RASSEGNA STAMPA

5 NOVEMBRE 2001
PAOLO ROSSI
No ai «dissenters» dalla tolleranza

Giovanni Tarantino, «Martin Clif­ford.  Deismo e tolleranza nell'Inghilter­ra della Restaurazione», Olschki, Firen­ze 2001, pagg. 388, L. 68.000, E 35,12.

Scriveva un autore inglese della seconda metà del Seicento: se la libertà si è oggi universalmente diffusa tra la gente e il mondo è come accresciuto in impertinenza e doman­da ragioni, e pretende anche che siano buone ragioni, se non basta che le verità vengano propinate dai pulpiti e i laici domandano argomenti, come si configura il rapporto tra religione e ragione?  E quale spazio si deve rico­noscere alla ragione?

Domande come queste, presenti in una quantità davvero notevole di libel­li, sermoni e componimenti poetici, na­scevano nella situazione drammatica dell'Inghilterra della Restaurazione, quando negli scritti e nelle prediche dei dissenters sembravano riaffiorare l'anti­razionalismo e il fanatismo religioso degli "entusiasti".  Questi ultimi pensavano che la cosiddetta testimonianza interiore (o inner light) fosse la princi­pale fonte della conoscenza e l'unica possibile regola per la fede.

Il Treatise of human reason di Mar­tin Clifford è un libello di novantuno pagine pubblicato anonimo a Londra nel 1674.  Ogni cristiano deve dar conto a se stesso della ragioni della propria fede: Clifford si rende conto della difficoltà dell'impresa e della molteplicità delle vie che ha di fronte, ma sceglie - cartesianamente - di inoltrarsi, in un percorso nuovo invece di seguirne uno già tracciato. Non è vero, scrive, che se si accetta la libertà di opinione si gene­rano tante religioni quante sono gli uomini: ad Atene non c'erano meno sette di quante non ve ne siano oggi a Lon­dra, ma questa pluralità di opinioni non produsse alcuna Inquisizione.  Agli oc­chi di Clifford, Amsterdam era l'Atene dei tempi moderni e ciò lo confermava nell'idea che non si dà alcuna equazione tra libertà di coscienza e liceità di sommossa.  Nelle pagine del suo opu­scolo è presente una delle grandi idee-­valori che sono costitutive, della civil­tà dell'Occidente e sulla quale, di que­sti tempi, è doveroso richiamare con forza l'attenzione: la religione è un fatto privato, di per sé non necessario all'ordine civile.  In quattro appendici (che occupano 137 pagine) l'autore ha riprodotto il testo di Clifford e altri testi relativi al dibattito al quale esso dette luogo.  La biografia (ricostruita con grande cura) e le idee di Clifford vengono collocate nel difficile contesto della storia inglese del tempo.

Il libro è un ottimo esempio di seria e utile e feconda ricerca storica.  Come ci mostra Tarantino, le pagine di Clif­ford, che scrisse molto poco ed è un autore oggi poco noto e poco studiato, suscitarono un acceso dibattito nel qua­le intervennero laici ed ecclesiastici, anglicani e cattolici, ortodossi e dissidenti. Il trattato di Clifford fu tradotto in francese, circolò ampiamente in Fran­cia e in Olanda, è alle origini delle teorie sulla tolleranza di Pierre Bayle.  Il libro di Tarantino è dedicato alle innumerevoli vittime dell'intolleranza e degli ottusi pregiudizi.  Compare in una collana di «Studi e testi per la storia della tolleranza in Europa nei secoli XVI-XVII» (che ha già pubblicato tre volumi e ne ha in programma altri cin­que) e che è diretta da Antonio Roton­dò, uno dei nostri storici migliori.  Nel libro, come è giusto fare, i testi inglesi citati sono tradotti e l'originale è ripor­tato in nota.  Non ho capito perché, in alcuni casi, ciò non sia stato fatto.  L'in­dice dei nomi è ben fatto, ma vi manca il lemma Halifax (che è l'anonimo auto­re dal quale ho preso le mosse).
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vedi anche
Storia della filosofia