![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 NOVEMBRE 2001 |
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Nel giugno
del 1989, in un'intervista a Il Sabato , Lucio Colletti, riferendosi a se
stesso, affermò: "Sono stato uno che ha fatto la sua scelta apertamente
mentre altri si vanno "scolorando di giorno in giorno"".
Colletti uscì dal marxismo in tempi non sospetti, in un periodo della nostra
cultura e della nostra vita politica in cui ci voleva coraggio, soprattutto
all'interno dell'Università, a dichiararsi antimarxisti. L'uscita dal marxismo
ha significato per Colletti un avvicinamento, attraverso Kant, a quelle
posizioni filosofiche che privilegiano il rapporto con la scienza e insieme un
netto distacco da quel pensiero antimoderno che, sulla linea
Hegel-Marx-Heidegger, si traduce in forme di filosofie antropocentriche ostili
alla scienza e alla tecnica. Queste filosofie, incapaci di tener conto nella
loro idea di "realtà" degli sviluppi del pensiero scientifico hanno
costituito, secondo Colletti, la prigione in cui si è agitata la filosofia
italiana la quale, a suo avviso, non è stata, in grandissima parte, se non
"una provincia del Reich filosofico germanico".
Al carattere
storicistico e antropocentrico derivato alla nostra filosofia dalla sua
collocazione nel cono d'ombra del Reich filosofico tedesco, Colletti ha visto
legato l'anticapitalismo e quell'avversione alla società industriale che hanno
contrassegnato così profondamente il mondo cattolico e la sinistra in Italia.
Intrecciati
alla trattazione di temi come quella sopra richiamati troviamo, nell'opera di
Colletti, penetranti giudizi teorici sulla "irrazionalità"
dell'economia pianificata, in quanto priva del "calcolo economico", e
quindi la valorizzazione di tesi, "un tempo derise", formulate da
Ludwig von Mises, da Friedrich von Hayek e Lionel Robbins. Per Colletti
economia di mercato e Stato di diritto vivono e muoiono insieme. E l'ultima
illusione, "rifugio degli sciocchi" era, secondo lui, l'idea stando
alla quale il riformismo sarebbe stato unicamente "gestione
dell'esistente". Contrario all'interpretazione di Gramsci visto quale
riformista o, come voleva Natta, quale eurosocialista, Colletti ha valorizzato
pensatori quali Bernstein e Weber e, più vicini a noi, Kelsen e Popper; e non
ha risparmiato critiche a quanti, come J. Habermas e C. Offe, hanno
sostenuto che ci sia contraddizione, almeno in potenza, fra capitalismo e
democrazia; o a quanti, soprattutto in anni appena trascorsi, insistevano
sull'idea che basta dichiararsi antifascisti per essere democratici; o ancora a
quegli "utopisti selvaggi" i quali "credono di poter regolare i
problemi dell'economia moderna nelle forme dell'autogestione del cosiddetto
"autogoverno dei produttori".
Contro la retorica, l'inganno e l'autoinganno, contro i "crampi mentali" di quanti scambiano visioni del mondo profetiche per sapere scientifico o di coloro che vorrebbero imporre il loro senso della storia con il senso della storia, contro la schiera degli "ergastolani dell'ideologia marxista", i quali, per anni e anni, sono rimasti ciechi dinanzi agli esiti disastrosi delle loro concezioni e hanno celebrato il paradiso dove invece infuriavano inferni di sofferenze, Colletti ha cercato di ristabilire l' uso della ragione nell'ambito della filosofia politica. Di questo suo dono gli restiamo immensamente grati.