RASSEGNA STAMPA

24 OTTOBRE 2001
GIULIO GIORELLO
Ragione e pregiudizio

La magia "svelle la Luna da l'orbe proprio" e "smuove de l'alto ciel" quelle stelle che una lunga tradizione considera fisse nella volta che ci sovrasta. Così recita Bonifacio , il Candelaio (Massimo De Francovich nell'allestimento di Luca Ronconi, Milano, Teatro Studio, da oggi all'11 novembre); ed è convinto che dove "vien meno la natura" possa intervenire quell'arte a fargli conquistare l'oggetto del suo amore. Gli si affiancano Bartolomeo (Giovanni Crippa), il quale spera che le tecniche dell'alchimia gli consentano di arricchirsi trasformando vili metalli in sostanze preziose, e il "pedante" Manfurio (Mauro Avogadro), che con il suo latino forbito si vanta d'essere precettore dell'umanità intera. Ma la Luna continua indifferente il suo corso, il ferro non diventa oro e la retorica non convince la plebaglia alla virtù. Tessitori di intrighi, i tre si scopriranno vittime di una trama ben più ingegnosa e complessa, quella ordita dal pittore Gioan Bernardo (Luciano Roman), vero e proprio regista di una beffa clamorosa in cui i "furfanti" indossano le vesti degli "sbirri" e puniscono i vizi della cultura: perversione d'amore, cupidigia e vanità. L'autore, Giordano Bruno, amava definirsi "academico di nulla academia", detto anche "il fastidito", cioè annoiato e sprezzante (di ognuno, ma anche di se stesso), non foss'altro che per aver riscontrato la fragilità di qualunque avventura di fronte alla "vicissitudine" delle cose ("il tempo tutto toglie e tutto dà"). Era nato nel 1548 "a Nola, che giace al piano de l'orizzonte Campano", terra di aria buona ma anche di "criminali costumi". Di nome faceva Filippo. Divenne Giordano dopo essersi trasferito (1562) a Napoli (dove ambienterà la commedia) facendosi domenicano. Dopo una decina d'anni già era "in odor di eresia". Gettato l'abito alle ortiche, inizia la carriera di vagabondo dello spirito: Noli, Torino, Padova, Brescia, Milano, ecc., per non dire della Ginevra di Calvino da cui doveva presto fuggire alla volta della Francia di Enrico III, allora dilaniata dal conflitto tra cattolici e protestanti. Nel 1582 il Candelaio è stampato a Parigi in una tipografia "all'insegna dell'Amicizia". Conclusa la "missione" in Inghilterra tra pedanti di Oxford e cortigiani di Londra, pubblica la Cena de le Ceneri (1584), dove racconta le sue peripezie lungo le rive del Tamigi e difende insieme la "sovversiva" dottrina copernicana del moto della Terra e la concezione di un universo infinito. Aristotele e Tolomeo, addio. Così Bruno descrive se stesso nella Cena: "Or ecco quello, ch'a varcato l'aria, penetrato il cielo, discorse le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime, ed altre, che vi s'avesser potuto aggiongere sfere, per relazione de vani matematici e cieco veder di filosofi volgari".

La nuova scienza si afferma in contrasto con quella del passato. La sua nascita è un dialogo drammatico che Bruno mette in scena sfruttando tutte le risorse e gli espedienti della macchina teatrale. Manfurio si è tramutato in Prudenzio, il difensore dei pregiudizi consolidati, una figura i cui tratti sembrano anticipare il Polonio dell' Amleto e il Simplicio del Dialogo di Galileo . E il vano sapere degli sciocchi svillaneggiati dai furfanti è diventato ora quello dei filosofi e dei matematici di Oxford che hanno respinto le audaci tesi del Nolano. Ha ragione Luca Ronconi quando dice che non c'è battuta del Candelaio che non sia intrisa della cosmologia di quello strano "academico". Gioan Bernardo fa sentire ancora la sua voce. Lo stesso Bruno nell'esordio della Cena paragona lo studioso del mondo fisico a un pittore che allude al tutto mediante il particolare: "vi fa veder qua un regio palazzo, là uno straccio di cielo" e gli basta "di un cavallo far vedere una testa, di un cervo un corno". Ma se vuol correggere qualche difetto, questo pittore non può disporre di "quei spacii e distanze, che soglion prendere i maestri dell'arte", in quanto non ha luogo ove poter ritirarsi a contemplare l'opera - a meno che non voglia saltare fuori dall'Universo! Quella che Bruno descrive è la condizione dell'impresa scientifica: il soggetto che conosce è parte dell'oggetto che intende indagare. E oggi sappiamo bene che i fisici che osservano il cosmo sono una conseguenza della sua evoluzione.

Vi è quindi un senso, tutt'altro che banale o perverso, per cui la scienza è spettacolo. Le cose non cambiano se sostituiamo all'uomo copernicano, che rivela che la Terra è un pianeta tra gli altri, quello darwiniano, che scopre che le specie vegetali e animali mutano nel tempo per la pressione selettiva dell'ambiente (e in ciò l'Homo Sapiens si ritrova affine ai primati superiori). Basta infine guardare alle vicende della scienza del secolo che si è appena concluso per rendersi conto di come la Natura nello svelarci un suo aspetto ne celi un altro (pensiamo al principio di complementarità di Niels Bohr) o di come il biologo perturbi con la sua indagine la vita stessa (per usare una bella immagine di Erwin Schrödinger), per non dire dell'avventura di quel logico (Kurt Gödel) che ha dimostrato ("logicamente") che la logica non è tutto! Sono le idee a essere drammatiche, prima ancora delle biografie di coloro che se ne sono fatti portatori. Queste ultime, però, non sono da meno: rogo di Bruno a parte, preferite un Galileo che cede di fronte al tribunale romano o un amletico Heisenberg che esita a mettere nelle mani di Hitler conoscenze che potrebbero rivelarsi militarmente fatali? Non c'è conoscenza senza passione, ma la scienza conosce passioni proprie: la persecuzione delle idee come quella dei corpi. L'aveva intuito l'autore del Candelaio : Bonifacio dichiara di passare da un amore all'altro che gli accende il cuore - ma gli viene ribattuto che "se il fuoco fosse stato di miglior tempra, non t'avrebbe fatto esca ma cenere".
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