![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 NOVEMBRE 2001 |
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La pubblicazione sul Financial Times di un servizio sui vincitori
e vinti nelle innovazioni tecnologiche del nuovo millennio ha riaperto un
dibattito sui ritardi dell'Italia, sesta potenza economica mondiale ma
ventesima nella graduatoria tecnologica. Il ministro per l'Innovazione Lucio
Stanca, senza dubbio uno dei migliori conoscitori della materia, ha colto la
palla al balzo e, rispondendo alle critiche di autorevoli scienziati sui tagli
alla ricerca previsti nella Finanziaria 2002, ha sottolineato che solo una
minima parte delle risorse pubbliche si traduce in risultati di interesse per i
processi produttivi, mentre il resto serve per concorsi universitari e per
tenere in piedi le strutture. Nel dopoguerra sia il settore pubblico che il
privato del nostro Paese avevano creato le condizioni per restare sulla
frontiera delle innovazioni tecnologiche nella prospezione petrolifera con
l'Agip, nel nucleare con il Cnen e nella chimica con la Montecatini. I successi
non sono mancati. Più tardi sono state investite ingenti risorse per mantenere
un minimo di leadership nell'elettronica con l'Olivetti e in altri settori. Ove
si escluda l'eredità positiva raccolta dall'Eni, quale sia stata la fine di
queste esperienze è a tutti noto.
L'attuale stato di cose ha un duplice volto: da un lato,
l'intreccio eccessivo tra politica e affari che ha portato a un misto di errori
e di corruzioni; dall'altro, la specializzazione dell'industria italiana nei
settori tradizionali a elevata qualità, a piccola dimensione e a vocazione
esportatrice: tessile, meccanica leggera, lavorazione del legno e alimentari.
Intorno a questi settori è nato un indotto (come quello del macchinario per la
lavorazione del vino, dell'olio e del legno) di non minore qualità e di grandi
capacità esportative.
Fin dal momento in cui si delineava questa specializzazione
produttiva, sintetizzata nell'espressione "made in Italy", gli
economisti si sono domandati se un sistema siffatto poteva reggere alla
concorrenza internazionale, ossia mantenere la sua posizione di sesta potenza
economica mondiale. La risposta fu dubbiosa o negativa, ma la storia dimostra
il contrario. La piccola dimensione si è organizzata in distretti (se ne
contano cento) che creano vantaggi simili a quelli della grande dimensione, ed
è nata una frontiera delle innovazioni tecnologiche peculiare al servizio dei
settori tradizionali di qualità, che consentono l'innalzamento del prezzo di
vendita dei prodotti, garantendo sviluppo e profitti. Tessuti di eccezionale
qualità, beni di consumo finali di raffinato design e altrettanto raffinate
tecnologie elettroniche, alimentari di gusto sopraffino per la crescente fascia
ad alto reddito sul mercato globale.
Queste innovazioni tecnologiche a livello di impresa non sono
considerate in nessuna delle statistiche contemplate dal Financial Times e non
si capisce il perché, dato che nella new economy conta l'inventiva, ovvero il
"capitale umano", di cui il nostro Paese è ricco.
Vi è inoltre un altro aspetto del problema connesso con il costo
delle innovazioni tecnologiche. Esso è talmente elevato che chi lo sostiene
deve mettere sul mercato i risultati ottenuti per recuperare i costi e se le
imprese utilizzatrici sono rapide nell'acquistarli e tramutarli in innovazioni
di processo o di prodotto riescono a tenere il passo egregiamente nella
concorrenza internazionale. Molte delle imprese italiane mostrano d'avere
questa prontezza, ma il sistema nel suo complesso, soprattutto nel settore
pubblico, registra qualche ritardo. Siamo certi che Lucio Stanca saprà colmare
questo gap, tagliando le ricerche inutili e rilanciando quelle utili.
Questa puntualizzazione ha il solo scopo di non assistere all'ennesimo, infruttuoso e in parte infondato "piangersi addosso" del Paese, ma non nega gli effetti della rinuncia a proseguire sulla strada che i nostri padri, utilizzando egregiamente le virtù private e quelle pubbliche (che non sono mancate), avevano così ben tracciato in molti settori. Essa implica che l'Italia resterà tra le prime potenze economiche mondiali, perché chi la segue ha i suoi stessi problemi, ma non potrà ambire a entrare tra le prime potenze politiche a motivo di vincoli ideologici che frenano anche le innovazioni tecnologiche. Ha perfettamente ragione il capo del governo quando dice che l'Italia non è così grande da essere presa in considerazione, ma non così piccola da essere trascurata. Giustamente deve respingere al mittente le accuse, ma non solo verbalmente. Occorre aggiungere un'analisi pacata dei problemi, un'intelligente presentazione dei programmi e un'azione più decisa sulle lacune.