![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 SETTEMBRE 2001 |
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Chiunque
frequentava, fino a pochi anni fa, il Club dei Professori dell'Università di
Cornell non poteva evitare di notare a pranzo un anziano signore che, indossando
vistose bretelle, leggeva concentratissimo il New York Times mentre mangiava, e
terminava invariabilmente il pasto con un'enorme fetta di torta alla frutta.
Questo
signore si chiama Hans Bethe, ed è stato uno dei grandi fisici del Novecento.
Durante la Seconda Guerra Mondiale ha diretto la Divisione Teorica del progetto
Manhattan per la bomba atomica, e nel 1967 ha vinto il premio Nobel per la
spiegazione dei processi di funzionamento del Sole e delle stelle.
Oggi Bethe
ha 95 anni, ma è lucido come sempre. Parlare con lui significa fare un viaggio
nella storia, e si finisce per essere attorniati dagli spiriti dei grandi
fisici che ha conosciuto e con i quali ha lavorato. In questa occasione
l'abbiamo intervistato per ricordare Enrico Fermi: praticamente un suo
coetaneo, di soli cinque anni più vecchio di lui.
Vorremmo parlare con lei di Fermi, in occasione del centenario
della sua nascita.
"Sono
molto contento che questo anniversario sia celebrato. Quanto a lui, un po' di
futilità l'avrebbe divertito".
Lei probabilmente lo incontrò già negli anni '30, quando venne a
Roma per il perfezionamento dopo la laurea.
"L'ho
incontrato nel 1931, e ho lavorato nel suo gruppo per due semestri, quell'anno
e il seguente. Fermi era facile da avvicinare, soprattutto per parlare di
fisica. Sembrava più un dottorando che un professore".
E come scienziato, com'era? Glielo chiedo, anche perché Wolfgang
Pauli lo definì un "ingegnere quantistico", e Robert Oppenheimer
"non un filosofo".
"Fermi
non era interessato alla filosofia: voleva ottenere risultati dalla meccanica
quantistica. Ad esempio, nel suo articolo del 1932 riformulò l'elettrodinamica
quantistica in maniera che chiunque potesse usarla. Nessuno ci riusciva, nella
formulazione originaria di Heisenberg e Pauli".
Fermi ha ottenuto il premio Nobel per la scoperta che fece, nel
1934, dell'efficacia dei neutroni lenti. Lei ha commentato, tra il serio e il
faceto, che avrebbe dovuto ringraziare il marmo di Carrara. In che senso?
"Per
caso, fece uno stesso esperimento di irradiazione su tavoli diversi, di legno e
di marmo. E ottenne risultati diversi, perché l'idrogeno del legno rallentò
alcuni neutroni. In America, dove il marmo non si trova facilmente, si sarebbe
lavorato solo su tavoli di legno. E nessuno avrebbe scoperto niente. Ma è solo
una battuta, perché in America ci sono tavoli di ferro o di alluminio, che si
comportano come quelli di marmo e non rallentano i neutroni. Un americano
avrebbe potuto osservare la differenza, ma la verità è che ci voleva un Fermi
per capirne la cause".
Prima di lasciare l'Italia nel 1938, Fermi cooperò col fascismo in
maniera imbarazzante: era membro del partito, indossava la feluca all'Accademia
Italiana, arrivò persino a chiamare due supposti elementi "esperio" e
"ausonio", per onorare le razze Italiane. Ha mai discusso il suo
coinvolgimento col regime, con lei o altri?
"Certo
sfruttava i vantaggi che gli derivavano dall'essere membro dell'esclusiva
Accademia Italiana. Ad esempio, il titolo di "Eccellenza". Ma
quand'era con gli amici, prendeva in giro il fascismo".
Fermi lavorò al reattore nucleare di Chicago fino al 1944. Quando
arrivò a Los Alamos, si unì alla Divisione Teoretica che lei dirigeva? Quali
furono i suoi contributi specifici al Progetto Manhattan?
"A Los
Alamos divenne direttore di una divisione separata, che aveva il compito di
produrre una massa critica di Uranio 235, e fare esperimenti con essa. Il suo
contributo maggiore alla bomba fu la dimostrazione, mentre era a Chicago, che
l'uranio naturale e la grafite possono produrre una reazione a catena. Proprio
ciò che i tedeschi non riuscirono mai a fare".
Entrambi amavate scalare montagne, e le vostre escursioni a Los
Alamos erano famose. Che ricordi ne ha?
"Effettivamente,
eravamo entrambi appassionati alpinisti. Ci piaceva camminare sui pendii
erbosi, o sui sentieri. Quando eravamo in pochi, ne approfittavamo per
discutere di fisica. Non ci vedevamo molto durante le giornate lavorative,
perché lavoravamo in posti diversi".
Fermi fu uno dei quattro scienziati che consigliarono il governo
statunitense sull'uso della bomba, e che decisero di ignorare il Rapporto
Franck, firmato da 68 scienziati atomici. Il rapporto chiedeva che si facesse
solo un uso dimostrativo della bomba. Fermi propose invece un uso reale,
multiplo e senza preavviso. Qual era la sua personale posizione di allora?
"Come
lui, pensavo che un attacco atomico su una città giapponese fosse necessario
per finire la guerra. D'altronde, anche dopo Hiroshima e Nagasaki alcuni
militari cercarono di impedire che l'Imperatore si arrendesse".
E quale fu la sua reazione alle bombe?
"Il 16
luglio 1945 fui contento che il nostro lavoro avesse avuto successo, e pensai
che avrebbe probabilmente contribuito a finire la guerra nel Pacifico. Qualche
giorno dopo il 6 agosto, quando vidi le fotografie aeree, rimasi scioccato
dalle dimensioni e dalla totalità della distruzione. Ebbi una forte reazione
emotiva, e decisi di far capire alla gente che una tale arma non avrebbe dovuto
essere usata mai più".
Dopo la guerra, Fermi si schierò consistentemente con i falchi
come Teller e Von Neumann, a favore della corsa agli armamenti e della bomba
all'idrogeno. Lei invece ha scelto una strada diversa, e divenne un fautore
della moratoria sui test e del disarmo. Ne ha mai parlato con Fermi?
"Guardi
che si sbaglia! Io ero d'accordo con Fermi, sulle armi nucleari. Entrambi
pensavamo che si dovesse raffinare la bomba atomica e considerarla come un
deterrente, non come un'arma: una politica che fu adottata sia dagli Stati Uniti,
che dall'Unione Sovietica. Quanto alla bomba all'idrogeno, Fermi prese una
netta posizione contro di essa nel Comitato Generale di Consulenza per la
Commissione dell'Energia Atomica. Il problema della moratoria dei test si
presentò invece soltanto nel 1955, dopo la sua morte".
A proposito di Teller, lei è stato un suo amico per tutta la vita.
Che ne pensa, del suo comportamento al processo contro Oppenheimer? E del suo
progetto dello Scudo Spaziale, recentemente ripreso da Bush?
"La
testimonianza di Teller mi sembrò maligna. Dello Scudo Spaziale, pensavo che
non avrebbe funzionato. E continuo a pensarlo anche della nuova versione
presentata dall'amministrazione Bush".
Lei ha ottenuto il premio Nobel, nel 1967, per la sua spiegazione
del ruolo che l'energia nucleare ha nella vita delle stelle. Che ruolo positivo
può avere, quella stessa energia, nella vita del nostro pianeta?
"Credo che i reattori nucleari per la produzione di elettricità siano molto utili, e si dovrebbero usare di più. Se non altro, perché producono energia elettrica senza surriscaldare l'atmosfera".