irrealizzabile un progetto fenomenologico che si basi su di una nozione unita­ria di significato o contenuto.  Nel maturo approdo di Hus­serl, percepire la realtà e cono­scere la realtà determinandola in accordo ai concetti veicola­ti dai nostri linguaggi naturali sono due sfere autonome, re­golate da "costrizioni" e moda­lità di organizzazione diverse, che fanno risultare diversi i contenuti linguistico-concet­tuali e i contenuti percettivi (in modo da ovviare così, fa notare Piazza, a un'aporia e a una circolarità di spiegazione irrisolte da Kant allo Husserl delle Ricerche logiche). Ma proprio i termini della questione affrontata da Piazza ci suggeriscono che l'interesse per le soluzioni di Husserl va ben oltre una finalità ricostruttiva tutta interna alla sua opera.  Non sfugge, in­fatti, che quei termini sono gli stessi che animano un recente dibattito in ambito analitico, dove i problemi della filoso­fia della percezione e della filosofia della mente, una volta declinato da alcuni l'interes­se esclusivo e discriminante per il linguaggio, sono diventati centrali (McDowell, Evans, Peacocke, Bermudez, più i vari "riscopritori" del Sellars di  Empirismo e filoso     fia della mente).

E Piazza fa esplicito riferimento a quegli autori contemporanei in pagine chiare e  convincenti, sia nella parte introduttiva del libro sia nell'appendice, dove compare anche un'interessante riproposta del progetto costitu­tivo di Carnap nell'Aufbau a integrare un progetto fenome­nologico che persegua una "genesi trascendentale".

I meriti del libro di Piazza, oltre all'originalità del contributo teorico e interpretativo, sono molti: dalla precisione e scorrevolezza dell'esposizio­ne, alla misura e acutezza con cui l'autore si confronta con tesi e interpretazioni di altri studiosi, alla padronanza del retroterra filosofico, da Kant ai filosofi analitici contempo­ranei, che fa da sfondo alla trattazione.  Alla fine, una considerazione viene spontanea su quel dibattito filosofico an­gloamericano che Piazza opportunamente richiama: è vero che, come ha dimostrato an­che Dummett, Husserl è stato fondamentale, seppur spesso tacitamente, nella formazione di tanti filosofi analitici, lo ri­conosce recentemente anche Mary Warnock, ripercorrendo gli anni della sua formazione a Oxford e ringraziando Hus­serl di averla ben presto, pri­ma di Wittgenstein, «liberata dalla prigione dei "dati dei sensi", da quegli oggetti interni alla mente che avevano creato tante difficoltà per una loro correlazione con il mondo esterno» (A Memoir, Duckwor­th 2000, pagg. 66); ed è vero che Husserl appare oggi come il punto di riferimento ineludibile che i temi della percezio­ne, degli stati qualitativi della coscienza, del contenuto della conoscenza e della significa­zione richiamano sempre più urgentemente nell'ambito del dibattito analitico.  Ma è anche vero che tra i filosofi analitici, soprattutto quelli non di forma­zione "continentale", vige spesso l'idea che basta riferirsi ai grandi del passato solo per avere un "pretesto" da cui partire per sviluppare una filo­sofia originale.  E' esemplare a proposito la candida ammissio­ne di McDowell (Mente e mon­do, Einaudi 1999) che l'unica cosa di Kant che gli interessa è la lettura che ne ha dato Strawson e un semplice mot­to: quello che ci parla delle intuizioni senza concetti come cieche e dei concetti senza intuizioni come vuoti.  Poi il suo passo è lesto a saltare a Wittgenstein, Sellars e Hegel per avere altri "pretesti" di soluzione che fermino l'"altalena", come lui la chiama, delle opzio­ni o empiriste o razionaliste in tema di percezione e conoscen­za. Per misurare però l'origina­lità e a volte anche la cogenza delle argomentazioni, potrebbe servire leggere meglio Kant, sia quei filosofi, come Husserl, altri fenomenologi e altri eredi novecenteschi del kantismo, che hanno elaborato risposte dall'interno di quella tradizione.  Il libro di Piazza risulta indirettamente in questo senso un utile promemoria per tanti anglofoni distratti.
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