![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 SETTEMBRE 2001 |
|
La rappresaglia degli Stati Uniti d'America all'attacco terroristico non può che essere militare. Ma poi andrà esplorata anche un'indispensabile serie di risposte: diplomatiche, politiche, sociali e culturali.
Non tutto il mondo islamico ha gioito per quanto è stato perpetrato a New York, ma tutto il mondo islamico, con pochissime eccezioni, condivide alcune significative caratteristiche che possono rendere quanto è avvenuto e potrebbe uno "scontro di civiltà", nella formulazione del politologo Samuel Huntington.
Nessuno Stato islamico è una democrazia, né garantisce alle donne pari diritti rispetto agli uomini. In nessuno di essi la politica si sottrae al dominio della religione. Si dice che íl Corano consente anche interpretazioni non fondamentalistiche del rapporto fra religione e politica, ma in pratica queste interpretazioni sono minoritarie. Il mondo islamico si situa all'opposto dell'Occidente per quel che riguarda democrazia, diritti, laicità: afferma queste sue differenze, ne è orgoglioso e se ne fa portatore aggressivo con la teoria della "guerra santa". E' vero che talvolta (o, se si preferisce fiagellarsi nell'autocritica, spesso) alcuni Stati occidentali violano i propri principi costitutivi: ma quelle violazioni saranno considerate tali, stigmatizzate e, in tempi brevi, punite dagli anticorpi della democrazia.
In questa situazione l'Occidente - uso questo termine per indicare tutti gli Stati e tutti i popoli che hanno la democrazia come forma di governo e ne rispettano i principi - deve finalmente lasciar da parte le malposte riserve di un malformulato e fuorviante multiculturalismo e sviluppare un'offensiva democratica. Questa offensiva deve partire dalla richiesta di rispettare i diritti umani, a cominciare da quelli delle donne, e alcuni fondamentali principi democratici.
E' paradossale che, mentre gli stessi oppositori dei regimi fondamentalisti e autoritari fanno appello alle concezioni democratiche dell'Occidente, gli occidentali si muovano troppo timidamente a loro sostegno, e spesso non si muovano affatto. Ma le democrazie non sono soltanto Paesi rispettosi dei diritti: sono anche Paesi benestanti. Esiste un rapporto tra sviluppo economico e possibilità di creare - e, ciò che più conta, di mantenere - un regime democratico: un rapporto molto stretto e, secondo alcuni studiosi, addirittura di causa ed effetto. Creare regole e procedure democratiche, rispettare e promuovere i diritti umani produce situazioni nelle quali rapidamente donne e uomini liberi riescono a innescare processi di sviluppo. Chi pensa che tutto dovrebbe passare attraverso le organizzazioni internazionali dovrebbe anche volere che gli aiuti di queste organizzazioni fossero incanalati di preferenza a favore degli Stati che tentano di diventare e vogliono rimanere democratici. Se lo scontro è, anche e forse soprattutto uno "scontro di civiltà", o comunque potrebbe diventarlo, allora la soluzione consiste non nell'attutire le differenze, ma nel gettare sul piatto della bilancia, senza falsi timori, tutte le acquisizioni della civiltà occidentale. I democratici debbono avere fiducia nella forza delle loro idee e delle pratiche democratiche. In un mondo globalizzato i democratici dell'Occidente debbono non soltanto vivere con coerenza i loro ideali e i loro valori, ma cercare di esportarli. Troveranno anche nel mondo islamico chi li condivide ed è disposto a lottare per essi.
Accettare lo "scontro di civiltà" non vuol dire cercar di sottomettere i Paesi islamici: significa però affermare che democrazia, diritti e laicità costruiscono un mondo migliore, se non per le oligarchie di vario tipo, certamente per la maggioranza dei popoli, non più costretti a combattere guerre tra loro, a immolarsi come kamikaze, a vivere la vita che talebani e imam impongono a maggioranze asservite. Fatta chiarezza su questi, punti, quando cesseranno le rappresaglie, saremo tutti meglio attrezzati a un dialogo senza infingimenti.