![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 SETTEMBRE 2001 |
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Scoprì il regime solo quando fu colpito
Nelle celebrazioni del centenario di Enrico Fermi c'è un aspetto che forse è stato finora trascurato. Il 18 marzo del '29, giovanissimo professore, viene cooptato nella prima "infornata" della Reale Accademia d'Italia con tutti i privilegi e le prebende previste, entrando così nel gotha dell'intellettualità di regime, accanto a Marinetti, Pirandello, Volpe, Piacentini. Non a caso, qualche settimana più tardi, esattamente il 27 aprile, Fermi si iscrive al PNF; sono i giorni in cui Mussolini celebra il suo doppio trionfo dell'accordo con la Santa Sede e del Plebiscito.
Del resto Fermi ha bisogno dell'aiuto pubblico per il suo lavoro: il cosiddetto gruppo dei "ragazzi di via Panisperna" è già attivo all'indomani dell'ascesa in cattedra del suo fondatore, che dieci anni più tardi presenta un progetto che prevede la creazione dell'Istituto di Radioattività, richiesta che s'insabbia nelle more della burocrazia romana, mentre Guglielmo Marconi, presidente dell'Accademia, e Orso Mario Corbino, direttore dell'Istituto di Fisica muoiono: sono stati in quegli anni i suoi protettori, insieme a Giovanni Gentile, alla cui Enciclopedia Italiana egli collabora intensamente, e il cui figlio Giovannino, destinato a morte prematura, è del gruppo di Fermi. Nel '38 il Premio Nobel. Ma anche le leggi "per la tutela della razza": la moglie di Fermi, Laura Capon, è ebrea.
Nel novembre, ossia nel momento stesso dell'applicazione dei provvedimenti, egli presenta al Ministero dell'Educazione Nazionale una domanda per recarsi alla Columbia University di New York per un mese. Non tornerà più in patria. Nel giugno '39 l'Ambasciata d'Italia negli Stati Uniti segnala al Ministero degli Esteri che "il prof. Fermi, pur non facendo attiva campagna antifascista, debba ormai considerarsi passato al campo degli oppositori. Non frequenta alcun ambiente italiano e tutte le sue relazioni sono nel campo degli intellettuali più accaniti nemici del nostro Regime".
Infatti il "New York Times" del 15 di quello stesso mese dà la notizia che Fermi, insieme ad altri 78 intellettuali statunitensi, ha aderito alla "Conference on Science, Philosophy and Religion in their relation to the democratic way of life", firmando un manifesto che viene definito "una chiamata alle armi spirituali" davanti alla "minaccia dei sistemi totalitari".
Tutto bene dunque, quel che finisce bene, si potrebbe dire, prescindendo dal "Progetto Manhattan" che sarà una terribile interpretazione della relazione degli scienziati con la "democratic way of life". Ma non si può fare a meno di osservare che anche Fermi come tanti altri intellettuali italiani (Arnaldo Momigliano, per fare un solo nome) scopre la natura totalitaria e vessatoria del fascismo solo quando è colpito personalmente. E, d'altro canto, la stessa fisionomia scientifica di Fermi, accademico d'Italia e iscritto al PNF dimostra se ce ne fosse bisogno che la cultura dell'Italia fascista non fu solo ciarpame retorico.