![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 OTTOBRE 2001 |
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Un saggio di
Loraux, «La voce addolorata», analizza il rapporto tra la «res publica» e le
passioni umane
Il dolore può essere inconsolabile, intollerabile,
infinito, ma è sempre in grado di «generare».
Dalle lacrime e dal lutto nasce il canto, la forza di lasciarsi attraversare
dalla sofferenza morale proclamandola.
Il lutto equivale a un'arma di lotta adottata da chi non sa o non può,
in quel momento agire e difendersi con mezzi diversi. Il pianto di madri, sorelle, spose nella storia, nella letteratura,
in teatro, conquista l'eternità tramite il coraggio del lutto che preserva la
memoria, segno esteriore, pallido riflesso del travaglio interiore. Dall'impotenza davanti alla perdita, alla
morte, trae vigore la voce addolorata delle donne dell'antica tragedia. Nicole Loraux ne parla nel suo ultimo
saggio sulle tragedia greca (La voce
addolorata, Einaudi editore, lire 34.000) ed è un argomento sul quale
l'autrice si è soffermata anche in scritti precedenti. «Una donna è fatta in
modo da consolarsi delle sue disgrazie avendole continuamente sulle labbra», fa
dire Euripide alla sua Andromaca che, come tutte le eroine tragiche, si nutre
del proprio dolore. Ma, l'intento
principale di Loraux è dimostrare, nei sette capitoli del suo saggio, che la
tragedia non è soltanto politica e che una lettura puramente politica, come
quella che Jean-Paul Sartre compie nel 1965 sulle Troiane di Euripide, è riduttiva.
Il filosofo francese apporta modifiche introducendo
didascalie da psicologo riferite ai personaggi e cancellando le parti liriche
del coro. Eliminando il lirismo, Sartre
respinge elementi essenziali del tragico violando l'universo teatrale
euripideo.
Certo,
i Greci vedevano il teatro come «cosa civica», luogo che riunisce una
collettività (il pubblico) fatta di cittadini e stranieri che partecipano alle
lunghe giornate delle rappresentazioni tragiche nello spazio e nel tempo della
polis. Ma quella greca, come ricorda Nicole Loraux, è una civiltà in cui i
luoghi non sono mai neutri ma assumono valori mitico-religiosi. La tragedia ha uno stretto rapporto con le
lamentazioni funebri e il lutto e, in questo senso, può essere definita
anti-politica, dato che ha una visione dell'umano tipica della poesia
lirica. Il richiamo alla mortalità
dell'uomo è solenne e unisce gli spettatori che non costituiscono un'assemblea
politica, ma riconoscono di appartenere alla «stirpe dei mortali» che rappresenta
una collettività più ampia di quella della città.
Il
pubblico è spinto ad andare oltre l'appartenenza alla comunità civica. E questo il senso più profondo della parola
cantata dal coro e dagli altri personaggi della tragedia allo spettatore
piuttosto che al cittadino. La catarsi
intesa da Loraux consiste nella purificazione di chi assiste all'azione tragica
ascoltando le voci addolorate che lo rendono cosciente della propria realtà di
uomo, nient'altro che «un'ombra leggera» sulla terra. Eppure nei versi tragici c'è un continuo
rifiuto della morte mascherato da vendetta, da volontà ferrea di non
dimenticare le violenze subite. Le
passioni, in particolare l'odio, sono espresse spesso nella tragedia con
l'avverbio aei, «sempre», che nella
lingua greca suona un po' come un lamento e che indica il durare dei
sentimenti, anche i più violenti, nel tempo.
Il «sempre tragico» però, prende le distanze dal «sempre civico»: il
primo è una sorta di costante momento mori, il secondo vorrebbe garantire alla
cittadinanza l'immortalità.
Senza trascurare lo scritto che Friedrich Nietzsche dedica alle origini della tragedia (da cui non si può prescindere), l'autrice porta il discorso su Apollo, il dio delle chiare visioni (si pensi a Cassandra da lui posseduta) e Dioniso, la divinità tragica assoluta, che si fronteggiano mescolandosi. Al suono del flauto o della lira, lì dove «non c'è più speranza rimane il canto»: parola di un tragico moderno come Victor Hugo.