![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 SETTEMBRE 2001 |
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Clifford Geertz – Guardare le altre civiltà "da lontano" è un lusso che non ci possiamo permettere: gli "alieni" sono tra noi e creano dilemmi che ci costringono a fare inediti esercizi di immaginazione morale
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Clifford Geertz, "Antropologia e filosofia", il Mulino, Bologna 2001, pagg. 230, L. 32.000. |
Nel 1971, Claude Lévi-Strauss, invitato a un convegno dell’Unesco, irritò l’uditorio con una tesi che ben pochi si sarebbero aspettati da un antropologo. L’etnocentrismo, disse, non è affatto una cattiva cosa, e non va confuso con il razzismo. Non c’è niente di male a porre il proprio modo di vivere e pensare al di sopra di un’altra cultura o civiltà che si discosta troppo dai valori e dalle usanze cui siamo abituati. Naturalmente, diceva Lévi-Strauss, questo non autorizza nessuno a opprimere o respingere quei valori e coloro che ne sono i portatori. Significa invece riconoscere che una certa impermeabilità tra le culture è inevitabile e addirittura auspicabile, perché è solo in questo modo, chiudendosi agli altri, che si possono preservare sistemi di valori come entità distinte capaci di rinnovarsi al proprio interno. Che l’umanità, animata da un encomiabile spirito di fratellanza universale, possa liberarsi del tutto dall’etnocentrismo è un’illusione, un ideale mal posto. Semmai dovremmo preoccuparci della graduale fine dell’etnocentrismo — e non solo, non tanto, di quello di noi occidentali — dovuta al fatto che le culture, anche le più lontane e "primitive", sono destinate a comunicare sempre di più tra loro, spingendosi troppo in là nel riconoscimento delle diversità rispetto ai tempi in cui, all’opposto, ognuna di esse considerava se stessa l’"unica vera", l’"unica umana", e guardava agli abitanti appena di là dal fiume come a "scimmie di terra" o "uova di pidocchio".
Questa difesa di uno Sguardo da lontano — tale è il titolo del libro che Lévi-Strauss pubblicò poco dopo — è irritante perché, al di là di come si giudichino quelle affermazioni, "tocca un nervo scoperto della contemporaneità", e pone forse la più profonda e attuale delle questioni di cui Clifford Geertz si occupa nel suo ultimo libro, Antropologia e filosofia, una riflessione sullo "stato dell’arte" e sullo statuto metodologico della sua disciplina. Attraversata da "mari post-moderni", assediata da analisi impressionistiche raggruppate sotto l’etichetta vaga dei Cultural studies, lontana dai semplici, "bei vecchi tempi di vedove bruciate e di cannibalismo", alle prese con una "diversità" che certo non scompare, anzi si moltiplica, ma che non assume più i connotati della completa alterità e che dunque non permette più comodi giudizi (o sospensioni di giudizio) dall’esterno, da lontano, l’antropologia ha bisogno di una ridefinizione dei propri assunti di fondo. E nel far questo la riflessione filosofica non può che giovarle, purché essa sia pertinente e calata nei modi concreti della ricerca sul campo, cui Geertz ha dedicato 40 anni di vita, lasciandoci memorabili resoconti dei suoi viaggi in Indonesia e Marocco. Il Wittgenstein dei "giochi linguistici" e delle "forme di vita" è stato l’ideale compagno di viaggio di Geertz, che qui tratta questioni come il rapporto mente-cervello-cultura, l’identità e la conoscenza, l’insufficienza della distinzione tra scienze della natura e scienze dell’uomo, e discute il pensiero di filosofi come Taylor, Rorty, James, Dewey, storici della scienza come Kuhn, psicologi come Bruner, neurobiologi come Damasio ed Edelman.
Ma il cuore delle riflessioni di Geertz riguarda lo sfondo morale della disciplina, che è anche quello della vita quotidiana nelle società democratiche. Gli antropologi, che sempre meno di occupano di ciò che è esotico, lontano, incontaminato, "primitivo", e sempre più si calano nella "diversità" che alberga nelle società in cui viviamo, "dovranno imparare a cimentarsi con le differenze più sottili", i loro scritti "dovranno diventare più acuti anche se meno spettacolari", ma — scrive Geertz — "ciò solleva una questione più ampia, morale estetica e cognitiva a un tempo, che è molto più inquietante, e che sta al centro di gran parte dell’attuale discussione sul modo in cui i valori devono essere giustificati". Questione che egli chiama del "futuro dell’etnocentrismo", e che contiene il sé quella più generale del relativismo dei valori e delle culture. Nel saggio "Anti-anti-relativismo" Geertz attacca gli autori che dal relativismo, implicito e inevitabile nella ricerca antropologica, traggono immediatamente conseguenze drammatiche ed estreme, interpretandolo come l’anticamera del soggettivismo, del nichilismo, del machiavellismo morale. Geertz critica queste forme di antirelativismo perché possono spingerci a tornare a un diffuso disinteresse nei confronti dello studio della diversità umana, proprio nel momento in cui essa assume nuove forme, più sottili e insinuanti, che ci ritroviamo sotto casa. Ma attaccare l’anti-relativismo non significa difendere il relativismo, soprattutto da un punto di vista morale. Per questo il futuro dell’etnocentrismo non può essere inquadrato nei termini di Lévi-Strauss, il quale ha anticipato una tendenza oggi assai diffusa tra filosofi, storici e scienziati sociali. Il fatto è che le società, le forme di vita (soprattutto le nostre), non sono affatto impermeabili alla comprensione e all’accoglienza dei valori e delle culture altrui, anche se la compresenza di individui e gruppi reciprocamente "alieni" crea dilemmi inediti, difficili da trattare razionalmente. Tali dilemmi non sorgono ai confini tra la nostra e le altrui culture, ma dentro le nostre società: le culture sono "altre" per noi, non da noi. Se pure è vero, come sosteneva Wittgenstein, che "i limiti del mio linguaggio delimitano i limiti del mio mondo, ciò non implica che la portata delle nostre menti, di quello che possiamo dire, pensare apprezzare e giudicare sia intrappolata nei confini della nostra società, del nostro paese, della nostra classe o del nostro tempo, ma che la portata delle nostre menti, ossia la gamma dei segni che possiamo riuscire in qualche modo a interpretare, è ciò che definisce lo spazio morale emozionale e intellettuale in cui viviamo". "Quanto più grande è tale spazio", sostiene Geertz, quanto più grande potrà diventare la nostra capacità di capire che cosa si prova a essere qualcuno che crede che la terra sia piatta, o a essere un vandalo, un cannibale, un fondamentalista islamico, un punk o un figlio dei fiori, senza per questo accettare o approvare quel modo di vita. E più acuta diventerà la nostra capacità di fronteggiare dilemmi come quello — raccontato da Geertz — dell’indiano alcolizzato che, malato di reni, ha ottenuto l’uso della macchina del rene artificiale ma non ha voluto smettere di bere perché l’essere alcolizzato per lui era un tratto essenziale e ineliminabile della propria identità, né ha voluto cedere per questo il diritto di usare la macchina a chi ne aveva certamente più bisogno. Di fronte a tali dilemmi, né l’universalismo né il relativismo offrono soluzioni soddisfacenti. Ciò di cui c’è bisogno è una più duttile e diffusa immaginazione cognitiva e morale: come quella che i migliori antropologi hanno potuto sviluppare iterpretando sul campo valori e culture.