![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 NOVEMBRE 2001 |
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Un sentiero di lettura sul valore filosofico
dell'opera di Leopardi, seguendo le pubblicazioni più recenti. Da "I
diletti del vero", curato da Folin per Il Poligrafo, e "Leopardi e la
filosofia", a cura di Polizzi per Polistampa
La critica recente si è mossa nel solco del riconoscimento
del valore filosofico dell'opera di Leopardi, come testimoniano gran parte
degli scritti apparsi in occasione del bicentenario della nascita del poeta di
Recanati (1798); lo conferma la pubblicazione degli atti dei seminari tenuti a
Padova, nella primavera del '98,
Pur riconoscendo che dove c'è filosofia non vi è posto per la poesia, Leopardi
ha con insistenza inseguito sperimentazioni di una filosofia altra (come
si legge nel saggio di Lorenzo Polato all'interno delle Lezioni
leopardiane curate da Alberto Folin) e di una poesia che, come attesta il
"Canto notturno", rinnovi il ripetuto domandare,
l'interrogazione propria della filosofia. La filosofia leopardiana mantiene un
connotato aperto e dialogico, come in Montaigne, si affida alla leggerezza del
divagare, al preludio del saggista; d'altra parte Leopardi, lo testimoniano le
pagine dello Zibaldone, è consapevole che un vero pensatore deve puntare
ad un sistema, cioè a tracciare i rapporti fra le cose, le armonie in cui si
nascondono le ragioni del tutto (e in questa ricerca di un sistema, il vero analogon
di Leopardi nella letteratura italiana sarà il Gadda della Meditazione
milanese).
L'"arido vero" conquistato dalla razionalità tecnico-scientifica ha
annullato per Leopardi le possibilità delle illusioni, le "immagini
dilettose" e gli "ameni inganni" di cui si nutriva la poesia
nell'epoca dell'umanità fanciulla, ignorante e felice. Persi i legami con la
natura, anestetizzati i sensi dalla ragione, la Terra diviene "inabitata
piaggia" e l'io stesso un deserto. E' questo un tratto per il quale il
Leopardi erede di Rousseau anticipa la dialettica dell'illuminismo dei
francofortesi: il passo dello Zibaldone in cui si afferma che "i
progressi della ragione e lo spegnimento delle illusioni producono la
barbarie", può a pieno titolo comparire accanto a quest'altro di
Horkheimer e Adorno: "la terra interamente illuminata splende
all'insegna di trionfale sventura". L'anti-pensiero leopardiano, in senso
opposto al "filosofo di società", mette a tema non le relazioni tra
gli uomini, ma quelle fra essi e l'universalità delle cose: l'unico modo per
riattivare una comunicazione fra l'uomo e la natura è affidarsi ad una
razionalità che trovi conforto nell'immaginazione.
Se le procedure della scienza prediligono l'analisi, che disseziona la natura
in membra sparse, solo il ricorso a sensibilità e immaginazione può consentire
una comprensione del tutto, ritrovare il poetico che è proprio della natura.
L'esperienza estetica, secondo una linea che dai Romantici conduce fino a
Bateson, si caratterizza per l'attenzione al tutto, per la sensibilità alle
connessioni, per una filosofia che mira a "scoprire e conoscere i
rapporti", a "legare insieme i particolari". Dalla capacità
inventiva propria all'immaginazione, diversamente applicata, "vennero i
poemi di Omero e di Dante, e i Principi matematici della filosofia naturale di
Newton" (non diversamente si esprimerà nel nostro secolo un altro
poeta-filosofo come Paul Valery, nel saggio dedicato a Leonardo; del resto
molte sono le assonanze rilevate fra lo Zibaldone e i Cahiers).
L'immaginazione non è dunque solo il velo consolatorio che copre la verità:
essa ci fa riscoprire la meraviglia di fronte alle cose e, traducendosi in
lingua di poesia, attinge una verità più profonda rispetto all'aridità della
ragione: "o la immaginazione tornerà in vigore o questo mondo diverrà un
deserto", scrive Leopardi nel "Frammento sul suicidio". La
poesia è così "quasi l'ultimo rifugio della natura", quella natura
che la scienza ha perduto. La poesia ritrova la "lingua prima", si fa
voce della natura stessa; si delinea già il nesso fra "povertà
dell'esperienza" nella modernità ed esigenza di riscoprire un linguaggio
di immagini che sarà di Benjamin (il cammino filosofico che, attraverso
Nietzsche e Baudelaire, conduce a Benjamin, e che integra l'accostamento
tradizionale - risalente a De Sanctis - di Leopardi a Schopenhauer è stato
segnalato da Antonio Prete).
Più che una poesia del cuore, della nostalgia e dell'effusione sentimentale,
ripiegata sull'intimismo del soggetto, quella di Leopardi si rivela una
"fisica poetica" (Prete), in cui l'oggettività si ritrova riducendo
l'intrusione dell'io, come osserva Giorgio Barberi Squarotti (ed è quanto
costituisce l'assunto forte del saggio di Giorgio Picara, "Il punto di
vista della natura", Ed. Il Melangolo). Trova così conferma l'indicazione
che era già di Calvino, quando poneva Leopardi alla confluenza di quella
"vocazione cosmologica" della nostra letteratura che, da Dante
attraverso Ariosto e Galilei, rimette in discussione il parrocchialismo
antropologico. E' proprio la formazione scientifica del giovane Leopardi, e in
particolare l'attenzione per l'astronomia, osserva Polizzi, ad aprire la strada
alla distruzione della visione antropocentrica, espressa dal "personaggio
concettuale" di Copernico; essa condurrà anche alla critica della
metafisica e dell'oltremondo, anticipando il gesto di un grande estimatore di
Leopardi come Nietzsche, per il quale Leopardi era "il più grande
prosatore del secolo".
E' grazie alla poesia che l'uomo si rivela nella sua naturalità, rileva Gianni Scalia
compiendo una magistrale esegesi della "Ginestra"; l'uomo è
ricondotto alla sua essenza radicata al suolo, homo-humilis, in coappartenenza
all'essere naturale. In tal senso, ciò che Leopardi rimette in discussione non
è solo il "secol superbo e sciocco" e i suoi "nuovi
credenti" (cui si dedica il denso saggio di Marina Mangiameli in
Il poeta, mostrando la vanità dell'illusione, dice a suo modo il vero;
annullatosi come soggetto conoscente, il poeta si fa parola della natura (ne
parlano i saggi di Massimo Donà e di Alberto Folin). Se l'essenza della natura
è poetica, solo il linguaggio naturale delle immagini, non quello
"snaturato" dei concetti, può ritrovare una consonanza affettiva e di
sentimento con la natura. La matematica misura e analizza, dissolve la vaghezza
e l'infinita varietà del reale, è dunque nemica della bellezza e della
creatività; una volta misurata e analizzata, qualunque cosa sembra piccola e
produce scontento. Il calcolo è segno di decadenza, la quantificazione e il
rifugio nelle astrazioni producono infelicità, rendono debole e annoiato l'uomo:
il male che la civiltà porta con sé ha un nome, "spiritualizzazione".
L'incivilimento ha occultato la singolarità del vivente e la crescita
dell'astrazione si accompagna ad una crescita della violenza, come testimoniano
le pagine che Leopardi dedica alla guerra: in un sol giorno si uccidono
migliaia di uomini senza vederli, senza consapevolezza del perché lo si fa, la
singolarità del vivente è assorbita nel numero, nella massa, raccolta
nell'astrazione del nemico.
Ma la "nostra rigenerazione" è possibile, nonostante l'abusata
formula del pessimismo; essa passa per una "ultrafilosofia, che conoscendo
l'intiero e l'intimo delle cose, ci ravvicini alla natura". La ragione
calcolante scompone e fa a pezzi ("l'analisi delle cose è la morte della
bellezza"), anestetizza gli affetti e sterilizza la vita affidandosi ai
termini precisi e alle costruzioni regolari delle scienze; l'ultrafilosofia si
traduce in un "pensare per affetti" (come recita il titolo di un
libro di Folin, edito da Marsilio) che mantiene le cose nella loro interezza,
nell'arcano del tutto, e insieme consente di ritrovare le armonie nascoste, il
vago che ci situa nel cuore della verità naturale. Bello è il vago,
l'indefinito, ciò che si offre nella distanza, nella lontananza di spazio e di
tempo della ricordanza e della speranza; il piacere è prodotto dall'incerto, da
quanto ci riconduce all'"indifferenza" della natura, a quei fenomeni
che oggi diremmo complessi o caotici, la "folla, un gran numero di
formiche o il mare agitato... una moltitudine di suoni irregolarmente
mescolati".