![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 NOVEMBRE 2001 |
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Incontro con Pekka Himanen, guru finlandese delle nuove tecnologie
che spiega la sua filosofia in un saggio
Dall'etica protestante a quella degli hacker, le prospettive del
capitalismo
Pekka Himanen, "L'etica
hacker e lo spirito dell'età dell'informazione", (Prologo di Linus Torvalds,
Epilogo di Manule Castells), Feltrinelli, pp. 172, lire 25.000, euro 12,91.
Dall'etica
protestante a quella degli hacker, le prospettive del capitalismo
Il termine
hacker fa scattare un riflesso condizionato: il pensiero corre immediatamente a
imprese criminali - violazioni di conti bancari e sistemi di sicurezza
militare, sabotaggi di siti aziendali, ecc. - compiute dagli ambigui personaggi
- un po' cialtroni un po' Robin Hood - di film come Johnny Mnemonic e Codice
Swordfish . Ma è evidente che Pekka Himanen - un giovane ricercatore finlandese
che lavora fra Helsinki e Berkeley - c'entra poco con questo cliché, anche se
ha scritto un saggio (che sta per uscire da Feltrinelli) in cui esalta l'etica
hacker: sia per l'aspetto da bravo ragazzo, sia perché basta leggere il titolo
del suo libro per intuire che qui si ragiona di tutt'altro. L'etica hacker e lo
spirito dell'età dell'informazione , facendo il verso al capolavoro di Max
Weber, svela subito l'intenzione dell'autore: associare l'entusiasmo per le
nuove tecnologie a un nuovo modo di concepire il lavoro che rappresenta anche
un'inedita filosofia di vita. Ridotta all'osso, ecco la tesi: la weberiana
etica protestante - linfa della società capitalistica - concepisce il lavoro
come missione fine a se stessa, come dovere e valore al tempo stesso, mentre la
ricchezza prodotta conferma lo stato di grazia di chi la produce. Per gli
hacker - intesi come pionieri entusiasti delle nuove tecnologie - i motori
dell'azione sono invece la passione per l'oggetto del lavoro e il piacere che
essi ne traggono, mentre il premio consiste nel riconoscimento da parte della
comunità dei pari e il conseguente senso di appartenenza.
Himanen
accetta la sintesi ma precisa: "Nel libro cerco di spiegare che l'etica
hacker non riguarda solo chi traffica con il computer e naviga in Rete: nel
mondo, e non solo nei Paesi tecnologicamente avanzati, c'è sempre più gente che
cerca di fare le cose in modo diverso, che ricava soddisfazione dal carattere
creativo della propria attività e dalla possibilità di svolgerla nell'ambito di
una comunità più che dai soldi guadagnati".
Ma la
comunità citata ad esempio nel libro, cioè quella degli sviluppatori di Linux, il
software open source creato da un altro noto hacker finlandese, Linus Torvalds
(autore del Prologo al saggio di Himanen e di cui è appena uscita una biografia
per i tipi di Garzanti), rappresenta una élite tecnologica relativamente
ristretta. Inoltre, pur criticando il software proprietario delle corporation,
e pur praticando un "comunismo delle idee" fondato sulla condivisione
delle conoscenze, essa appare a sua volta costretta a scendere a patti col
mercato...
"E'
vero - ammette Himanen -, ma anche se non posso negare che il nostro tempo sia
ancora caratterizzato dall'etica protestante e dallo spirito del capitalismo, e
che la sfida lanciata dalla cultura open source appaia ancora minoritaria, io
penso che questa cultura sta crescendo rapidamente: c'è sempre più gente
convinta che il denaro non sia la cosa più importante nel lavoro e nella vita,
che crede nella possibilità di fare le cose in un modo più aperto, solidale ed
etico".
Questo vale
anche dopo la crisi economica e gli attentati dell'11 settembre: non stiamo
andando verso una realtà che impone piuttosto di fissare nuovi limiti alle
libertà economiche e politiche? "Non credo - ribatte Himanen -, prima
della crisi e delle Twin Towers tutti erano troppo impegnati a fare soldi e a
giocare con le nuove tecnologie per interrogarsi sul senso del proprio agire.
Oggi le domande sul valore di ciò che facciamo diventano urgenti. E' chiaro,
per esempio, che non si può combattere il terrorismo rinnegando valori
fondamentali della nostra cultura quali la privacy e la libertà di parola: i
terroristi non ce li possono togliere, solo noi li possiamo tradire. Perciò
l'etica hacker , che è sempre stata in prima linea nel difenderli, svolge oggi
il ruolo di indurci a riflettere meglio su quanto facciamo. Per esempio: ci fa
capire l'urgenza di condividere le conoscenze tecnologiche e scientifiche: la
tutela dei brevetti sul software fa danni limitati, ma quella dei brevetti sui
farmaci può avere un impatto devastante: si è visto in Africa con i farmaci
anti Aids e ora gli americani lo stanno verificando con in farmaci contro
l'antrace. Diventa sempre più difficile difendere il punto di vista di chi fa
soldi sfruttando conoscenze collettive che appartengono all'intera
umanità".
Un'ultima domanda: perché la piccola Finlandia sforna un numero così elevato di prodotti high tech e intellettuali hacker ? "Avanzo tre ipotesi: in primo luogo, il nostro entusiasmo per la tecnologia deriva dal fatto che, fino a un secolo fa, lottavamo ancora per sopravvivere al clima, e solo il progresso tecnico ci ha fatto uscire da questa condizione, poi abbiamo un sistema educativo molto avanzato e gratuito che consente di selezionare talenti in tutti gli strati sociali, infine la nostra cultura non si è mai lasciata travolgere dalla frenesia per il guadagno tipica di altre nazioni occidentali: per noi è ancora più importante fare lavori creativi e vivere bene che accumulare soldi".