![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 OTTOBRE 2001 |
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Dahrendorf-Giddens: uniti in nome dei nuovi valori
Pur essendo
entrambi successori di Karl Popper alla guida della London School of Economics
(è proprio alla Lse che ci incontriamo per questo dialogo sul dopoguerra, più
che sulla guerra) Anthony Giddens e Ralf Dahrendorf sono due intellettuali
di estrazione e pensiero diversi. L'uno, Giddens, modernizzatore della
socialdemocrazia, ideologo della "Terza Via", paladino di tutto ciò
che è "global". L'altro, Dahrendorf, liberale e scettico, critico del
"blairismo", sempre in guardia contro l'ottimismo della
mondializzazione.
Visto che siamo tutti convinti che niente sarà più come prima alla
fine di questa crisi, chiedo a entrambi che cosa cambierà. Se il XXI secolo
sarà dominato da un nuovo disordine mondiale, o dalle macerie del World Trade
Center nascerà un nuovo ordine?
Giddens:
"Ogni previsione dipende da quanto lunga, estesa ed efficace sarà la
reazione militare americana. E, per quanto grande sia l'orrore di ciò che
abbiamo visto a New York, dobbiamo ricordare che quell'attentato non è il
primo, ma l'ultimo di una serie di attacchi terroristici e suicidi che vanno
avanti da una decina d'anni nel mondo. Che cosa è diverso, stavolta? Il
sentimento di enorme tensione che si è impadronito dell'Occidente. Da sociologo
ho lavorato molto sul concetto di "rischio", e paragonerei questa
situazione a quello che ci succede quando siamo alla guida di un'auto. Al
volante - lo sappiamo bene - noi sperimentiamo di solito una sensazione di
invulnerabilità. Ma se passiamo davanti alla scena di un incidente,
all'improvviso ci rendiamo conto della nostra estrema vulnerabilità, qualcosa
che già c'era ma che non vedevamo. Per un po' rallentiamo, facciamo attenzione
agli incroci. Ma solo per un po'. Personalmente, non credo che durerà a lungo.
Ci sarà un ritorno alla normalità. Soprattutto se l'azione militare sarà
limitata e produrrà qualche risultato".
Dahrendorf:
"Anche per me gli eventi valgono per come vengono interpretati. Questo
attacco ha coinciso con un grave rallentamento delle nostre economie. Ciò ne ha
aggravato le conseguenze negative. Nella testa della gente catastrofe e crisi
economica sono più legati di quanto non lo siano in realtà. Il risultato è una
modifica profonda dei comportamenti e dei convincimenti. Io credo che per un
po' sarà più difficile per tutti noi accettare gli esorbitanti profitti delle
imprese che negli ultimi anni abbiamo considerato un dato di fatto. D'altra
parte, però, questo stato di paura sta determinando una riscoperta di valori
che definiscono l'Occidente, che legano America, Europa e qualcun altro".
Giddens:
"Conseguenze ci saranno infatti anche sul movimento "noglobal".
La sua parziale trasformazione in movimento per la pace mi sembra più l'inizio
di una frammentazione che di una rinascita. Credo che vedremo meno Seattle e
Genova in futuro. Anche perché, almeno in parte, le istanze di quella protesta
dovranno ora essere comunque affrontate dai governi. Se stiamo assistendo alla
fine di qualcosa, quel qualcosa è l'idea che si possa trattare il mondo come un
gigantesco mercato e basta. Intendiamoci: per me proprio questi eventi ci
dicono che abbiamo bisogno di più globalizzazione, non di meno. Essi non ne
sono in alcun modo il frutto, ma sono piuttosto un residuo del passato, di una
Guerra Fredda che produsse un'enorme instabilità. L'Afghanistan ne è un
classico esempio. Dunque non dobbiamo ritirarci dalla globalizzazione. Ma essa
deve essere legata a un diritto internazionale, alla promozione di standard
universali di diritti umani e a un'azione concertata per affrontare alcune
delle questioni sollevate dal movimento "noglobal"".
Forse abbiamo bisogno di una "globalizzazione etica"?
Giddens:
"Ma un elemento etico c'è sempre stato nelle globalizzazione. L'era
globale non è solo una serie di connessioni economiche. C'è stato un grande
sviluppo del diritto internazionale e del protagonismo delle Organizzazioni non
Governative. La globalizzazione è anche integrazione di valori, è anche
Greenpeace".
Dahrendorf:
"Il fatto è che molta gente ha odiato i comportamenti del popolo di
Seattle, ma in qualche modo ne ha apprezzato la spinta propulsiva. Oggi questa
parte dell'opinione pubblica è alla ricerca di una via per addomesticare la
globalizzazione senza distruggerla. Se vogliamo chiamare questa aspirazione
"etica", per me va bene. E' un tentativo di stabilire delle regole.
Io credo che gli eventi di New York rafforzeranno questo desiderio".
Sta dicendo che questa è la fine del neoliberismo e l'inizio della
riscoperta di Keynes?
Dahrendorf:
"Io vedo che Bush sta mettendo in moto un imponente programma di stampo
keynesiano per rilanciare l'economia. La coincidenza delle due crisi accresce
la pressione per un più forte ruolo dello Stato, sia per proteggerci dalla
minaccia terroristica sia per farci uscire dall'incertezza economica. Andiamo
verso un'era in cui prevarrà l'idea che lasciare tutto al mercato non funziona,
e che lo Stato deve giocare un ruolo maggiore".
Giddens:
"Non sono del tutto d'accordo. Non credo che ci sarà o ci possa essere un
ritorno né al keynesismo del dopoguerra né ad alcun massiccio intervento dello
Stato in economia. Nel caso degli Usa, mi pare che Bush stia piuttosto
proponendo di ridurre ulteriormente le tasse. Del resto, la fase storica in cui
si è creduto che il mercato fosse la soluzione di tutti i problemi era già
finita. Da tempo c'è un consenso diffuso sulla necessità di un certo grado di
interventismo statale, per bilanciare il mercato con buon governo e società
civile. Ma, detto questo, non possiamo certo dimenticare le lezioni che abbiamo
imparato. Non possiamo tornare in un mondo in cui lo Stato fa tutto. La soluzione
non è "back to the future". Anzi, le nuove politiche, centrate sulla
flessibilità e l'adattabilità della forza lavoro, saranno anche più importanti
in un'epoca di depressione. Temo che le economie dell'Europa continentale -
Italia, Francia e Germania - avranno un problema di disoccupazione più grave
della Gran Bretagna, che ha riformato il suo mercato del lavoro e lo ha reso
più adattabile ai cambiamenti".
Dahrendorf:
"Qui davvero dissento. Innanzitutto non vedo depressione alle porte,
parlerei piuttosto di rischio di recessione. E poi sono convinto che l'effetto
combinato di crisi e terrorismo produrrà un ripensamento dei governi sul loro
ruolo. L'analisi di Giddens, centrata sulla flessibilità del mercato del
lavoro, mi pare datata. Le economie europee non hanno poi questo grande
problema di disoccupazione. Può sembrare così se si guarda alle statistiche, ma
chiunque conosca quei paesi sa che è molto peggio in Gran Bretagna, perché qui
il senzalavoro non ha alternative. Prevedo dunque un periodo in cui la
persistente forza del mercato globale conviverà con una maggiore enfasi sulla
protezione sociale e su abitudini di vita e di lavoro più "locali".
Una specie di "glocalizzazione"".
Giddens:
"Non è così. I cambiamenti già avvenuti nelle economie dell'Occidente sono
fondamentali e irriversibili. La percentuale di operai è ormai una piccola
minoranza, circa il 16% della forza lavoro in Europa. L'"economia della
conoscenza" è un fenomeno reale, non messo in discussione dalla crisi in
Borsa delle "dot.com". Perciò la risposta deve essere ancor di più in
termini di formazione e flessibilità della forza lavoro. E contesto ciò che
dice Dahrendorf delle economie europee. Francia e Germania hanno molta povertà
nascosta ed esclusione sociale, a causa di un'eccessiva rigidità del mercato
del lavoro: soffriranno di più del rallentamento dell'economia".
Andiamo
verso un'"economia della paura", nella quale la gente volerà di meno,
spenderà di meno e si rinchiuderà in casa?
Giddens:
"C'è paura, certo. C'è un freno alla spesa. Ma una maggiore prudenza dei
consumatori secondo me si sarebbe manifestata comunque, anche senza gli eventi
di New York. Noi conviviamo sempre con il "rischio", ma alla fine lo
filtriamo, perché questo è l'unico modo di vivere vite stabili. Il problema è
capire quale sarà la portata e la profondità degli adattamenti di cui avremo
bisogno, in termini di sistemi di sorveglianza, spese militari, libertà civili
e così via".
Dahrendorf:
"Io credo che ci sarà una differenza tra Usa e Europa. Ho la sensazione
che la rivitalizzazione della società civile, il sorprendente moto di
solidarietà con cui gli americani stanno reagendo alla minaccia, questa
classica reazione alla Tocqueville, può diventare fonte di forza economica. Non
vedo gli stesi segnali in Europa e non credo che ci possiamo contare in
futuro".
L'America sarà ora meno isolazionista?
Dahrendorf:
"E' altamente probabile. L'esperienza della costruzione della coalizione
anti-terrorismo avrà effetti duraturi. Renderà chiaro che è meglio avere amici
che andare da soli nel mondo. Noto una coincidenza: gli Usa hanno finalmente
pagato una buona parte del loro debito nei confronti dell'Onu".
Giddens:
"E' molto visibile una ritirata dell'amministrazione Bush dalle posizioni
unilateraliste che aveva assunto all'inizio. Ma attenzione, quelle posizioni
esistevano in America anche durante l'amministrazione Clinton, a causa del
controllo repubblicano sul Congresso. E per quanto sia ora probabile
un'attitudine più positiva, io non credo che firmeranno gli accordi di Kyoto.
E' più probabile che persisteranno in una classica posizione americana:
collaborazione da un lato, unilateralismo dall'altro, che è dettata dalla
singolare posizione degli Usa nel mondo".
Ha ragione Blair a proporre una nuova politica etica globale, che
renda questa guerra "giusta" curando allo stesso tempo tutte le
ferite del mondo?
Dahrendorf:
"E' un'aspirazione positiva e che condivido, ma credo che andrà delusa. E'
un programma troppo vasto. E' difficile per chi non ha portato pace nel suo
paese, in Nord Irlanda, proporsi di portare la pace in Africa. Per quanto mi
riguarda, mi basterebbe affrontare un problema alla volta. Non dico fare la
pace nel Medio Oriente, ma almeno ottenere un prolungato periodo di relativa
stabilità".
Giddens:
"Io invece credo in un nuovo internazionalismo, perché in qualsiasi modo
si guardi alla globalizzazione è evidente che questa realtà ci impone maggiore
interdipendenza. Perfino il fondamentalismo islamico ha un'agenda globale che
coinvolge il Medio Oriente, i paesi musulmani, il ruolo degli Usa nel mondo.
Non sono molto in favore di avventure militari isolate, e penso ancora che
l'Onu debba essere coinvolta quanto prima è possibile. Ma avere un imperativo
morale è indispensabile per affrontare i problemi del mondo, ed esistono le
strategie per farlo. Noi sappiamo che è possibile tirar fuori milioni di esseri
umani dalla povertà, sappiamo che si può fare solo attraverso lo sviluppo
economico, e sappiamo pure che i paesi ricchi possono dare una mano. Tutta questa
discussione in corso nella sinistra europea sulla Tobin Tax, facciamola
apertamente, vediamo se c'è una strada pratica e attuabile".
Dahrendorf:
"Ma la battaglia contro la povertà non è solo questione di denaro. Spesso
lo sviluppo distrugge ciò che Galbraith chiamava il vecchio ciclo della povertà
della vita di un villaggio, ma non crea un nuovo mondo fatto di lavoro.
L'uscita dalla povertà, anzi, può produrre una fase in cui le cose vanno anche
peggio per la gente".
Siamo di fronte a uno "scontro di civiltà"?
Giddens:
"No. Il conflitto in corso non lo è. Quando Huntington usò questo termine
forse non si rese conto di quanto spazio lasciasse a un suo cinico
sfruttamento. Tra i cosiddetti valori dell'Occidente dovremmo innanzitutto
mettere questo: vigilare contro il rischio che la profezia di Huntington si
autorealizzi. Per me, il fondamentalismo non è solo religioso. Non è quello in
cui credi, ma quello che pensi degli altri che non credono nelle stesse cose.
Noi che stiamo nella sinistra liberale combattiamo invece per un mondo
cosmopolita, che non vuol dire multiculturale, ma che riconosca standard etici
universali e garantisca pratiche democratiche all'interno delle quali culture e
gruppi differenti possano coesistere".
Dahrendorf:
"Qui sono d'accordo. Ci sono in giro credi o sistemi ideologici che
sembrano attrarre in particolare chi si sente svantaggiato e dà agli altri la
colpa della sua disperazione. Però io vorrei capovolgere i termini del
problema. Non è l'Islam che produce il terrorismo, ma è il bisogno di
terrorismo che si impadronisce di certe versioni dell'Islam. La risposta deve
essere quel tipo di liberalismo secolare e tollerante che Giddens ha
descritto".
Giddens: "Un liberalismo "tosto", "duro", che includa nel giusto contesto anche l'uso della forza".