![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 NOVEMBRE 2001 |
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Il mercato, la guerra e la miseria
simbolica: a Verona con confronto con Muraro, filosofa della differenza
Il mondo dopo l'11 settembre
sembra come sospeso sull'orlo di un abisso. Subito dopo l'attentato contro
l'America hanno prevalso il dolore, l'angoscia, la solidarietà per le
vittime. Lo sdegno e la solidarietà per
le vittime e anche la legittima aspettativa di una reazione, di un'azione di
giustizia. Oggi sembra dominare la
paura. La paura di quanto sta
accadendo e di quello che potrebbe ancora accadere. La paura originata dal dubbio sull'«efficacia» della guerra.
La paura produce l'urlo o il
silenzio. Adriano Sofri ha lungamente
scritto sulla Repubblica di quello
che gli sembra un silenzio, un'assenza femminile sullo scenario della
guerra. Ho pensato che a volte si vede
e si ascolta solo quello che una certa abitudine alla forma consente di
riconoscere. D'altra parte anche il
silenzio e la mancanza sono un linguaggio, per quanto sfuggente.
A Verona, una settimana fa,
una grande aula dell'Università strapiena, con gente che si accalca alla porta
per ascoltare. Saranno due, trecento donne di ogni età, e qualche decina di
uomini. A parlare è la filosofa
femminista Luisa Muraro, sul tema di questa edizione del «Grande seminario»
di Diotima, la comunità filosofica femminile che opera qui da molti anni: il
tema è il mercato, che cosa ognuno di noi «porta al mercato».
E Muraro comincia proprio
dall'alternativa tra parole e silenzio.
Gli uomini sembrano parlare con più facilità, dice. Dimostrano l'esistenza di Dio. Oppure si inventano un'alternativa al
mercato. Non vogliono restare imprigionati in quello che già sanno, o
credono di sapere. Una donna, Gertrude Stein, ha invece osservato: «Ecco il
problema di tutti, è incredibilmente difficile sapere veramente quello che si
sa».
Se ci si regola sulla pratica
femminista del «partire da sé», si può forse comprendere che l'esitazione a
prendere la parola deriva da quel «distacco dal non detto», «distacco cui molte
non siamo disposte». in un momento di gravi interrogativi una alternativa può
essere fornita dall'«immagine della mezzaluna», che ci è così presente nel
pieno di un conflitto enunciato e percepito da molti anche come scontro tra
Oriente musulmano e Occidente. Lo
spicchio luminoso che emerge dal tondo, oscuro della luna calante suggerisce
che si può stare sul bordo tra parole e silenzio, «che non è un sapere a metà o
un volere a metà, ma un sapere che c'è altro e un volere di più. Saperlo e tenerlo presente. Il senso delle
cose» osserva ancora la filosofa «se c'entra la mia vita, nessuno lo sa, fino
in fondo e questo, se giustifica il silenzio, giustifica ancor più il non
silenzio».
Non si tratta dunque di
rifugiarsi ai margini, per dir così, del conflitto che si è aperto, ma porsi al
centro, farsene attraversare mantenendo però una disposizione di
apertura. Tenendo aperta una
«contrattazione», con sé e con gli altri. Non accettare l'idea che il mercato
possa essere chiuso una volta per sempre, magari dai potenti che lo dominano
senza nemmeno frequentarlo davvero.
D'altronde il resto del discorso di Muraro, con il contraddittorio che
ne segue, è un mettere anche provocatoriamente sul piatto una buona dose di
«aperture» non scontate.
La direzione di questo
discorso non è certo quella di abbracciare l'idea di un'alternativa
all'economia di mercato. Piuttosto è
la sfida di aprire una «gara», qui e subito, «con la estrema sensibilità» del
denaro - basta pensare alla suscettibilità delle Borse- con l'idea che,
forse, solo una sensibilità di donna, libera, arrivi a pareggiarla e a
superarla. Una gara e una lotta «per la
soggettività libera, contro la riduzione del mercato a un dispositivo immodificabile
da me, maneggiato e manipolato unicamente da una minoranza strapotente». E' sbagliato, del resto, identificare
mercato e capitalismo. Luisa Muraro,
studiosa del misticismo femminile del XII e XIII secolo, ricorda che la
nascita premoderna del mercato come dispositivo con un grande potenziale
simbolico che ha agito a diversi livelli con effetti liberanti per le persone,
la convivenza e la visione del mondo, ha accompagnato quei movimenti di riforma
religiosa all'origine dell'Europa moderna.
Il capitalismo ha «fatto suo» il mercato, ma oggi ha «una concezione
mutilata e mutilante del mercato». La
sua razionalità é «in affanno» sul senso stesso del produrre, del lavorare, del
consumare. Si arriva al paradosso -
descritto da Naomi Klein - della «sete» che le multinazionali hanno di
assorbire le critiche dei movimenti sociali anticapitalistici proprio come
sorgenti di «significato» dei marchi.
La battaglia principale è sul senso, è una lotta simbolica. Ma - ahimé anche la critica al capitalismo
sviluppata a partire dal Capitale di
Marx ha un difetto proprio nel non essersi dotata di una «filosofia del
linguaggio». Ha dominato il linguaggio dell'«organizzazione», speculare, come
osservava nel 1936 ancora Gertrude Stein, alla struttura della produzione capitalistica:
si parla con gli scioperi e le manifestazioni (comprese, oggi, quelle dei
«no-global»), ma così si finisce per avere una concezione «ancora più mutilata
e mutilante» del mercato e della ricchezza di relazioni, non solo
«mercificate», che in esso si possono intrecciare. E di fatto già oggi si intrecciano, solo a voler guardare con
occhi diversi, per esempio, le modificazioni introdotte dalla massiccia presenza
nel mercato del lavoro di donne «che non si consegnano interamente alla misura
del denaro».
Dopo il trauma collettivo del crollo delle Twin
Towers, per la filosofa c'è ancora da «imparare» dal mercato e dal modo in cui
vi agisce politicamente il capitalismo.
Anche la scelta della guerra da parte di Bush (che in pochi giorni -
osserva - si è emancipato da una sorta di minorità di cui sembrava prigioniero)
va compresa nella «miseria simbolica» di chi non conosce alternative
possibili. «Da quel giorno» dice Muraro «mi sto affezionando al popolo
americano. La ferita subita può aprire
una riflessione sull'insostenibilità di un modello economico globale così
ingiusto: e questo cambiamento dello sguardo per essere efficace può venire
solo dall'America».
La conclusione, per una donna che è stata protagonista autorevole della lunga stagione del separatismo femminista, è l'« intenzione di mettere in gioco tutta la mia ricchezza nella pratica di relazione con l'altro sesso: il mondo l'hanno costruito questi disgraziati e ora mi sembra che non sappiano più che cosa fare». Non sembra una vocazione al «soccorso» materno, quanto la proposta di aprire un più alto, e più «fine» conflitto, non distruttivo. Ma ci saranno rappresentanti dell'«altro sesso» disposti a correre il rischio di giocarlo?