![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 SETTEMBRE 2001 |
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In anticipo sui tempi, diversi mesi fa Raimondo Cubeddu ha pubblicato Politica e certezza (Guida Editore, pp. 217, L. 23.000), un volume dove lo studioso sardo affronta, tra l’altro, lo spinoso problema del "destino della libertà individuale nell’era della globalizzazione". A dispetto del titolo, il libro non vuole offrire facili e rassicuranti certezze, non propaganda "le magnifiche sorti e progressive" della globalizzazione. Si propone invece di riflettere sul ruolo dello Stato e della politica nella "produzione della certezza", oggi che i principali fenomeni economici e sociali con i quali abbiamo a che fare travalicano i confini dei singoli stati.
Per "produzione della certezza" Cubeddu intende il mantenimento, attraverso l’azione di varie istituzioni sociali, di una cornice di "prevedibilità" nell’ambiente sociale, economico e politico in cui si svolge la nostra vita. Lo Stato nazionale, ovvero l’istituzione che ha dominato teoria e pratica politica negli ultimi secoli, appare oggi uno strumento obsoleto. Come tutti i grandi mutamenti storici, anche la globalizzazione comporta costi e benefici difficilmente districabili. La sfida che pone Cubeddu indica un campo di ricerca in gran parte inesplorato e riguarda il ripensamento dello Stato e della politica alla luce di siffatti cambiamenti. Emerge una certa riluttanza dei più noti studiosi italiani a prendere atto del "fallimento" dello Stato rispetto al compito di garantire efficacemente i diritti degli individui, minacciati oramai da fenomeni che superano i limiti delle sovranità nazionali. E le possibili alternative teoriche e pratiche al modello dello stato nazionale si mostrano cariche di incognite.
Se dopo il 1989 il pensiero politico sembra non conoscere più serie alternative al liberalismo (nel senso che il marxismo, suo rivale storico, ha perso ogni credibilità e capacità descrittiva e di guida della prassi politica) la sola tradizione che abbia finora affrontato il problema dei limiti teorici dello Stato è quella anarchica, mentre il liberalismo, che pure nei decenni scorsi denunciava gli effetti perversi dell’espansione delle competenze dello stato ed i rischi connessi alla tirannia delle mutevoli maggioranze elettorali, ha fallito nel suo tentativo di compromesso con la tradizione democratica. In sostanza Cubeddu, con l’intenzione di individuare la teoria politica che meglio si presta ad un’efficace difesa della libertà degli individui, si trova di fronte alla difficile scelta tra la tradizione liberale e quella libertaria (anarco-capitalistica).
All’interno dello stato nazionale le scelte dei cittadini, e quindi l’esplicazione della loro libertà, si svolgevano attraverso lo strumento della competizione elettorale democratica. Oggi, però, la crescente interdipendenza dei mercati e delle economie fa sì che ciascuno, a prescindere dalle proprie scelte elettorali, sia esposto alle conseguenze di decisioni di soggetti non appartenenti alla sua stessa comunità nazionale. In questo modo risulta impossibile, con lo strumento dello stato nazionale, governare i processi della globalizzazione ed usufruire dei vantaggi che possono comportare. Sebbene nessuno sia obbligato a partecipare alla competizione globale, chiamarsi fuori dal mercato comporta oggi l’assunzione di maggiori responsabilità da parte degli individui, che non possono più contare sui tradizionali ammortizzatori sociali, che hanno perso efficacia.
Per Cubeddu siamo di fronte al fallimento storico dello stato nazionale, ma anche al fallimento del compromesso tra liberalismo e democrazia. Il pensiero liberale non è riuscito a contrastare l’espanzione dello stato e la conseguente limitazione della libertà individuale. Fallimentare, del resto, risulta anche il tentativo di altre prospettive teoriche tese a fornire una giustificazione etica dello stato. Quali alternative rimangono? La risposta non è semplice. Solo la tradizione anarchica (non quella collettivistica, maggioritaria in Europa, ma quella americana, individualistica e libertaria, anarco-capitalistica) ha esplorato il campo delle alternative allo stato, della possibilità di una "politica senza lo Stato".
Cubeddu, del resto, che è un profondo conoscitore della tradizione liberale, studioso dei maggiori esponenti del Classical Liberalism, non ritiene che si debba automaticamente gettare la spugna ed abbandonare tale gloriosa tradizione. Egli piuttosto ritiene necessario cercare di formulare un liberalismo al passo coi tempi. La sfida consiste quindi nel tentare di individuare quale sia la via da percorrere per garantire ed allargare la sfera delle libertà degli individui in una situazione in cui lo stato non potrà più farsi garante dei diritti individuali, ma sembra destinato ad essere sostituito da altre istituzioni politiche ed economiche in competizione fra loro.
La posizione assunta da Cubeddu non deve stupire più di tanto. Tra le conseguenze inaspettate del venir meno del comunismo, ci sono stati in questi ultimi decenni non solo un rinnovamento della tradizione liberale, ma anche una riscoperta e riproposta di filoni del pensiero politico in passato, qui in Europa, snobbati e trascurati, come l’anarco-capitalismo. Ne è un esempio l’evoluzione del decano del liberalismo italiano, l’economista Sergio Ricossa, ieri "liberista" di ferro ed einaudiano, oggi spostatosi verso le posizioni libertarie degli anarco-capitalisti. Numerose testate e case editrici libertarie si sono affaciate sulla scena culturale degli ultimi decenni, e titoli ed autori prima introvabili o improponibili comunciano a conquistare crescente spazio negli scaffali delle librerie e nelle bibliografie più serie ed aggiornate. In questa direzione sembra andare anche la riflessione di Cubeddu.
Il libro in esame, si è detto, non offre soluzioni facili o consolatorie. Anzi, la conclusione apparirebbe quasi sconfortante, se non fosse che intende lanciare una sfida. Cubeddu infatti afferma che "se si vuole mantenere il diritto di scegliere il modello di vita più adeguato al mantenimento della libertà individuale (sia pure con tutti gli oneri precedentemente visti) si dovrà rinunciare allo stato così come lo si è finora inteso. Ma bisogna anche, e molto mestamente, riconoscere che non si sa ancora con che cosa sostituirlo: non solo in pratica, ma, forse, neanche in teoria".