RASSEGNA STAMPA

19 OTTOBRE 2001
RENATO DULBECCO
IL GENE CHE E’ IN NOI

I PENSIERI DI UN NOBEL

Pubblichiamo un brano tratto dal nuovo libro di Renato Dulbecco La mappa della vita (Sperling & Kupfer, pagg. 270, lire 28.000). Il volume sarà fra qualche giorno in libreria.

A un certo punto nell'evoluzione della vita ci deve essere stato un avvenimento cruciale: la comparsa di molecole adatte a cooperare e a formare gruppi capaci di funzioni nuove. In questi gruppi una molecola capace di riproduzione divenne l'elemento centrale, la molecola chiave, determinando la formazione di altre molecole incapaci di riproduzione, ma capaci di altre funzioni. Le varie molecole rimanevano insieme cooperando per il bene collettivo, mentre la molecola chiave possedeva il codice per la formazione di ulteriori molecole. Nelle sue forme essenziali, questo modello divenne fondamentale per la vita, e persiste tuttora; la molecola chiave diventò il gene.

Il nuovo organismo, per sopravvivere, doveva essere compatibile con l'ambiente; più si era adattato, più rapidamente si riproduceva. Ma con il tempo presero vita organismi diversi, o perché qualche nuovo tipo si formò spontaneamente, o perché la cellula chiave di quello esistente produsse qualche variante. Tutti gli organismi ricavavano le sostanze necessarie per la loro sopravvivenza dal brodo stesso, ma esse erano in quantità limitata. Allora la competizione diventò forte, e i vari organismi dovettero cominciare a combattersi. Gli organismi più adatti all'ambiente vinsero e diventarono predominanti. Così fin dal principio il gene fu un parassita dell'ambiente e un competitore spietato. Il gene era cioè egoista...

Oggi noi possiamo riconoscere la caratteristica dell'egoismo nelle cellule più semplici, i batteri: se due batteri vengono immessi in un brodo in cui un componente essenziale è in quantità limitata, il batterio che lo sa utilizzare in modo più efficiente cresce meglio, e con il tempo diventa predominante. E se due batteri vengono immessi in un brodo contenente un antibiotico, quello che possiede un gene che lo rende resistente all'antibiotico continua a crescere, l'altro muore.

Però certi geni continuano a essere egoisti dentro una cellula, come è dimostrato dalle sequenze ripetute presenti nei Dna degli organismi avanzati. Questi geni non sono di evidente utilità all'organismo, ma continuano a riprodursi, invadendo il genoma. Essi hanno il macchinario per riprodursi e lo usano indipendentemente dalla riproduzione della cellula in cui si trovano; così aumentano di numero. Sono dei veri parassiti. Per sopravvivere, l'organismo che li ospita deve combatterli. Però non tutti i geni estranei presenti in una cellula si comportano in questo modo. Un esempio è dato dai geni delle particelle presenti nel citoplasma delle cellule, i mitocondri. Essi entrarono nelle cellule come batteri parassiti, ma poi si adattarono a formare un insieme funzionale con la cellula ospite. I mitocondri mantengono la capacità di riprodursi, ma lo fanno in armonia con la riproduzione della cellula. La loro presenza nella cellula è utile a entrambi: il mitocondrio produce energia per la cellula, e la cellula fornisce al mitocondrio riparo, sostanze nutritive e il prodotto di alcuni geni necessari per la sua formazione e per la sua attività. In questo modo il parassitismo si è trasformato in un'alleanza da cui entrambi i partner prendono vantaggio. Ma, con qualche eccezione, egoismo e combattività sono caratteristiche dei geni a ogni livello, come cita un famoso detto: la prima legge della natura è la conservazione di se stessi.

A questo punto ci possiamo chiedere come l'egoismo dei geni, e perciò delle cellule, si rifletta sulla vita di organismi complessi, quali gli esseri umani. Esempi di egoismo umano li possiamo vedere tutti i giorni: basta gettare uno sguardo su un giornale per averne una buona lista...

Il comportamento della società umana è basato sulla proprietà fondamentale dei geni: l'egoismo. L'egoismo agisce sull'individuo, ma causa anche la formazione di raggruppamenti di dimensioni varie tenuti insieme da relazioni altruistiche: la famiglia, il clan, il paese, i gruppi sociali o religiosi. Per questa ragione ogni azione umana è di natura egoistica: a ogni livello l'individuo cerca di arricchirsi in vari modi esercitando attività di vario tipo, sebbene ciò non sia ovvio: il politico e il militare cercano gloria e potere; lo scienziato vuol fare qualche grande scoperta per essere riconosciuto attraverso il conferimento di premi...

Consideriamo l'operato di uno scienziato, per esempio l'autore di questo libro, per vedere che cosa lo ha motivato. Alla fine della seconda guerra mondiale lo scienziato ritornò al suo lavoro presso l'Istituto di Anatomia dell'Università di Torino, dove gli si presentavano diverse possibilità di ricerca; ma nessuna di esse era attraente. Così egli fece una cosa che nessun laureato in medicina aveva mai osato fare: si iscrisse al corso di laurea in fisica pura. L'idea era che questo gli avrebbe fornito nuovi mezzi per determinare il comportamento dei geni (che allora erano un'entità sconosciuta), studiando l'effetto delle radiazioni raggi X, luce ultravioletta e altri. Ma forse la vera ragione del suo comportamento era dimostrare che poteva farlo. Il risultato fu ottimo perché, prima ancora di finire il corso, Salvador E. Luria, che aveva anch'egli studiato a Torino, gli offrì di andare a lavorare con lui all'Università dell'Indiana negli Stati Uniti, proprio per fare quel lavoro che il nostro scienziato aveva in mente.

In quel nuovo ambiente il nostro scienziato lavorò assieme a Luria su un argomento scelto dal suo mentore; ma presto trovò un altro problema che gli piaceva, e cominciò a lavorare su di esso in segreto, facendo gli esperimenti di notte. Gli sembrava giusto fare così perché non era certo della correttezza delle sue ipotesi. Solo quando ebbe finito gli esperimenti, che dimostravano l'esattezza delle sue tesi, li mostrò al suo maestro. Luria fu strabiliato; e forse, senza saperlo, il nostro scienziato voleva proprio questo. Voleva mostrargli che aveva delle idee sue, che era capace di formulare una buona teoria e di metterla alla prova con esprimenti appropriati, e di lì arrivare a una conclusione accettabile. Più tardi lo scienziato fece un'altra interessante scoperta, di nuovo completamente da solo: che la luce di una lampada a fluorescenza può risuscitare un virus ucciso dalla luce ultravioletta. La scoperta derivò da un'osservazione accidentale, e il nostro scienziato ne finì la descrizione in pochi giorni, mentre il suo mentore, per caso, era fuori sede per un meeting. Quando Luria ritornò gli fu presentata la scoperta; fu di nuovo strabiliato, ma questa volta anche preoccupato, perché si chiedeva se la nuova scoperta potesse gettare dei dubbi sul suo lavoro pluriennale. Risultò invece che non c'era pericolo: era un fenomeno indipendente, e Luria poté tranquillizzarsi.

Vediamo che il nostro ricercatore lavorò strenuamente per farsi un nome, per soddisfare il proprio ego. Ma lui non se ne rendeva conto, credendo solo di seguire la tradizione secondo cui uno scienziato deve fare delle scoperte, perché è pagato per questo; e voleva farle da sé. Pensava che la sua scelta di lavorare in segreto finché non fosse sicuro dei risultati fosse dovuta alla sua timidezza, alla mancanza di confidenza. Ma non era così: il suo era puro egoismo. Dopo due anni con Luria, al nostro scienziato fu offerta una posizione al Caltech di Pasadena, in California. Lui chiese a persone competenti se quella fosse una buona università, paragonata all'Università dell'Indiana. Quando gli fu consigliato di andare al Caltech, lui lo fece abbandonando però il suo tutore, che fu profondamente addolorato dalla decisione; ma la sua reazione non disturbò il nostro scienziato, che era felice di una nuova avventura. Anni dopo, i suoi giovani collaboratori fecero la stessa cosa a lui: se ne andarono per aprire un nuovo laboratorio vicino a New York; era la restituzione di ciò che egli stesso aveva fatto a Luria. Tutti sono egoisti.
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