![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 NOVEMBRE 2001 |
|
Torna a farsi sentire la corrente
filosofica ed economica contraria al libero mercato. Da Van Parijs a Beck, da Habermas a Giddens ambiente, solidarietà
e sicurezza diventano gli architravi su cui costruire l'ideologia del nuovo
Leviatano
Tracciare
una mappa del pensiero avverso al libero mercato è impresa più che mai ardua;
anzi impossibile. Fino a oggi, d'altra
parte, l'ordine sociale capitalistico è parzialmente (e miracolosamente)
sopravvissuto nonostante la quasi totale avversione di filosofi, scienziati sociali
e intellettuali. Entro il vasto
universo antiliberale è però possibile individuare taluni autori meglio capaci
di interpretare questa attitudine che da decenni, se non da secoli, domina la
nostra cultura e continua a battersi per la riduzione della libertà di
scambio, per un controllo «politico» dei processi di globalizzazione, per
un'ulteriore attribuzione di poteri e competenze ai ceti burocratici che
gestiscono l'apparato statale.
Sullo
sfondo, senza dubbio, vi sono molti grandi nomi del passato: da Hobbes a Rousseau,
da Hegel a Marx. E non vi è dubbio che la lezione di tali pensatori continui a
influenzare la riflessione di quanti, ancora oggi, con più vigore avversano la
società di mercato e l'ordine spontaneo basato sulla proprietà privata. Nell'americano John Rawls, allora, è
possibile riconoscere l'eredità di quel liberalismo progressivamente
allontanatosi dalle proprie radici whig, che già aveva trovato espressione in
John Stuart Mill e, dopo questi, in Leonard T. Hobhouse. Spesso presentato al lettore italiano quale
autore «liberale», Rawls ha conquistato una solida posizione nel panorama filosofico-politico
del Novecento grazie a una concezione della giustizia che esprime, nei fatti,
una netta presa di distanza dalla società di mercato.
In
Una teoria della giustizia, testo ormai classico del 1971, è del tutto evidente
che una società basata sui diritti di proprietà e sullo scambio è, se lasciata
a se stessa, ingiusta. Tutto questo è
ugualmente evidente in un autore che a Rawls si richiama apertamente e ne radicalizzale
tesi. Si tratta del fiammingo Philippe
Van Parijs, che ha anche la particolarità di essere molto interessato alle
teorie liberali e libertarie: da Nozick a Rothbard, da Hayek a
Kirzner. Proprio per questa ragione,
d'altra parte, egli ha voluto definire la sua proposta come «reallibertaria».
Ma in effetti Van Parijs è
lontano mille miglia da ogni concezione capitalista e lockiana dei rapporti
sociali. In un saggio del 1991 apparso
su Philosophy and Public Affairs
tanto bizzarro celebre (Why Surfers Should be Fed Liberal Case for an
Unconditional Basic Income), Van Parijs è arrivato perfino a proporre che
gli stessi surfisti che passano le loro giornate sulle coste californiane
possono godere di un reddito minimo garantito, questo sulla base
dell'asserzione che la libertà reale dal denaro (altrui) non dovrebbe essere
condizionata da questa o quella scelta privata. Se il disoccupato che bussa a ogni porta in cerca di un lavoro ha
un legittimo diritto a un assegno pubblico, allo stesso modo ne hanno diritto
quanti se la spassano al mare divertendosi sulle onde del Pacifico.
Nei lavori più recenti di
Rawls (Liberalismo politico, in
particolare) è però percepibile anche l'emergere di tematiche
nuove, provenienti dal dibattito «comunitarista», volte a mettere sotto accusa
la società liberale non in primo luogo perché ingiusta, ma proprio perché
dominata dall'idea di giustizia e pronta a sacrificare a essa ogni forma di
virtù, legame sociale, tradizione.
Sarebbe proprio il prevalere del diritto e dell'economia a togliere
spessore alla vita di gruppo e alle interrelazioni comunitarie.
Alcuni
di questi temi - le cui radici più remote possono essere trovate in Adam
Ferguson e nello Hegel delle pagine sull'alienazione del lavoro in fabbrica
- erano già adombrati in un volume ormai classico di Fred Hirsch, I limiti sociali dello sviluppo (del 1977, ma ora riproposto da Bompiani),
nel quale è evidenziato come lo sviluppo economico possa comportare una
crescente frustrazione. La pur
rilevante crescita delle risorse è infatti accompagnata da un aumento ancor più
importante nella domanda di beni e servizi, producendo in tal modo
insoddisfazione e risentimento (e assieme a essi alienazione, solitudine,
consumismo).
Qualcosa
di non dissimile afferma oggi un pensatore inglese, John Gray, che certo fu
ignorato da tutti quando (negli anni della Thatcher) era interprete di un
liberalismo conservatore largamente ispirato da Hayek e che ora, dopo la sua
svolta socialista, è considerato invece uno dei pensatori più originali e à la
page. In Alba bugiarda: il mito del capitalismo globale e il suo fallimento (pubblicato in Italia dalle edizioni del
Ponte alle Grazie, lire 3Omila) Gray mette sotto accusa la società di mercato,
nella quale la competizione internazionale produrrebbe risultati immorali
(iniquità e sfruttamento, in primo luogo), un degrado della qualità dei
prodotti, un'abilità senza fine. Egli si dice pure persuaso che quasi ogni
problema sociale dell'America - dalla crisi della famiglia all'alto numero di
carcerati - sia una conseguenza dell'economia libera.
La
posizione di Gray è emblematica perché mostra come una prospettiva
conservatrice possa in ogni momento sconfinare nel dirigismo socialista. Non a caso è difficile tracciare confini
precisi tra le tesi esposte in Alba
bugiarda e gli argomenti che sono al centro delle analisi di Anthony
Giddens, noto teorico della «terza via» e anche lui fortemente avverso ai processi
di globalizzazione (si veda in particolare Il
mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, edito dal
Mulino e in vendita a lire 16mila).
In Gray e in Giddens è
ricorrente, per esempio, l'idea che i mercati globali siano destinati a
dissipare le risorse naturali e a trascinare il mondo nell'abisso. L'ipotesi
che proprio una gestione privata dei beni scarsi (a partire dall'acqua) possa
rappresentare la migliore soluzione a questo genere di difficoltà nemmeno
sfiora questi fautori di un controllo «democratico» dell'economia.
Lungo questa strada tali
autori finiscono con l'incrociare la prospettiva di studiosi come Ulrich Beck
e Jürgen Habermas, in cui non soltanto permane una forte influenza marxista
(Habermas è stato l'ultimo importante esponente della «scuola di Francoforte»),
ma soprattutto è del tutto evidente la volontà di affermare un progetto di
«unificazione» politica internazionale che allontani dai cittadini privati i
luoghi delle decisioni collettive. Di
fronte alla crisi delle istituzioni nazionali, essi prefigurano una società che
proponga le vecchie logiche statuali all'interno di organismi globali tutti da
reinventare.
Ne La costellazione postnazionale
del 1999, per esempio, Habermas compie un'operazione esattamente speculare
rispetto a quanto fanno gli autori liberali.
Se coloro che hanno a cuore i diritti individuali osservano con piacere
l'espandersi dei mercati (che in ogni momento oggi ci permettono di cooperare
con imprese e consumatori della Corea del Sud, del Marocco o della Nuova
Zelanda) ma temono il consolidarsi di poteri internazionali lontani e fuori
controllo (l'Unione europea, la Nato, l'Onu, la Banca mondiale, e così via),
Habermas affida proprio a una «democratizzazione» di queste ultime realtà il
compito di arginare la crescita dell'economia globale.
Per lo studioso tedesco è necessario che questo livello istituzionale universale venga ad aggiungersi a quelli già esistenti (locale e nazionale), in modo tale da assicurare proprio quella «politica interna mondiale» che è stata più volte raffigurata a tinte fosche in quei romanzi fantapolitici in cui la perdita totale della libertà individuale coincide, non a caso, con l'avvento di un unico regime per il genere umano. Significativa è l'insistenza sul tema della sicurezza: connessa con i problemi ambientali e, sempre più, anche con il tema della violenza politica. Decisiva per un autore come Beck (ma anche per Hans Jonas, scomparso alcuni anni fa e ancora oggi al centro di molte discussioni), la questione del rischio è utilizzata per correlare la libertà e il disordine, lasciando intendere che una società può ridurre la propria esposizione all'incertezza solo dilatando i poteri statali e comprimendo le libertà individuali. Le cose non stanno così. Bisognerebbe iniziare a osservare l'11 settembre scorso proprio come il fallimento più macroscopico di un sistema di protezione centralizzato, burocratico, monopolistico. Come è stato sottolineato da numerosi intellettuali liberali, nel corso degli ultimi anni gli americani hanno destinato molti milioni di dollari alle proprie agenzie protettive (pubbliche: dalla Cia all'Fbi), senza che ciò sia riuscito a evitare l'aggressione alle Twin Towers. Di fronte all'insuccesso di quelle realtà difensive fuori mercato, appare quindi chiaro che anche qui vi sia bisogno, insomma, di «più concorrenza», e non già di «più Stato».