RASSEGNA STAMPA

21 SETTEMBRE 2001
MARCELLO PERA
La lezione ancora attuale di Enrico Fermi

Ci sono due modi in cui, a mio avviso, la persona entra nella ricerca scientifica. In primo luogo, la personalità dello scienziato (come singolo) è largamen­te responsabile della scelta dei problemi, dell'impostazione delle soluzioni, dello svolgimento della ricerca.  In secondo luogo la personalità degli scienziati (co­me comunità), i loro convinci­menti profondi, i credi cui aderiscono, le filosofie implicite o esplicitamente professate, condi­zionano l'impostazione della ricerca e, infine, la stessa accettazione delle teorie.  La scienza non è solo un gioco a due e la natura -, bensì un gioco a tre, con la persona che svolge un ruolo essenziale per costringere la natura a dire la sua (provvisoria) verità.  E se la persona entra nella scienza, allora at­traverso la dimensione della per­sona, nella scienza entrano anche la responsabilità e l'etica.

Questo è anche il caso di Enrico Fermi, sebbene egli avrebbe volentieri sottoscritto la tesi del­la neutralità della scienza. E' ironia della sorte che invece si sia trovato al centro di uno dei più delicati problemi etici che abbiano investito la ricerca scientifica, la legittimazione della costruzione e dell'uso della bomba atomica.

Ma è segno, oltre che della "personalità" della scienza, anche della gran­dezza di Enrico Fermi il fatto che egli affrontò questi terribili pro­blemi con animo sereno e responsabile.

Probabilmente Fermi si sarebbe sottrat­to volentieri alla polemica che investì la comunità scientifica a causa della bomba atomica.  Tuttavia il suo ruolo e il suo prestigio non gli consentirono di sottrarsi e, insieme a Compton, Lawrence e Op­penheimer, entrò a far parte del Comitato Scientifico che aveva il compito di esami­nare le 'conseguenze tecniche' dell'utiliz­zo della bomba e di sondare le opinioni di tutti coloro che avevano partecipato al progetto.  Come si comportò?

A Los Alamos, molti scienziati erano di origine europea e comprensibilmente, scomparso dalla scena il regime hitleria­no, erano titubanti di fronte al possibile impiego militare della nuova bomba.  Il Comitato ascoltò diligentemente le opinio­ni di tutti e, alla fine, decise di raccoman­dare il suo utilizzo.  Questa è in sintesi l'argomentazione addotta: «(Alcuni) sottolineano l'opportunità di salvare la vita di cittadini americani con il suo immediato uso militare e credono che tale uso miglio­rerà le prospettive internazionali (... ). Noi ci troviamo (vicini a questa) opinione, (sebbene) non possiamo proporre alcuna dimostrazione tecnica che ciò probabil­mente condurrà alla fine della guerra».

Questa affermazione di Fermi e dei suoi colleghi è modesta e anche timida.  Modesta, perché, secondo il miglior abi­to scientifico, rifugge da una presa di posizione dogmatica o ideologica.  Anche timida, però, perché con questa afferma­zione sugli esiti dell'uso della bomba atomica, Fermi e i suoi colleghi sembra­no mettere in secondo piano le proprie responsabilità personali. Come se il giudizio sulla impossibilità di una 'dimostra­zione tecnica' bastasse da solo a fornire

una licenza morale.

. Questo problema della responsabilità ha investito Fermi e, con lui, una genera­zione di scienziati.  Ieri toccò ai fisici, oggi prevalentemente ai biologi e genetisti. Ha scritto Bertrand Russell che uno dei drammi del nostro secolo è che il progresso scientifico-tecnico ha un passo più veloce di quello morale. La questione era già nota ad Aristotele che aveva parla­to di due virtù: la sophia (la sapienza, la conoscenza piena) e la sophrosune (la prudenza, il giudizio, la ragionevolezza).  Ebbene, in qual misura gli scienziati de­vono possedere l'una e l'altra?  Oppure vale una divisione dei compiti, la sophia agli scienziati, la sophrosune ai politici e ai tecnici?

Non rispondo deliberatamente a queste domande.  Avanzo invece due considera­zioni che da Fermi, e grazie anche alla sua esperienza, ci portano all'attualità.

La prima considerazione riguarda il sistema educativo.  Non sono sicuro che il nostro sia il più adeguato per mettere chi si occupa di scienza nelle migliori condizioni per affrontare problemi di responsa­bilità anche inferiori a quelle in cui s'im­batté Fermi.  Fermi fu un genio, ma di fronte ai suoi problemi fu un genio solo, con una saggezza, anzi una sophrosune, non diversa da quella dell'uomo della porta accanto. Può darsi, anche se non ne abbiamo testimonianza, che egli fosse la­cerato, turbato e scosso.  Può darsi che egli affrontasse drammi morali anteriori.  Forse fu un genio scientifico e un borghe­se civile.  Si direbbe che egli attraversò le terribili questioni della bomba come un "tecnico", più assorbito dai problemi di costruzione teorica e pratica, che dalle responsabilità morali.

Temo che, per molti scienziati, ancor oggi accada così, in gran parte a causa del nostro sistema di insegnamento spe­cializzato.  E questo ha un triplo inconve­niente: non educa gli scienziati alla responsabilità; non aiuta i profani all'ap­prezzamento del valore delle conquiste scientifiche; quando queste conquiste sia­no messe in questione (come oggi spesso accade, in una marea di antiscientismo montante o almeno di diffidenza e pau­ra), non fornisce agli scienziati strumenti sufficienti per difendere queste conquiste.  Vale ancora in tema di scuola ed educazione un'opinione di Einstein: «Re­spingo l'idea che la scuola debba insegna­re direttamente quelle conoscenze specializzate che si dovranno usare poi nella vita. Le esigenze della vita sono troppo molteplici perché appaia possibile un tale insegnamento specializzato nella scuola.  La scuola dovrebbe sempre avere come suo fine che i giovani ne escano con personalità armo­niose, non ridotti a specialisti.  Lo svilup­po dell'attitudine generale a pensare e giudicare indipendentemente dovrebbe sempre essere al primo posto».

La seconda considerazione nasce an­ch'essa dall'esperienza di Fermi e riguar­da il limite fino al quale è lecito spingersi quando siano in gioco, allora come oggi, valori fondamentali della nostra civiltà.

Perché Fermi contribuì a costruire la bomba atomica?  Lo dice lui stesso: per salvare la vita di cittadini, anzi di cittadi­ni americani.  In forme diverse, siamo oggi nella stessa drammatica situazione.  E allora io torno a sollevare alcune do­mande.  Abbiamo noi la consapevolezza che i nostri valori di fondo sono oggi attaccati?  Siamo noi chiari sul punto che senza i Galileo, Newton, Einstein, Fermi e i molti altri non avremmo avuto, non solo la globalizzazione delle conoscenze e dei beni, ma la rivoluzione scientifica, la rivoluzione tecnologica, la rivoluzione industriale, la rivoluzione liberale, la rivo­luzione democratica, in breve, non avrem­mo avuto l'età dei diritti?  E infine, è l'Occidente consapevole di queste sue conquiste, orgoglioso delle loro conse­guenze a beneficio di tutti, fermo nel difenderle, tollerante quanto basta nel dif­fonderle e discuterle e anche criticarle, ma tenace quanto occorre allorché siano poste a rischio?  Oppure l'occidente non è più critico bensì scettico, non è più fiero ma incerto, non è più sicuro ma timido?

Enrico Fermi, il genio inarrivabile del­la porta accanto, una risposta a queste domande la fornì e prese una decisione.  Difese i cittadini americani e, con essi, difese l'Occidente, la nostra cultura, i nostri valori.  Sta a noi, proprio perché ne celebriamo i cento anni dalla nascita, me­ditare sulla sua esperienza ed evitare di celebrare, contemporaneamente, la nostra resa.  Neppure il più timido, tranquillo, pacifico e soddisfatto inquilino della por­ta accanto domani ce lo perdonerebbe.
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Cultura-Impresa scientifica