RASSEGNA STAMPA

17 OTTOBRE 2001
RENZO CASSIGOLI
I sogni più belli? Quelli di Keplero e Kant

Parla Paolo Rossi, storico della scienza, che pubblica un volume sulla dimensione onirica

Per secoli s'è pensato che sognare schiudesse le porte del cielo e del mondo

L'entusiasmo romantico non rappresenta garanzia di verità e di autenticità. Le vere fantasie trasgressive sono quelle della ragione

«C'è un filo che lega il bambi­no all'interpretazione dei sogni e anche al furore, inteso come entusiasmo.  Come la lenza del pescatore: sottile e a volte non visibile ma pronta a ricomparire e. comunque, tena­ce, difficile da spezzare».  Paolo Rossi, da storico della filosofia, ha intitolato Bambi­ni, sogni, furori questo suo ultimo libro che oggi alle 17,30, verrà presentato dal filosofo Giulio Giorello e dallo psicoanali­sta Adolfo Pazzagli alla Biblioteca comu­nale di Sant'Egidio a Firenze per la setti­ma edizione del ciclo «Leggere per non dimenticare», curato da Anna Benedetti. «Naturalmente la lenza è una metafora ma alla fine collega saldamente tutto insie­me. I fenomeni dell'invasamento, l'idea, che i bambini possano essere più facilmen­te abitati dalla divinità.  Pensa alla favola di Andersen, del bambino che vede ciò che gli adulti non vedono: il re nudo.  C'è un filo che lega l'infanzia all'interpretazione dei sogni, al fervore che è anche entusiasmo».

Giordano Bruno e gli «eroici furori».

Certo, Bruno e prima ancora Platone. Il bambino è in qualche modo al centro del mondo dei sogni, degli entusiasmi, dei furori.  Il legame è forte.

E quando il bambino crescendo si fa adulto non vede più il re nudo.  Vuoi dire che il   bambino perde l'innocenza e la coppia di «vedere» la verità?

La domanda presuppone che io abbia accettata la tesi del bambino che vede la verità.  Il mio libro non sposa questa tesi, o quella del bambino da cui traspare la divi­nità, è solo una storia del modo in cui questa idea si è confrontata con l'altra idea del bambino simile al primitivo da educa­re. Due immagini diverse: il bambino oc­chio di dio e il bambino come selvaggio.  Hobbes esprime fino alla radice questa se­conda immagine tutta negativa del bambino, tanto che per lui un criminale è  solo un bambino dotato di forza

A differenza di Voltaire per il qua­le invece il bambino è buono  e inno­cente.

Infatti, rispetto a Rousseau soprattut­to, per cui l'infanzia è innocente.  Due immagini che a volte sono in concorrenza fra loro e a volte coesistono nella nostra civil­tà. Pensa al Vangelo: lasciate che i pargoli vengano a me, vuol dire: lì c'é l'innocenza.  Poi invece, in Sant'Agostino e in altri testi, c'è l'idea di dover uscire dall'infanzia per diventare adulti.

Il bambino cresce in un ambiente determinato che lo forma nel quale esistono il bene e il male, che però sono anche dentro di noi, coesisto­no in noi. Quanto pesa il passato nel nostro modo di essere?

Certo, non nasciamo senza niente den­tro ma con un patrimonio innato, addirittura con istinti, con pulsioni, passioni, aggressività, con il senso della territorialità, con tutto quello che Freud e tanta psicolo­gia, ci hanno insegnato in due secoli.  Sia­mo impastati di bene e di male, l'abbiamo visto nel corso della storia umana.  C'è sempre un elemento di retorica: l'uomo può diventare un angelo e un demonio.

Curiosità, fantasia, disobbedienza: due virtù chiamiamole così, e un difetto che caratterizzano la crescita del bambino.  Ma è proprio così? Senza la curiosità e la fantasia, ma anche senza la disobbedienza il mondo si sarebbe fermato.

Sono d'accordo.  Disobbedienza nel senso che ogni generazione accresce e mo­difica il patrimonio che le è stato lasciato, violando regole stabilite secondo il princi­pio che non si può star fermi nel mondo del sapere, della conoscenza, che bisogna discutere, dubitare: l'idea che il sapere ven­ga discusso, non accettato.  La polemica contro Aristotele è stata questa: il sapere non statico ma dinamico.  L'idea del rimettere tutto in discussione fa parte della cultura e della scienza.

Il sogno, quindi inteso anche come vaticinio, tentativo di avere certez­ze per vincere le nostre paure?

Il punto che mi ha interessato è anco­ra oggi quello della consistenza tra il so­gno come fatto pubblico che ha un rap­porto con la realtà - pensi al gioco del lotto: sogno dei numeri e il gioco al botteghino - e il sogno come fatto assolutamen­te privato che riguarda i nostri timori, le nostre angosce, le nostre speranze, la no­stra vita psichica interiore.  Non ha senso, quindi, cercare di interpretare un sogno per vincere paure ed avere certezze sul mondo, come facevano i greci e i romani.  Pensiamo abbiano ragione Freud ed altri studiosi per i quali il sogno è un fatto assolutamente privato.  Ma per alcuni mil­lenni, dalle più antiche civiltà fino all'Ot­tocento, si pensava che il sogno dicesse qualcosa sul mondo.

C'è ancora un riflesso di quelle credenze?

Certo che c'è, e cito ancora il giuoco del lotto.  Ma nella nostra cultura quell'ac­cezione è caduta.  Semmai c'è ancora coesistenza fra questi due modi di pensare: nel libro infatti porto alcuni esempi presi dal mondo della cultura popolare e dal mon­do colto.

Nel libro citi il «Somnium» di Keplero.

Siamo nell'epoca il cui il sogno non è ancora pensato come lo pensiamo oggi.  Keplero non pensava al sogno come ci pensiamo noi.  In Keplero tutto è ancora più bello e complicato.  Somnium è il libro scritto da un uomo che, a fini didattici, racconta un sogno che contiene inconsa­pevoli elementi freudiani.  Un sogno in­ventato, nel quale Keplero allude alla ma­dre come ad una persona sospettabile di stregoneria, e sono proprio gli anni in cui difende la madre da quella accusa.  Quello di Keplero è un grande testo scientifico che vuole dimostrare la «verità» del siste­ma copernicano assumendo il punto di vista di uomo che è sulla luna.  Una gran­de idea.

I furori. Non sono sempre «eroici», come quelli di Giordano Bruno. 

Sono ambivalenti: il furore come esta­si mistica, rivelazione, esaltazione, qualcosa che ci accompagna fin dalla Grecia ar­caica e anche prima, e il furore con questo elemento «eroico» di cui Bruno porta con­sapevolezza: cioè la grandezza morale lega­ta a questa immagine.  Accanto però sta l'immagine del furore come regressione ad uno stato animale.  Ancora una volta le immagini coesistono.  Certo, io mi sento più figlio della polemica contro l'entusia­smo, figlio di coloro che nel 6-700 si ribel­larono all'idea che la testimonianza inte­riore possa essere portata come prova di verità di una posizione.

Il fanatismo.

La definizione è proprio questa: fanati­smo.  Sono certo perché sono interiormen­te sicuro che questa è la verità.

Poi, come dice Kant, ci sono le ra­gioni morali scritte dentro di noi e c'è la legge degli uomini.

Non a caso alla domanda cos'è l'Illu­minismo, Kant rispose: è l'uscita dell'uo­mo dal suo stato di volontaria minorità, nel quale il generale dice obbedite e il prete dice credete, per diventare maggio­renne.  Il punto chiave è tra la testimonian­za interiore, pur veramente creduta, e la verità pubblica.  Il fanatico che vuole tra­smetterti la sua certezza, non ti fa ragiona­re.

Il dubbio, insomma.

Sicuramente.  Il dubbio e l'ironia sono necessari per resistere e continuare a spe­rare.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti