RASSEGNA STAMPA

4 OTTOBRE 2001
MAX BRUSCHI
L'arte della parola: perduti i valori, rispunta la retorica

Dai greci a oggi, un nuovo saggio su vizi e virtù della dialettica

C'è un nesso inscindibile che lega la civiltà occidentale, la libertà e il libero confronto di opinioni pubblicamente dibat­tute.  Non a caso, l'arte della discussione, al pari delle sue due consorelle, ha avuto i na­tali presso la polis ateniese, modello ideale ed eterno di de­mocrazia.  E' bello immaginar­si un'assemblea di ottimati, impegnati a discettare in pun­ta di logica sul bene della comunità.

Ma che cosa succede quan­do il fascino indiscutibile del­la parola non trova freni e con­trappesi nei valori di una so­cietà?  Quando i vecchi punti di riferimento sono stati smar­riti, e i nuovi stentano a sorge­re? Inevitabile, la retorica (per lo più bassa) prende il soprav­vento.  Diviene sempre meno importante quello che si dice, e assume valore assoluto il co­me lo si dice.

E così, a cavallo del IV seco­lo a. C., alla crisi del mondo greco scombussolato dal con­flitto tra Atene e Sparta, fece da degno pendant il trionfo dei sofisti.  Per il loro padre no­bile, Protagora, «su ogni cosa vi sono due punti di vista», tan­to che il filosofo non si faceva scrupolo di insegnare, a pron­ti contanti, la tecnica delle an­tilogie, ossia della contrappo­sizione di argomenti di forza eguale e contraria.  Non c'è, per Protagora, un torto o una ragione.  Solo tesi l'una contro l'altra armate, destinate a trionfare grazie all'abilità di chi le sostiene piuttosto che al­la loro forza.  Lo scettico relati­vista e il benpensante conser­vatore, per lui pari sono.  E se a vincere è proprio la peggiore ragione, pazienza.  A strepitare sarebbe stato solo Aristofa­ne, patetico lodatore del buon tempo antico, dell'Atene di Milziade e Temistocle, fustiga­tore impenitente di sofisti e fi­losofi, si chiamassero pure Socrate, cui probabilmente il commediografo avrebbe fatto ingurgitare una dose doppia di cicuta.

In epoca di riferimenti certi e di valori consolidati, allo sfrenato logos sono posti limi­ti severissimi.  Senza arrivare agli eccessi dei tribunali inqui­sitoriali, per i quali un accusa­to troppo linguacciuto si di­mostrava, per ciò stesso, pos­seduto dal demonio e colpevo­le di eretica pravità, una socie­tà ben ordinata ha sempre provveduto a chiudere il bec­co a troppo disinibiti giocolie­ri verbali.  Se non altro, metten­doli alla berlina, come accade nelle austere aule parlamenta­ri britanniche, che pure del ca­ravanserraglio ideologico han­no da secoli fatto a meno.

Viene il legittimo dubbio che oggi nulla sia cambiato.  Sarà forse un caso, ma all'al­ba del ventunesimo secolo, tra le macerie del crollo delle ideologie e il trionfo della so­cietà globalizzata, si moltipli­cano prontuari, manuali, cor­si di formazione espressa­mente dedicati ad addestrare alla persuasione orale.  La pa­rola, dopo decenni di domi­nio dell'immagine, sta rapidamente recuperando il terreno perduto, tanto che relazioni commerciali o amorose nascono, si sviluppano e muoio­no attraverso internet o i tele­foni cellulari, senza che maga­ri gli interlocutori si siano mai visti in faccia.

Se la comunicazione verbale domina ormai le relazioni per­sonali, figuriamoci che cosa ca­pita nell'arena politica, dove l'impor­tante non è tanto convincere l'inter­locutore, ma una platea di succulen­ti elettori.

Anche l'arretrata Italia si trova così, tramontata l'ideologia e sorto, sia pure stentatamente, il bipolarismo,  sul terreno di scontro che da secoli sperimentano i più pragmatici Paesi anglo-sassoni. E ci si trova maluccio. Addestramento scarso, a quanto pare, o scarsi maestri, dato; che tra il guru Greenberg e Protagora qualche differenza ci corre.

Nel dibattito fioccano i truc­chetti che i retori classici (da Aristotele, a Cicerone, a Quintiliano) bollavano come «falla­cie», argomenti di facile presa sul pubblico ma che, per la loro natura scarsamente logica, potevano essere facilmente smascherati dall'interlocuto­re. Gli insulti gratuiti all'avver­sario, ad esempio, volti a dele­gittimarne le idee. O estrapola­re una frase da un discorso, senza tenere conto del conte­sto,... e si potrebbe continuare a lungo, con esempi sulla boc­ca di tutti.  Cose da fare orripila­re i maestri medievali.  La san­ta bacchetta sarebbe saettata sulle dita del malcauto chieri­co che, in una disputa scolasti­ca, avesse osato usare di simili sgambetti.

Oggi il controllo sarebbe de­mandato ai mezzi di informa­zione.  Con risultati non proprio apprezzabili e anzi contrari, visto che è la boutade o il col­po basso a conquistare il titolone di prima pagina.  Il brillante volume di Adelino Cattani, Botta e risposta (Il Mulino, pagg. 244, lire 32mila), più che un prontuario dialettico, potreb­be essere utilmen­te letto anche co­me un manuale di autodífesa dell'elettore, visto che insegna, in oltre due­cento densissime ma godibilissime pagine, a distinguere il grano dal loglio, il brillan­te retore dal bilioso polemista.  Adelino Cattani, docente di po­etica e retorica e filosofia del linguaggio all'università di Pa­dova, pattina agevolmente tra mondo classico e contempora­neità, pescando i suoi esempi tanto dalle dispute secolari quanto dalla più stringente attualità, a dimostrare la validità universale ed eterna dell'arte della parola.  Arbitro ideale, con tanto di cartellino rosso, di un ipotetico scontro televisi­vo tra due candidati premier.
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