RASSEGNA STAMPA

22 OTTOBRE 2001
CORRADO OCONE
"Federalismo sì, ma dal basso"

"Io sono fermissimamente ostile al regime dei talebani, ma lo sono altrettanto all'intervento armato degli Stati Uniti. Ad un regime intollerante e retrogado non si può opporre una decisione unilaterale. Che fra l'altro fa il gioco di bin Laden e di tutti gli estremisti, i quali vogliono dividere il mondo in due parti opposte, in modo netto: o sei con me o contro di me, o sei amico o nemico dell'Occidente. La decisione di Bush segna la fine dell'idea stessa di un diritto internazionale. È giusto che il regime talebano sia rovesciato, ma non può essere un singolo governo ad arrogarsi il diritto di deciderlo. La legalità internazionale è stata clamorosamente infranta". Chi pronuncia questa dura requisitoria non è, come potrebbe sembrare, un esponente dell'ala più radicale di una sinistra d'antan. È invece colui che viene considerato il massimo esponente della Nouvelle Droite, il filosofo francese Alain De Benoist. Lo abbiamo incontrato a Lecce, ove era ospite del sindaco ed europarlamentare Adriana Poli Bortone e delle associazioni "Identità e Futuro" e "Tradizione e Popolo" (ha fra l'altro discusso con Aldo Di Lello, Gianfranco De Turris e Fabio Torriero di "Geo-mania o Geo-follia: Destra e Globalizzazione").

Professore, ma allora come pensa si spossa combattere la guerra al terrorismo?

Prima di combattere una guerra, bisogna capire e studiare la situazione. Prima di tutto vorrei sgombrare il terreno da un equivoco: non è in corso una guerra fra civiltà, Huntington ha veramente torto. Islàm e Occidente non sono affatto realtà omogenee, indistinte. L'Islàm non è rappresentato né da Bin Laden, né dai Talebani; è una realtà composita e multiforme. Nel mondo musulmano come in quello cristiano, è in atto un processo di globalizzazione e secolarizzazione che può stare stretto a gruppi minoritari di tradizionalisti fanatici. Tuttavia credo che i motivi in gioco siano essenzialmente politici, di potere, di predominio. E che il vero obiettivo di bin Laden siano i governi dei Paesi arabi. Che non a caso si sono alleati con Bush. Bin Laden fa guerra ai Paesi arabi attaccando gli Stati Uniti e servendosi, strumentalizzandolo, il sentimento religioso di gruppi minoritari. È un processo ben noto, d'altronde: anche noi, con le guerre di religione, abbiamo conosciuto dinamiche non troppo difformi.

De Benoist, parliamo della globalizzazione. Ad occhio lei dovrebbe essere contrario ad un processo che distrugge la tradizione?

Ma la tradizione non è nulla di statico, di dato una volta per tutte. È un processo che si costruisce, è storia. Secondo me oggi bisogna fare i conti con due eventi veramente nuovi, e in questo consiste per me la globalizzazione: l'omologazione culturale, la facilità delle comunicazioni e di ogni tipo di incontro fra i popoli. Se la seconda è inevitabile e anche positiva, l'omogeneizzazione è invece un processo che va arginato. Politicamente.

In che modo?

Mediante il federalismo, che però deve essere vero e forte. Penso che quando si dice che nella nostra epoca bisogna pensare globalmente e agire localmente, si dice una grande verità. Gli Stati nazionali, che sono un portato della modernità, dovranno perdere spessore a favore delle piccole realtà e delle comunità locali. Che devono essere messe in grado di scegliere autonomamente.

Professore, quando lei si riferisce ad un federalismo vero pensa alle proposte emerse nel dibattito italiano di questi ultimi anni?

No, niente affatto. Anzi voi italiani siete fortunati: da noi in Francia, ove è più forte la tradizione amministrativa centralistica e giacobina, di federalismo si discute molto meno. Penso piuttosto all'Unione Europea come cattivo modello. Si tratta di un federalismo promosso dall'alto e non nascente dal basso come è quello che io propongo: di un modello di democrazia autoritaria e giacobina, appunto, non partecipata e organica. È ridicolo imporre standard unici sul latte o sulla pizza. È un modello assurdo di pianificazione.

Lei non crede all'idea di Europa, perciò?

No, credo fermamente all'Europa, ma va costruita diversamente. Dal basso appunto.

E del movimento anti-global cosa pensa?

Simpatizzo fortemente con le sue istanze anche se non accetto la violenza. Bisogna capire che il nostro modello di sviluppo, basato sul profitto e sul libero mercato, non è sostenibile: il "popolo di Seattle" ha il merito di far presente continuamente ciò. È come se esso ci facesse presente che è necessario un pensiero ecologico, che ovviamente è altra cosa dall'ecologismo come movimento politico. Gli ecologisti hanno utilizzato politicamente e strumentalizzato per andare al Governo tematiche che invece andavano prese sul serio. Gli anti-global hanno capito che la globalizzazione non può significare americanizzazione e che l'economia della crescita continua porta alla catastrofe. E finisce per dividere il mondo fra paesi ricchi, pochi, e paesi poveri, la stragrande maggioranza. Per di più noi ci comportiamo da imperialisti imponendo il nostro modello ad altri e non rispettando le specificità culturali.

Professore, lei si infiamma quando parla dell'America, ma dopo tutto le sue affermazioni sembrano quasi  "politicamente corrette". Una domanda a bruciapelo, in conclusione: si definisce un pensatore di destra?

Diciamo che mi definirei di destra se su una sola questione ci si potesse definire in modo univoco di destra o di sinistra. In verità si tratta di una distinzione che non serve a nulla oggi. Siamo tutti un po' trasversali, se vogliamo veramente pensare alle cose del mondo, senza paraocchi e pregiudizi. Io parto dalle cose, non dalle idee. Vorrei che di me si dicesse che sono uno che pensa nel modo corretto, non a destra o a sinistra.
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vedi anche
Filosofia (e) politica