RASSEGNA STAMPA

10 NOVEMBRE 2001
MARIO PORRO
Il vago nel cuore del bello naturale

Un sentiero di lettura sul valore filosofico dell'opera di Leopardi, seguendo le pubblicazioni più recenti. Da "I diletti del vero", curato da Folin per Il Poligrafo, e "Leopardi e la filosofia", a cura di Polizzi per Polistampa

La critica recente si è mossa nel solco del riconoscimento del valore filosofico dell'opera di Leopardi, come testimoniano gran parte degli scritti apparsi in occasione del bicentenario della nascita del poeta di Recanati (1798); lo conferma la pubblicazione degli atti dei seminari tenuti a Padova, nella primavera del '98, I diletti del vero, nei quali concorde è il rifiuto dello sterile contrasto fra un Leopardi poeta e un Leopardi filosofo. E' lungo la prospettiva inaugurata da Antonio Prete nel 1980 con Il pensiero poetante (Feltrinelli), formula che Heidegger aveva proposto per Hölderlin, che torna ad assumere un ruolo centrale il nesso poesia-filosofia, immaginazione e verità; esemplare in tal senso il saggio di Gaspare Polizzi, riproposto in versione ampliata in Leopardi e la filosofia, che ripercorre in modo esaustivo la formazione filosofico-scientifica leopardiana, mettendone in rilievo anche gli spunti anticipatori rispetto agli odierni orientamenti epistemologici.
Pur riconoscendo che dove c'è filosofia non vi è posto per la poesia, Leopardi ha con insistenza inseguito sperimentazioni di una filosofia altra (come si legge nel saggio di Lorenzo Polato all'interno delle Lezioni leopardiane curate da Alberto Folin) e di una poesia che, come attesta il "Canto notturno", rinnovi il ripetuto domandare, l'interrogazione propria della filosofia. La filosofia leopardiana mantiene un connotato aperto e dialogico, come in Montaigne, si affida alla leggerezza del divagare, al preludio del saggista; d'altra parte Leopardi, lo testimoniano le pagine dello Zibaldone, è consapevole che un vero pensatore deve puntare ad un sistema, cioè a tracciare i rapporti fra le cose, le armonie in cui si nascondono le ragioni del tutto (e in questa ricerca di un sistema, il vero analogon di Leopardi nella letteratura italiana sarà il Gadda della Meditazione milanese).
L'"arido vero" conquistato dalla razionalità tecnico-scientifica ha annullato per Leopardi le possibilità delle illusioni, le "immagini dilettose" e gli "ameni inganni" di cui si nutriva la poesia nell'epoca dell'umanità fanciulla, ignorante e felice. Persi i legami con la natura, anestetizzati i sensi dalla ragione, la Terra diviene "inabitata piaggia" e l'io stesso un deserto. E' questo un tratto per il quale il Leopardi erede di Rousseau anticipa la dialettica dell'illuminismo dei francofortesi: il passo dello Zibaldone in cui si afferma che "i progressi della ragione e lo spegnimento delle illusioni producono la barbarie", può a pieno titolo comparire accanto a quest'altro di Horkheimer e Adorno: "la terra interamente illuminata splende all'insegna di trionfale sventura". L'anti-pensiero leopardiano, in senso opposto al "filosofo di società", mette a tema non le relazioni tra gli uomini, ma quelle fra essi e l'universalità delle cose: l'unico modo per riattivare una comunicazione fra l'uomo e la natura è affidarsi ad una razionalità che trovi conforto nell'immaginazione.
Se le procedure della scienza prediligono l'analisi, che disseziona la natura in membra sparse, solo il ricorso a sensibilità e immaginazione può consentire una comprensione del tutto, ritrovare il poetico che è proprio della natura. L'esperienza estetica, secondo una linea che dai Romantici conduce fino a Bateson, si caratterizza per l'attenzione al tutto, per la sensibilità alle connessioni, per una filosofia che mira a "scoprire e conoscere i rapporti", a "legare insieme i particolari". Dalla capacità inventiva propria all'immaginazione, diversamente applicata, "vennero i poemi di Omero e di Dante, e i Principi matematici della filosofia naturale di Newton" (non diversamente si esprimerà nel nostro secolo un altro poeta-filosofo come Paul Valery, nel saggio dedicato a Leonardo; del resto molte sono le assonanze rilevate fra lo Zibaldone e i Cahiers).
L'immaginazione non è dunque solo il velo consolatorio che copre la verità: essa ci fa riscoprire la meraviglia di fronte alle cose e, traducendosi in lingua di poesia, attinge una verità più profonda rispetto all'aridità della ragione: "o la immaginazione tornerà in vigore o questo mondo diverrà un deserto", scrive Leopardi nel "Frammento sul suicidio". La poesia è così "quasi l'ultimo rifugio della natura", quella natura che la scienza ha perduto. La poesia ritrova la "lingua prima", si fa voce della natura stessa; si delinea già il nesso fra "povertà dell'esperienza" nella modernità ed esigenza di riscoprire un linguaggio di immagini che sarà di Benjamin (il cammino filosofico che, attraverso Nietzsche e Baudelaire, conduce a Benjamin, e che integra l'accostamento tradizionale - risalente a De Sanctis - di Leopardi a Schopenhauer è stato segnalato da Antonio Prete).
Più che una poesia del cuore, della nostalgia e dell'effusione sentimentale, ripiegata sull'intimismo del soggetto, quella di Leopardi si rivela una "fisica poetica" (Prete), in cui l'oggettività si ritrova riducendo l'intrusione dell'io, come osserva Giorgio Barberi Squarotti (ed è quanto costituisce l'assunto forte del saggio di Giorgio Picara, "Il punto di vista della natura", Ed. Il Melangolo). Trova così conferma l'indicazione che era già di Calvino, quando poneva Leopardi alla confluenza di quella "vocazione cosmologica" della nostra letteratura che, da Dante attraverso Ariosto e Galilei, rimette in discussione il parrocchialismo antropologico. E' proprio la formazione scientifica del giovane Leopardi, e in particolare l'attenzione per l'astronomia, osserva Polizzi, ad aprire la strada alla distruzione della visione antropocentrica, espressa dal "personaggio concettuale" di Copernico; essa condurrà anche alla critica della metafisica e dell'oltremondo, anticipando il gesto di un grande estimatore di Leopardi come Nietzsche, per il quale Leopardi era "il più grande prosatore del secolo".
E' grazie alla poesia che l'uomo si rivela nella sua naturalità, rileva Gianni Scalia compiendo una magistrale esegesi della "Ginestra"; l'uomo è ricondotto alla sua essenza radicata al suolo, homo-humilis, in coappartenenza all'essere naturale. In tal senso, ciò che Leopardi rimette in discussione non è solo il "secol superbo e sciocco" e i suoi "nuovi credenti" (cui si dedica il denso saggio di Marina Mangiameli in Leopardi e la filosofia), ma l'intera metafisica moderna centrata sull'umanesimo della soggettività. Riconoscere la propria condizione di finitudine e precarietà, non aver nulla da sperare dopo la morte, apre lo spazio alla condivisione della pietas, all'associarsi contro i dolori del mondo. Sullo sfondo non si delinea allora il volto nichilistico su cui ha insistito la critica che risale Emanuele Severino, quanto la condizione che associa conoscenza e dolore, nell'orizzonte di una concezione tragica della natura, che fa di Leopardi, come di Hölderlin, l'erede dei Greci. La natura è un "gioco reo", "invitto fanciullo che distrugge ciò che genera", la stessa immagine che Nietzsche ritroverà in Eraclito; torna qui a parlare la physis dei tragici greci, abitata dal dissidio, attraversata dalla contraddizione: "l'ordine naturale è un cerchio di distruzione e riproduzione". Ma Leopardi, ha sostenuto Salvatore Natoli ("Dialogo su Leopardi", con Antonio Prete, Bruno Mondadori) rimane "un orfano di Dio", non accoglie fino in fondo la lezione dei Greci. L'ansia cristiana di infinito, la passione di assoluto, non fa pienamente i conti con il fardello della finitezza, il divenire naturale non ritrova l'innocenza crudele del tragico: del male bisogna trovare un colpevole, ragione, storia o natura: di qui la china verso il nichilismo.
Il poeta, mostrando la vanità dell'illusione, dice a suo modo il vero; annullatosi come soggetto conoscente, il poeta si fa parola della natura (ne parlano i saggi di Massimo Donà e di Alberto Folin). Se l'essenza della natura è poetica, solo il linguaggio naturale delle immagini, non quello "snaturato" dei concetti, può ritrovare una consonanza affettiva e di sentimento con la natura. La matematica misura e analizza, dissolve la vaghezza e l'infinita varietà del reale, è dunque nemica della bellezza e della creatività; una volta misurata e analizzata, qualunque cosa sembra piccola e produce scontento. Il calcolo è segno di decadenza, la quantificazione e il rifugio nelle astrazioni producono infelicità, rendono debole e annoiato l'uomo: il male che la civiltà porta con sé ha un nome, "spiritualizzazione".
L'incivilimento ha occultato la singolarità del vivente e la crescita dell'astrazione si accompagna ad una crescita della violenza, come testimoniano le pagine che Leopardi dedica alla guerra: in un sol giorno si uccidono migliaia di uomini senza vederli, senza consapevolezza del perché lo si fa, la singolarità del vivente è assorbita nel numero, nella massa, raccolta nell'astrazione del nemico.
Ma la "nostra rigenerazione" è possibile, nonostante l'abusata formula del pessimismo; essa passa per una "ultrafilosofia, che conoscendo l'intiero e l'intimo delle cose, ci ravvicini alla natura". La ragione calcolante scompone e fa a pezzi ("l'analisi delle cose è la morte della bellezza"), anestetizza gli affetti e sterilizza la vita affidandosi ai termini precisi e alle costruzioni regolari delle scienze; l'ultrafilosofia si traduce in un "pensare per affetti" (come recita il titolo di un libro di Folin, edito da Marsilio) che mantiene le cose nella loro interezza, nell'arcano del tutto, e insieme consente di ritrovare le armonie nascoste, il vago che ci situa nel cuore della verità naturale. Bello è il vago, l'indefinito, ciò che si offre nella distanza, nella lontananza di spazio e di tempo della ricordanza e della speranza; il piacere è prodotto dall'incerto, da quanto ci riconduce all'"indifferenza" della natura, a quei fenomeni che oggi diremmo complessi o caotici, la "folla, un gran numero di formiche o il mare agitato... una moltitudine di suoni irregolarmente mescolati".
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