![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 SETTEMBRE 2001 |
|
Filosofo, chimico, teologo, figlio di madre spagnola e padre indiano, è un misto di varie culture e spiritualità. "Non sono antiglobalista ma antico, perché nell'antica sapienza c'è l'autentica comunione con la realtà"
Ha ottantatré anni, ma ne dimostra una cinquantina e dice di sentirsene seimila. Ha una figura agile ed elegante. Il corpo lungo e sottile avvolto in una tunica bianca di cotone nonostante la fredda giornata. Lo hanno visto passeggiare sotto la pioggia per le strade di Modena calzando sandali leggeri. Il suo volto è abbronzato e sorridente, di un sorriso non estatico però, ma aperto e immediatamente comunicativo.
Raimon Panikkar, "l'uomo mistico", "l'uomo contemplativo", sprigiona grande cordialità e irresistibile simpatia. Parla un italiano vivacizzato e accelerato dai ritmi dello spagnolo, la lingua di sua madre. Dal padre indiano ha imparato l'indù. Conosce alla perfezione anche francese, tedesco, inglese, sanscrito, tibetano, greco antico e latino. Radici, provenienza, storia e formazione ne hanno fatto una creatura "multiversale", aperta al confronto interculturale e interreligioso. Laureato in Filosofia e Chimica a Madrid, m Teologia a Roma, ha studiato in Germania e America Latina. Ha insegnato Storia delle religioni ad Harvard e Filosofia delle religioni all'Università di California.
Da sempre, insomma, Panikkar va zigzagando tra culture, relazioni e storie diverse. E' orientale e occidentale e meridionale, storico e teologo, razionale e mistico. E' cattolico, come la madre, e fu ordinato sacerdote nel 1946. Della paterna religione indù ha però studiato a fondo epica e testi sacri. In dieci anni "di ascetico lavoro", come dice, ha curato l'edizione dei Veda, la Bibbia induista in uscita da Rizzoli (l'opera, in due volumi, tradotta da Milena Pavani sarà presentata dal teologo il 24 ottobre a Milano). Ma della religiosità orientale Pannikar ha acquisito - attraverso quella che preferisce definire una meditazione piuttosto che uno studio analitico - soprattutto lo stile esistenziale, il senso della spiritualità. Sul pubblico accorso numerosissimo in Emilia per ascoltare dai filosofi le parole della felicità, ha esercitato un'attrazione magnetica. La folla raccolta domenica pomeriggio nel palazzo Ducale di Sassuolo ne è rimasta sedotta. Anche perché la sua relazione, tra le tante del riuscitissimo Festival della filosofia modenese, è stata forse quella che più di tutte è stata un evento corale.
Ai giornalisti che gli avevano richiesto di anticipare quel che avrebbe detto pubblicamente, il teologo aveva negato una risposta: "Non posso dirlo; semplicemente perché non lo so. Se uno non crea nello stesso tempo in cui parla, la sua parola è morta. Io non preparo quel che devo dire o che voglio dire: preparo me a parlare". Dal vivo allora, e con vive parole, ha descritto un percorso di letture attraverso le Upanishad e Sant'Agostino, i Veda e la Summa di Tommaso, l'Etica di Spinoza e i motti del Buddhismo zen. E ha tracciato quella "via della felicità tra Oriente e Occidente" che intitolava la sua comunicazione.
Ai due poli opposti, che Pannikar rifiuta tuttavia di contrapporre in modo rigido ("La terra è rotonda, dunque, non saprei indicare dov'è l'Oriente e dove l'Occidente"), ha dunque collocato due modi diversi di realizzare la gioia o di aspirarvi. "L'Oriente - ha detto - vede la felicità nella vacuità, in una coscienza che si fa chiara, pura, trasparente, vuota". L'Occidente è invece afflitto "da un'ansia di pienezza, dall'imperativo dei desideri che ci fanno schiavi, dalla smania del possesso. Ma tutto questo genera infelicità".
Al pubblico modenese, attentissimo e plaudente, Panikkar ha così mostrato come in Occidente la domanda di felicità sia stata da un certo punto in poi mal posta. Ha accennato come alla radice di questo errore vi sia un rapporto disturbato con la conoscenza e il tempo. Ha ricondotto all'ansia di certezza dei filosofi la perdita del valore salvifico del sapere. Ha tratteggiato ili modello lineare del tempo che ci induce a rinviare all'infinito il nostro essere e il nostro essere felici: "L'uomo occidentale ha perso la sua presa sul tempo. O è finito nella trappola del tempo: vorrebbe assicurarsi la felicità per il futuro e in eterno, e invece non è felice perché non è". Parole di saggezza. Tanto più credibili in quanto pronunciate da chi, pur collocandosi in una posizione liminare, dell'Occidente si sente parte e ne ha una tale conoscenza da non esitare a definirlo "una delle civiltà più profonde, più meravigliose, più pericolose che ci siano state" (in Ecosofia: la nuova saggezza per una spiritualità della terra, ed. Cittadella 1993).
Sarà la sua posizione al confine tra due culture ad aver reso Panikkar capace di frugare nelle viscere della nostra civiltà e della nostra epoca per mettere a fuoco le radici della sua crisi e del suo malessere spirituale. La sua attività intellettuale ha infatti prodotto una diagnosi del nostro tempo degna dei maggiori pensatori (e critici) della tarda modernità. Nei suoi libri (tra i più significativi Il Silenzio di Dio, Borla 1985, La torre di Babele, Edizioni cultura della pace 1990, La nuova innocenza, Nuova stampa 1993 e Il dialogo interreligioso, Cittadella, premio Nonino 2001) ha insistito sulla perdita del simbolico come causa della devastazione ecologica. Ha denunciato la dipendenza dal lavoro come solo principio di valore e realizzazione. Ha descritto il ruolo che tecnologia (trasformata da strumento in fine) ed economia (che ha reso tutto monetizzabile) hanno avuto nell'affermazione di un unico pensiero globale. A chi gli domanda se è antiglobalista risponde dì "non essere "anti" nulla. Antico, casomai, e sulla strada di un'antica sapienza, quella in cui il conoscere corrispondeva a una comunione con la realtà".
Da teologo, però, è soprattutto nella "crisi di Dio" che individua le ragioni del moderno disorientamento. E nella di crisi di tutti i teismi. "Che si tratti di monoteismo, panteismo, politeismo o ateismo: nessuno di essi è più credibile in quanto tutti sono divenuti strumento di oppressione nelle mani di chi detiene il potere". Da teologo è sempre nella religione che cerca una possibile soluzione. "In nome delle religioni si sono compiuti gli atti più eroici e coraggiosi dell'umanità, ma anche quelli più osceni e immorali, come gli ultimi di cui l'occidente è stato vittima. La religione può essere però anche la condizione di una vita migliore. Ma i diversi credo non possono più vivere in uno splendido isolamento. Soltanto in Europa ci sono venticinque milioni di musulmani: l'incontro (o lo scontro) non può dunque più essere evitato. Però oggi è indispensabile una mutua fecondazione di Oriente e Occidente. E un dialogo "intra-religioso", che mantenga cioè, nello scambio, l'identità delle religioni diverse".