RASSEGNA STAMPA

10 NOVEMBRE 2001
CARLO FORMENTI
Il pirata informatico ha incontrato la morale

Incontro con Pekka Himanen, guru finlandese delle nuove tecnologie che spiega la sua filosofia in un saggio

Dall'etica protestante a quella degli hacker, le prospettive del capitalismo

Pekka Himanen, "L'etica hacker e lo spirito dell'età dell'informazione", (Prologo di Linus Torvalds, Epilogo di Manule Castells), Feltrinelli, pp. 172, lire 25.000, euro 12,91.

Dall'etica protestante a quella degli hacker, le prospettive del capitalismo

Il termine hacker fa scattare un riflesso condizionato: il pensiero corre immediatamente a imprese criminali - violazioni di conti bancari e sistemi di sicurezza militare, sabotaggi di siti aziendali, ecc. - compiute dagli ambigui personaggi - un po' cialtroni un po' Robin Hood - di film come Johnny Mnemonic e Codice Swordfish . Ma è evidente che Pekka Himanen - un giovane ricercatore finlandese che lavora fra Helsinki e Berkeley - c'entra poco con questo cliché, anche se ha scritto un saggio (che sta per uscire da Feltrinelli) in cui esalta l'etica hacker: sia per l'aspetto da bravo ragazzo, sia perché basta leggere il titolo del suo libro per intuire che qui si ragiona di tutt'altro. L'etica hacker e lo spirito dell'età dell'informazione , facendo il verso al capolavoro di Max Weber, svela subito l'intenzione dell'autore: associare l'entusiasmo per le nuove tecnologie a un nuovo modo di concepire il lavoro che rappresenta anche un'inedita filosofia di vita. Ridotta all'osso, ecco la tesi: la weberiana etica protestante - linfa della società capitalistica - concepisce il lavoro come missione fine a se stessa, come dovere e valore al tempo stesso, mentre la ricchezza prodotta conferma lo stato di grazia di chi la produce. Per gli hacker - intesi come pionieri entusiasti delle nuove tecnologie - i motori dell'azione sono invece la passione per l'oggetto del lavoro e il piacere che essi ne traggono, mentre il premio consiste nel riconoscimento da parte della comunità dei pari e il conseguente senso di appartenenza.

Himanen accetta la sintesi ma precisa: "Nel libro cerco di spiegare che l'etica hacker non riguarda solo chi traffica con il computer e naviga in Rete: nel mondo, e non solo nei Paesi tecnologicamente avanzati, c'è sempre più gente che cerca di fare le cose in modo diverso, che ricava soddisfazione dal carattere creativo della propria attività e dalla possibilità di svolgerla nell'ambito di una comunità più che dai soldi guadagnati".

Ma la comunità citata ad esempio nel libro, cioè quella degli sviluppatori di Linux, il software open source creato da un altro noto hacker finlandese, Linus Torvalds (autore del Prologo al saggio di Himanen e di cui è appena uscita una biografia per i tipi di Garzanti), rappresenta una élite tecnologica relativamente ristretta. Inoltre, pur criticando il software proprietario delle corporation, e pur praticando un "comunismo delle idee" fondato sulla condivisione delle conoscenze, essa appare a sua volta costretta a scendere a patti col mercato...

"E' vero - ammette Himanen -, ma anche se non posso negare che il nostro tempo sia ancora caratterizzato dall'etica protestante e dallo spirito del capitalismo, e che la sfida lanciata dalla cultura open source appaia ancora minoritaria, io penso che questa cultura sta crescendo rapidamente: c'è sempre più gente convinta che il denaro non sia la cosa più importante nel lavoro e nella vita, che crede nella possibilità di fare le cose in un modo più aperto, solidale ed etico".

Questo vale anche dopo la crisi economica e gli attentati dell'11 settembre: non stiamo andando verso una realtà che impone piuttosto di fissare nuovi limiti alle libertà economiche e politiche? "Non credo - ribatte Himanen -, prima della crisi e delle Twin Towers tutti erano troppo impegnati a fare soldi e a giocare con le nuove tecnologie per interrogarsi sul senso del proprio agire. Oggi le domande sul valore di ciò che facciamo diventano urgenti. E' chiaro, per esempio, che non si può combattere il terrorismo rinnegando valori fondamentali della nostra cultura quali la privacy e la libertà di parola: i terroristi non ce li possono togliere, solo noi li possiamo tradire. Perciò l'etica hacker , che è sempre stata in prima linea nel difenderli, svolge oggi il ruolo di indurci a riflettere meglio su quanto facciamo. Per esempio: ci fa capire l'urgenza di condividere le conoscenze tecnologiche e scientifiche: la tutela dei brevetti sul software fa danni limitati, ma quella dei brevetti sui farmaci può avere un impatto devastante: si è visto in Africa con i farmaci anti Aids e ora gli americani lo stanno verificando con in farmaci contro l'antrace. Diventa sempre più difficile difendere il punto di vista di chi fa soldi sfruttando conoscenze collettive che appartengono all'intera umanità".

Un'ultima domanda: perché la piccola Finlandia sforna un numero così elevato di prodotti high tech e intellettuali hacker ? "Avanzo tre ipotesi: in primo luogo, il nostro entusiasmo per la tecnologia deriva dal fatto che, fino a un secolo fa, lottavamo ancora per sopravvivere al clima, e solo il progresso tecnico ci ha fatto uscire da questa condizione, poi abbiamo un sistema educativo molto avanzato e gratuito che consente di selezionare talenti in tutti gli strati sociali, infine la nostra cultura non si è mai lasciata travolgere dalla frenesia per il guadagno tipica di altre nazioni occidentali: per noi è ancora più importante fare lavori creativi e vivere bene che accumulare soldi".
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