RASSEGNA STAMPA

1 NOVEMBRE 2001
editoriale
Lo sviluppo biotecnologico ed informatico propongono nuove possibilità operative per l'uomo. Ingegneria genetica, procreatica stanno modificando il nostro rapporto con la vita generando complesse discussioni. Della maggiore attenzione verso la tutela della biodiversità, del risveglio di una nuova coscienza "ecologizzante" - come ha detto Edgar Morin - il cui scopo è sensibilizzare le scienze umane al senso di appartenenza e responsabilità verso la comune "Terra Patria", abbiamo parlato con Marcello Buiatti, ultimamente apparso in televisione in polemica con Severino Antinori a proposito della clonazione. Professore di Genetica all'Università di Firenze, Presidente Nazionale dell'Associazione Ambiente e Lavoro, membro della Commissione "Risorse genetiche" del Ministero per le Politiche Agricole ed esperto valutatore per il progetto Ue. Area Biotecnologia, Buiatti è una tra le voci più autorevoli del panorama scientifico italiano. Tra i suoi libri più recenti: "Lo stato vivente della materia e biotecnologie". Al recente convegno organizzato a Rimini dal Centro Pio Manzù è intervenuto con una relazione dal titolo significativo: "Oltre il determinismo".

Professor Buiatti, come tutelare la biodiversità?

"Senza variabilità siamo rigidi, si muore. Gli organismi hanno bisogno di plasticità come accade per il genoma. L'ambiguità del gene e la sua capacità di adattabilità non solo permette la ricostruzione della storia dell'uomo ma apre diverse strade. Questo è il segreto della vita. Mantenersi vivi con la varietà dei modelli e non con l'imposizione di una sola norma. Bisogna salvaguardare i prodotti locali, le varietà locali in qualunque campo. Un piano per la salvaguardia della biodiversità nella agricoltura rappresenterebbe un passo concreto. L'interazione è fondamentale. La capacità di cambiare mantiene la stabilità. La complessità delle molecole rappresenta la stessa necessità di quell'equilibrio".

Quali soluzioni adottare per il futuro?

"Occorre ridiscutere molti progetti. Sono necessari cambiamenti di mentalità. Si corre come insetti per mantenere elevati livelli di vita condizionati dall'apparenza. Bisogna cambiare rotta. Nuove metodologie potrebbero essere costituite da progetti economici, studi ambientali nell'ambito di piccoli sistemi territoriali magari auspicando collaborazione tra autorità locali e imprese. Dobbiamo puntare su attività che non condannino l'ambiente. L'eccesso ricade sul territorio e crea conseguenze inimmaginabili. Il turismo a basso carico è un idea. Il guaio è che il nostro sistema economico è basato sulla contrattazione. Unire concertazione e qualità può significare vivere meglio, riflettere sulle risorse ed impostare nuovi modelli culturali in sostituzione di quelli frenetici che sembrano dominare attualmente".

Parlando della attuale crisi internazionale, Morin ha sottolineato che non si può fare a meno della propria cultura ma ha ammonito a non cadere nella dicotomia, che si sta creando con sempre maggior forza, degli schieramenti opposti. La salvaguardia della storia è una difficile opera di interdisciplinarietà e di identità?

"Indubbiamente si. Come ho già detto, tra scienza, storia, cultura ed etica sussiste un intreccio profondo. Va evitato il fondamentalismo sia laico che religioso. Ma è importante non fossilizzarsi su modelli culturali che non ci appartengono. Occorre ripensare tutta l'etica del consumo. Rivedere lo sfruttamento delle risorse significa porre nuove relazioni che in modo tale da non far sentire nessun popolo emarginato ed escluso. Che è il problema dell'Islam. La sopravvivenza delle culture passa dalla possibilità di un dialogo paritario tra paesi. Ciò significa pace e convivenza tra i popoli in nome delle proprie tradizioni. Come per la biodiversità".
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