![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 NOVEMBRE 2001 |
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In
un dialogo serrato fra di loro, Angelo Bolaffi e Giacomo Marramao in un
saggio appena uscito da Donzelli, Frammento e sistema, affrontano il tema
all'ordine del giorno: il «conflitto-mondo».
Se ne parla ovunque e in continuazione.
Ma è raro trovare una riflessione acuta e meditata come quella riprodotta
qui praticamente in tempo reale.
Dunque,
il conflitto-mondo. Che è come dire il conflitto e anzi la guerra nel mondo
«globalizzato». Donde il problema: se
il mondo è un tutto globale, che senso ha la guerra? E viceversa: se c'è la guerra, che senso ha parlare di
globalizzazione, di universalità dei valori e dei diritti, ecc.?
Un'aporia
solo apparentemente insuperabile. Ma
che può essere risolta tenendo insieme gli opposti piuttosto che tagliando
sbrigativamente il nodo. Con buona pace
di chi afferma (S. Huntington) che le
diverse culture sono realtà non comunicanti e quindi destinate a farsi la
guerra. O di chi viceversa sostiene (F. Fukuyama) che la storia è finita e
dunque la guerra non è che un retaggio barbarico del passato.
Bolaffi
e Marramao suggeriscono di leggere ciò che sta accadendo nella chiave del
passaggio a Occidente. E' un fatto, dicono, che milioni di persone abbiano
cercato e cerchino in Occidente una possibilità di vita più umana - che è poi
cercare la libertà (libertà dal bisogno, ma non soltanto). Ma che cosa significa questo fatto? Forse che il paradigma occidentale è il solo
degno di esistere, costi pure la cancellazione delle singole identità dei
popoli? O non piuttosto che la libertà di cui si tratta è libertà di conservare
quanto di irrinunciabile ciascuno porta con sé?
In
questo caso naturalmente c'è da aspettarsi una tensione conflittuale fra
universalismo e localismo, fra appartenenza al mondo e provenienza nazionale o
addirittura tribale. Ma questo è
conflitto-mondo. Non certo mondo senza
conflitto. Ma neppure conflitto di
mondi.
Ben prima che la questione si presentasse in tutta evidenza, il pensiero filosofico l'aveva anticipata sul piano strettamente concettuale. Senza però venisse a capo. Al contrario, stemperandola in una vaga retorica o in una consolante apologetica. L'intero Novecento è stato ossessionato dall'idea di mediare il particolare e l'universale, il frammento e il sistema, ma ha finito col perdersi in una retorica (postmoderna) della disseminazione e del nomadismo, da un lato, e in una apologetica (premoderna) del senso della storia. E se il momento di pensare insieme il frammento e il sistema (l'appartenenza a un popolo storico e la condivisione di un destino comune, la fedeltà alla propria tradizione e il riconoscimento di una cittadinanza universale, e così via) fosse finalmente venuto?