![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 SETTEMBRE 2001 |
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Il teatro e la vita per affermare il mito collettivo
Uno studio di Ehrenberg sulle ragioni del pensiero greco
I Greci non furono un popolo tragico perché scrissero tragedie, ma scrissero tragedie perché furono un popolo tragico. La tragedia per essi non fu semplice rappresentazione o genere letterario, ma visione del mondo, consapevolezza delle irriducibili e laceranti tensioni del reale. E l'uomo, per essi, può realizzarsi come uomo solo in quanto è capace di saper trovare la misura in quell'immane scontro tra potenze contrastanti che è la vita stessa. Tutto ciò lo intuì con perspicacia ed esattezza Nietzsche: nel considerare, infatti, la tragedia come qualcosa di più che un genere ne portò ad evidenza le sue condizioni di possibilità, ne raccontò appunto la nascita. Ma presso i greci, la tragedia fu anche e altamente teatro e non tanto o non solo come rappresentazione, ma come momento della vita collettiva, come evento religioso e insieme sociale e politico. Le contraddizioni dell'esistenza, la cecità dell'uomo, il dolore e la colpa, non sono idee generali o semplicemente concetti, ma sono esperienze reali, vissute e patite dagli uomini in situazioni concrete, individuali certo, ma anche e soprattutto sociali e politiche.
Senza la polis l'elaborazione del genere tragico non vi sarebbe stata. La tragedia come genere, che tra l'altro ebbe una vita molto breve - più o meno settant'anni - sarebbe difficilmente concepibile al di fuori dell'Atene del V secolo dal momento che si lega strettamente alla storia politica della città.
Questo intreccio tra visione tragica del mondo, genere letterario e vicende politiche trova una sua felice delineazione nel libro di Victor Ehrenberg Sofocle e Pericle che la Morcelliana ha di recente riproposto con una lucida postfazione di Gian Enrico Manzoni che ne illustra il significato e in certo modo l'attualità.
Sofocle oltre che poeta tragico fu una personalità direttamente coinvolta nella vita della polis fino a ricoprire cariche di rilievo come quella di "strategos" e di "presidente" di una sorta di corte di controllo della pubblica amministrazione detta degli Ellenotami. Di Pericle, poi, si sa che fu il protagonista principale dell'Atene del V secolo, eletto ininterrottamente stratego per molti anni consecutivi e soprattutto da parte di tutto il popolo. Per molto tempo egli tenne la città nelle sue mani e ne ebbe la leadership: ne fu lo "stratega" e il "primo uomo". Parola - la prima - che Sofocle impiega nell'Antigone per definire il ruolo di Creonte e la seconda per quello di Edipo.
Molte, dunque, le contiguità tra i due, ma altrettanto nette le differenze. I temi che affrontano sono talvolta gli stessi se è vero che nell'Antigone, si fa esplicito riferimento alle leggi non scritte, "formula" che si ritrova poi in alcuni passaggi della redazione tucididea di discorsi di Pericle. Ma queste leggi da ambedue evocate significano cose diverse, hanno un diverso accento: per Pericle si identificano con la consuetudine, hanno la stabilità inveterata di una prassi, sono le regole condivise da una comunità e non suscettibili d'essere messe in questione pena lo sfaldamento della comunità stessa: leggi sante sono invece per Sofocle e ciò in un'accezione profondamente religiosa, ma nel senso greco e antico della pietà: quell'eusebeia che coincide con il rispettoso e necessario ritrarsi innanzi a ciò che inviolabile: in senso lato di fronte al divino. Questo nella profonda convinzione che non tutto è nelle mani dell'uomo e soprattutto che l'uomo non può fare tutto: innanzi a lui vi è qualcosa di invalicabile, degno solo di rispetto. Poco importa questo punto che si tratti della sepoltura o meno di un cadavere. Pietà dunque per il dolore dell'uomo, per la sua debolezza ed insieme capacità d'amore secondo le celebri parole di Antigone: io sono nata per amare. Si può allora dire che Sofocle è conservatore e Pericle razionalista o non piuttosto che il primo è consapevole delle fragilità dell'uomo e della sua tentazione alla dismisura e il secondo invece è teso a ricercare la misura nelle cose, in quel che di volta in volta è da fare? "Sapiente" dunque il primo, "pragmatico" il secondo.
Sofocle e Pericle si collocano in un transito: al culmine evolutivo della polis, ma anche all'inizio della sua crisi. In questo passaggio Ehrenberg scorge in Sofocle colui che difende la tradizione, in Pericle l'uomo nuovo: dell'iniziativa e del rinnovamento. L'intelligenza politica di Pericle non riuscì tuttavia ad impedire il generarsi di fenomeni sociali che in tempi abbastanza brevi avrebbero condotto la polis alla sua progressiva dissoluzione. E, allora, Sofocle conservatore e Pericle innovatore? Ehrenberg nel suo libro definisce i termini della questione, ma a mio parere quel che della tragedia resta, in ogni caso, impregiudicato è il messaggio: il tragico della "decisione" in cui la politica è spesso coinvolta e molte volte travolta; insieme l'impossibilità per qualsiasi politica di eliminare definitivamente il tragico dell'esistenza.