RASSEGNA STAMPA

15 OTTOBRE 2001
editoriale
IL FILOSOFO PREMIATO AL TERMINE DELLA BUCHMESSE

Il filosofo Jürgen Habermas, l'ultimo erede vivente della Scuola di Francoforte ha ricevuto ieri a Frankoforte, alla presenza dei massimi rappresentanti dello Stato il prestigioso Friedenspreis, il premio che l'associazione dei librai tedeschi assegna ogni anno al termine della Buchmesse ad una delle maggiori personalità della cultura mondiale. Nel suo discorso di ringraziamento, che quest'anno è caduto in un momento particolarmente drammatico a causa degli attentati negli Stati Uniti ordinati da Bin Laden e della guerra in Afghanistan, il 72enne filosofo ha lanciato un vigoroso appello per un maggiore rispetto del punto di vista religioso e per un più approfondito dialogo con l'Islam. Secondo Habermas anche per una società completamente secolarizzata "è ragionevole mantenere le distanze dalla religione, senza però chiudere gli occhi davanti alle sue prospettive". Questa posizione appare sia nella discussione riguardante il terrorismo che pretende di basarsi sull'Islam, che nel dibattito sulla tecnologia genetica. "Ancora poco tempo fa si polemizzava sulla questione se e come dobbiamo sottoporci ad un'autostrumentalizzazione delle tecniche genetiche o se dobbiamo perseguire lo scopo di un'autoottimizzazione. Ma l'11 settembre è esplosa in maniera del tutto diversa la tensione tra società secolare e religione. Come se gli attentati avessero fatto vibrare nell'intimo della società secolare una corda religiosa, dappertutto si sono riempite le sinagoghe, le chiese e le moschee", ha affermato il filosofo. Secondo Habermas, nel corso del suo processo di secolarizzazione, ovvero della separazione tra Chiesa e Stato, l'Occidente ha confinato ai margini la religione. "Quando il peccato si è trasformato in colpa e la trasgressione dei comandamenti divini si è tramutata in un'offesa alle leggi umane, qualcosa è andato perduto", ha proseguito il filosofo, secondo il quale "è necessario conservare la sensibilità per la forza di articolazione dei linguaggi religiosi, se non si vuole che la società si privi di importanti risorse per la ricerca della conoscenza". Passando ad esaminare il grave momento storico che attraversa il mondo attuale, Habermas ha fatto rilevare che "chi vuole evitare una guerra delle culture, deve richiamare alla sua memoria l'incompiuta dialettica del proprio processo di secolarizzazione occidentale. La "guerra contro il terrorismo" non è una guerra e nel terrorismo si articola lo scontro muto e funesto di mondi, che, al di là della muta violenza dei terroristi e dei missili, deve sviluppare un linguaggio comune".

"Di fronte ad una globalizzazione - ha continuato il filosofo - che si impone sui mercati senza confini, molti di noi si augurano un ritorno della politica sotto altra forma, non in quella originale hobbesiana di uno stato di sicurezza globalizzato, vale a dire nelle dimensioni di polizia, servizi segreti e dei militari, quanto piuttosto di un potere creativo mondiale civilizzante. Nel momento attuale non ci rimane molto di più che una tenue speranza nell'astuzia della ragione e un po' di analisi interiore".

Habermas ha concluso il suo lungo e applauditissimo discorso ricordando a tutti che "il democratico e illuminato senso comune deve temere anche l'indifferenziazione mediatica e la ciarliera banalizzazione di ogni differenza. I sentimenti morali, che finora possiedono un'espressione sufficientemente differenziata solo nel linguaggio religioso, possono trovare una generale risonanza non appena viene trovata una formulazione salvatrice di qualcosa che è già quasi dimenticato e implicitamente perduto. Una secolarizzazione che non distrugge, si realizza anche grazie alla traduzione. Questo ciò che l'Occidente, in quanto potenza mondiale secolarizzatrice, può imparare dalla sua propria storia".
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