![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 OTTOBRE 2001 |
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Alla sua figura leghiamo solo la legge 180
sui manicomi. Un libro illumina la sua statura di grande scienziato del '900
A Roma oggi si presenta questo saggio
che esplora il suo itinerario teorico. Da Sartre a Laing, da Merleau-Ponty a
Foucault
Temeva quella riforma degli ospedali,
come una cesura grave per l'anima anti-istituzionale di Psichiatria Democratica
Oggi sarà presentato a Roma
nella sala della Piccola Protomoteca del Campidoglio Franco Basaglia, il libro di Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio
(Bruno Mondadori). L'occasione è ghiotta,
per il concorrervi, accanto agli autori, di più voci e presenze, Rosy Bindi,
Franca Ongaro Basaglia, Maria Grazia Giannicchedda, Tommaso Losavio, Walter
Veltroni e Alberto Gaston, in quella «rara e speciale libertà di incontro» tra
varie umanità, normalmente tenute distanti dai loro destini sociali ma
riunite da forte slancio al cambiamento.
Franco Basaglia è una monografia, necessaria, per e su uno straordinario intellettuale
che ha rivoluzionato per sempre la risposta alla malattia mentale. Un libro che risponde all'esigenza di
chiarire gli aspetti filosofici, scientifici, teorici ed operativi della messa
in crisi della «scienza» psichiatrica, costruitasi sulla oppressione e sulla
presa di distanza dalla sofferenza.
Nel libro si rende giustizia
all'estrema attualità del pensiero di Basaglia, e vi emerge l'opportunità che
esso sia studiato e praticato per superare le difficoltà della psichiatria
odierna. Consapevoli che,
nell'immaginario collettivo, Basaglia è solo colui che ha decostruito e
superato gli ospedali psichiatrici, preferiamo dedicare un po' di attenzione
al Basaglia degli inizi, che spesso è rimosso e negato e al Basaglia,
scienziato del Novecento, che scardina l'assolutezza della nozione di
oggettività e di scientificità della cultura occidentale moderna. Tutto ciò ha punti di contatto con il Wittgenstein
di Della certezza: «"Io
so"... sembra descrivere uno stato di cose che garantisce che quello che
si sa è un dato di fatto. Si dimentica
sempre l'espressione "io credevo di saperlo "... ».
Nell'esordio scientifico
(1953), A giovane Basaglia, psichiatra già «disobbediente», lascia
intravedere in filigrana i futuri sviluppi del suo pensiero. Studia l'antropologia fenomenologica di
Binswanger e la «daseinsanalyse», da cui raccoglie il dato essenziale della
necessità di un'abolizione della distinzione normativa sano/malato della
psichiatria positivista, in quanto a ciascuna esperienza esistenziale va concessa
l'opportunità di esprimersi, e rovescia la nozione di «norma» tanto cara alla
psichiatria ufficiale. «La malattia e la normalità hanno senso, cioè
significano, soltanto se colte nel contesto del mondo-della-vita al quale
appartengono e non a partire da categorie predefinite di salute e malattia».
L'analisi fenomenologica
dell'incontro e l'analisi del linguaggio rappresentano in questo approccio un
accesso privilegiato alla Weltanschaung della persona, ma dopo il contatto
affettivo è necessario «trovare gli elementi atti ad aiutarci a riportare alla
vita sociale un individuo che da essa è stato rifiutato». Sembra una banalità, ma molti, ancora oggi,
tralasciano questo approfondimento limitandosi ad una relazione con il paziente
totalmente astratto dal suo contesto di vita, lavorativo, familiare, sociale. E altri, non tutti comunque, non evitano un
trattamento sanitario obbligatorio in quanto non sanno costruire un'alleanza
che sostituisca la normale soggezione che il paziente e la sua famiglia hanno
nei confronti del potere medico.
Il pensiero e le pratiche
basagliane, dai quali il mondo accademico si è tenuto ben lontano, potrebbero
condurre a un maggior buon esito chi si occupa di donne e di uomini sofferenti:
a occuparsene, cioè, senza reificarli e «decontestualizzarli», come purtroppo
ancora avviene se si legge la sofferenza con il solo ausilio di manuali
diagnostici che ripropongono di fatto la logica kraepeliniana e le sue «unità
naturali di malattia». «La posizione "antiterapeutica" di Basaglia
in realtà è un'estrema riaffermazione del rapporto terapeutico (inteso nella
sua complessa articolazione: rapporto tra medico e paziente; tra il paziente e
la società; tra i diversi elementi dialettici della società stessa; fra ragione
e follia o tra salute e malattia). Per
essere davvero terapeutico, il rapporto deve aprirsi all'interno di uno spazio
in cui ogni risposta preformata, ogni pregiudizio terapeutico dovrà essere
messo tra parentesi, perché solo in questo modo il malato sarà libero e sarà
possibile incontrarlo su un piano di libertà». Basaglia, palesemente influenzato da Husserl invitava a una
radicale libertà dai pregiudizi, a essere incuranti di tutte le teorie
correnti e precedentemente apprese in modo da raggiungere la possibilità di
far partecipi gli altri di ciò che si è intuito.
Siamo, dunque, davanti a un
intellettuale raffinato, molto lontano da quella volgarità messa in campo da
chi, «ignorando», affermava che egli negasse l'esistenza della malattia mentale. Nel testo si restituisce a Basaglia il
merito di aver cercato di superare quell'atteggiamento che giustifica l'insuccesso
dell'incontro con l'altro con l'incomprensibilità di quest'ultimo, così come
succede a chi, non comprendendo il significato di un'opera d'arte, ne nega il
valore.
Ascoltare, saper ascoltare,
senza preconcetti che inficiano la comunicazione, è una capacità non molto
diffusa nel nostro mondo e la cui carenza è particolarmente grave per chi pensa
di stare in una relazione di aiuto.
Farsi carico concretamente
del malato, non fermandosi alla malattia, considerando la cura un tentativo
di ricondurre la persona alle sue piene possibilità esistenziali.
Nessun provincialismo: dalla
Germania la sua ricerca si sposta attraverso il pensiero di Ronald Laing,
quello di Merleau-Ponty e, soprattutto, Jean-Paul Sartre. Ciò per ricomporre l'artificiosa separatezza
tra psiche e soma e restituire importanza al «corpo non oggettivato». In Sartre si ritrova per parlare di
libertà, inautenticità, scelta, malafede.
Foucault e Goffman gli fanno da punto di riferimento per la critica
all'istituzione psichiatrica. Con
Foucault si interroga sulla follia e sulla sua convivenza con la cosiddetta
ragione; follia, non solo oggetto ma anche mezzo di conoscenza, che ha a che
fare con la verità e viceversa, prima di essere riassorbita nel manicomio come
malattia mentale. Nei suoi ultimi anni arriva ad azzardare il sospetto, come
scrive Franca Ongaro Basaglia, che lo «specifico» possa non esistere quando la
miseria, materiale, psicologica e sociale sarà debellata. «Si è detto di un
Basaglia creativo», ricorda Pirella «pieno di immaginazione, ed è vero. Ma l'immaginazione e la creatività erano lo
strumento mentale per un percorso di incessante verifica dei rapporti umani
concreti, soprattutto quando essi si realizzano in situazioni cristallizzate,
in cui il dislivello di potere e di sapere è dato come naturale, come
indiscutibile». Su questo punto è fondamentale l'analisi dei rapporti di
potere, cosi come dell'ideologia nel senso di falsa coscienza, che Basaglia aveva
ripreso da Marx. «Artista è chiunque esce dal proprio cerchio e reinventa il
suo ruolo nel rapporto con gli altri» aveva scritto in significativa risonanza
con un altro grande, Giovanni Michelucci, per cui «il vero valore
dell'architetto e della sua opera è nel ricordo rimasto negli operai della sua
fabbrica; se ha voluto essere solo con la sua bravura, la sua cultura, il suo
mestiere o, se invece, ha voluto essere con gli altri, con la gente, con chi
non sa e vorrebbe sapere, se ha considerato il suo lavoro un segreto da non
comunicare o se ha voluto far capire il perché del suo operare. In ultima analisi, se egli ha rinunciato a
sedersi su una cattedra e si è seduto invece, su una sedia qualunque parlando
con chi desiderava sapere».
Ritornando alla concretezza
del suo intervento, Colucci e Di Vittorio ricordano che verificata la risposta
di esclusione e segregazione che la società dava a chi «arrivava
all'attenzione della psichiatria», Basaglia rinuncia all'Università e va a
Gorizia dove mette le mani sull'istituzione che fino al quel momento era
l'assoluto della risposta psichiatrica: il manicomio.
Iniziano lì ad annodarsi i
momenti della teoria e dei saperi, quelli della pratica e i fini etici
aspiratori ideali delle politiche necessarie per una trasformazione utile e
duratura.
Il compito è, dunque, quello
di accompagnare ciascuno oltre la propria malafede verso la conquista di una
libertà che è consapevolezza della propria ed altrui storia e diritto ad essere
soggetto. Libertà nel senso sartriano
non è successo o consenso, ma «determinarsi a volere mediante sé stessi». Analizza la psichiatria di settore in
Francia, ne coglie i limiti. Va da
Maxwell Jones, dove studia la comunità terapeutica, la importa a Gorizia, ne
avverte il valore ma anche la limitatezza, apre all'esterno e così chiuderà
definitivamente il manicomio a Trieste.
Tutto ciò lo fece apparire ai conservatori della psichiatria
rivoluzionario o «ammalato» di utopia.
Ma, dice Claudio Magris, «l'Utopia significa non arrendersi alle cose
così come sono e lottare per come dovrebbero essere; sapere che il mondo ha
bisognò di essere cambiato e riscattato.
L'utopia dà senso alla vita, perché esige oltre ogni verosimiglianza, che
la vita abbia un senso».
Uno dei paradossi, a cui è stata sottoposta la sua figura, è proprio attribuirgli la paternità della legge 180 che invece lui interpreta come l'irreparabile «cesura» dell'esperienza anti-istituzionale temendo la perdita di identità del movimento di Psichiatra Democratica, da lui fondato, e la successiva normalizzazione istituzionale. Un destino riservato a tutti i veri anticipatori e «rivoluzionari» che negli anni non sono stati compresi da coloro che non hanno mai trovato la motivazione ad «intelligere» lo spessore culturale delle cose fatte e dette veramente.