![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 NOVEMBRE 2001 |
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Escono in volume le lettere che il filosofo e la sua allieva si
scambiarono dal 1925 al 1975. Un dialogo amoroso all'ombra del nazismo
Nel carteggio tra Heidegger e la Arendt i retroscena di una love
story durata cinquant'anni
"Hannah
Arendt-Martin Heidegger. Lettere 1925-1975" Edizioni di Comunità, pagine
316, lire 42.000, 21,69. L'opera sarà in libreria il 20 novembre
Negli ultimi
anni della sua vita Mary McCarthy conobbe un'americana appassionata di
biografie femminili illustri che voleva scrivere la storia di Hannah Arendt,
di cui la scrittrice era coesecutrice testamentaria. Felice del progetto, le
suggerì di consultare soprattutto la corrispondenza privata e inedita:
Elizabieta Ettinger a metà degli anni Novanta pubblicò una succinta e
appetitosa love story. Fu così che la relazione tra Martin Heidegger e
l'autrice delle Origini del totalitarismo divenne una delle liaisons dangereuses
del secolo, senza economia di fosche tinte e un sottofondo di critica
femminista al maschilismo del maestro e alla subalternità amorosa dell'allieva.
Una love story tanto poco rispettosa della verità storica, e della verità
personale dei due, da convincere il figlio del filosofo, Hermann, a permettere
la pubblicazione dell'epistolario, che ora le Edizioni di Comunità propongono
in italiano: la traccia scritta di una relazione sicuramente pericolosa, nella
quale, però, non entrano solo la reticenza e l'egoismo di un autorevole maschio
sposato e l'ingenuità della sua passionale allieva, ma le peggiori furie del
Novecento, dalla persecuzione antisemita al nazismo, dall'esilio alla frattura
della guerra che cambia il mondo. Ma anche una storia d'amore tra esseri
costantemente pensanti, dove al pathos dell'attrazione del cuore e dei sensi
corrisponde un sempre vigile pathos della riflessione, che illumina con lampi
improvvisi cinquant'anni: dal 1925, data della prima lettera, al 1975, quando
il filosofo scrive il suo formale commiato da Hannah, morta all'improvviso a
sessantanove anni, all'amico comune Hans Jonas. L'inizio ha un tono
squillante da commedia sentimentale d'altri tempi: "Cara signorina Arendt!
Questa sera devo tornare a parlare con lei e a farmi vivo al suo cuore".
Heidegger cerca di precisare subito le parti: "Gioisca! - questo è
diventato il mio saluto per lei. E soltanto se lei gioisce potrà diventare la
donna capace di donare gioia, e intorno alla quale tutto è gioia, sicurezza,
rilassamento, ammirazione e gratitudine verso la vita". Lui, figlio di
cattolici di modeste condizioni, ha trentasei anni, una moglie, l'infaticabile
Elfride, due bambini: la sua fama attira verso l'università di Marburg studenti
da ogni parte del Paese. Anche se non ha ancora pubblicato l'opera che lo
consacrerà, Essere e tempo, è già "il re nel regno del pensare", come
dirà di lui la sua ex allieva, celebrandone gli ottant'anni molte vicende dopo.
Hannah,
però, è tutt'altro che pura gioia: gli invia un racconto in terza persona della
sua vita di diciannovenne solitaria e turbata, in cui non parla che delle sue
ombre, con un'intonazione e una scelta lessicale assai diverse da quelle del
maestro: "Non capiva affatto cosa dovesse fare di se stessa. Il suo stato
di confusione mentale, causato forse soltanto da una giovinezza disperata e
tradita, si esprimeva nel ripiegamento su di sé".
Nella prima
fase della loro corrispondenza, tra il '25 e il '33 - quando l'ebrea Hannah
lascia la Germania per sfuggire al nazismo e il filosofo si prepara ad aderire
nel celebre discorso del rettorato alla fede nazionalsocialista - Heidegger non
appare nel ruolo di un amante padrone egoista quanto come colui che deve e può
dissolvere la confusione mentale e sconfiggere il ripiegamento su di sé. Pochi
mesi dopo l'incontro le scrive: "La tua vita sarà ricca e non potrà mai
fallire". Hannah da parte sua crede, e lo crederà tutta la vita, che
nessuno sa fare lezione come lui: dirà in futuro, "Heidegger non pensa su
qualcosa, pensa qualcosa".
E', tutta
questa prima parte, più che un dialogo un monologo: Martin non ha conservato le
lettere che la giovane Arendt gli ha mandato, fedele al patto di discrezione
che c'era fra loro. Hannah, invece, l'ha infranto: negli anni ha conservato
tutte le carte - lettere, poesie, dediche - ricevute da Heidegger, e prima di
morire le ha inserite nel suo lascito agli archivi. E' dunque lui a raccontare
la nascita della loro storia, che viene immediatamente definita "il
dono". E talvolta gli capita persino di perdere il consueto tono alto e
magistrale: "Quando la bufera sibila intorno alla baita trascorro una
pausa di tranquillità sognando l'immagine di una fanciulla che con
l'impermeabile, il cappello calcato fin sopra i grandi occhi quieti, entrò per
la prima volta nel mio studio e, timida e riservata, diede una breve risposta a
tutte le domande - ed è allora che riporto l'immagine agli ultimi giorni del
semestre - e solo allora capisco che la vita è storia". "Quando
lasciai Marburg, ero assolutamente decisa a non amare più un uomo",
aggiunge lei anni dopo ricordando la loro separazione, e forse l'ultima lettera
di lui, del '33, in cui si difende dalle accuse di antisemitismo. E' comunque
sempre l'allieva che tiene le fila della relazione, è lei la decisionista che
sceglie nel '50, dopo la frattura del nazismo e della guerra, di tornare a
vederlo: per impulso, per essere fedele a se stessa e a quel "pathos del
pensiero" che il filosofo le ha comunicato quand'era giovane. E' lei a
dare il via a quel "ri-vedersi", come lui lo definirà, non privo di
perturbamento, al quale saranno convocati in differente modo la moglie di lui e
il marito di lei Heinrich Blücher. "Esiste un tipo di colpa che nasce dal
riserbo", scrive lei a Elfride. "Nella maggior parte dei casi parliamo
troppo; talvolta però parliamo troppo poco", scrive lui a Hannah.
Infine, ancora anni dopo, la loro relazione prende i toni di un dialogo fra studiosi, scivola tra le questioni editoriali e quelle accademiche. Lui preferisce le sue visite alla lettura dei suoi testi, mentre lei comincia a seguire la pubblicazione delle opere heideggeriane in America. Ognuno costeggia, separatamente e paritariamente, il proprio destino. Hannah, pronta a dialogare con il mondo - il processo Eichmann, il sessantotto americano, i movimenti, la guerra in Vietnam - e a indagare l'essenza della politica e della sua violenza. Martin, invece, che teme la minaccia sovietica, che paventa "il giornalismo planetario" e che, candido e superbo, considera "ciò che si svolge a livello mondiale un intrigo misterioso" e l'essenza della storia, confida alla vecchia amica, "sempre più enigmatica".