RASSEGNA STAMPA

19 SETTEMBRE 2001
FRANCO CARLINI
L'uomo ora comanda l'evoluzione

L'evoluzione si è forse fermata? Certamente no e sono numerosi gli esempi di nuove specie che sono nate o scomparse per l'effetto della pressione dell'ambiente e della variabilità genetica che di continuo estrae a sorte, per così dire, nuove varianti dei geni. Ma c'è una novità, fa notare in un ampio saggio il professor Stephen Palumbi, biologo evolutivo di Harvard: il ruolo finora svolto quasi esclusivamente dall'ambiente oggi è soppiantato da un nuovo soggetto, e questo soggetto siamo noi, la specie umana. Scrive lo studioso sulla rivista Science (vol. 293, p. 1786) che "attualmente una grande frazione dell'acqua, delle terre arabili, dei banchi di pesci, della produzione, del bilancio dell'azoto e della CO2 sono dominati dagli effetti umani".

Sembra ovvio, ma non lo è: per molto tempo questa specie animale è andata avanti nella implicita convinzione che i mutamenti che esercitava sulla natura circostante fossero in ultima analisi circoscritti e limitati; i fisici parlerebbero di "perturbazioni" che certo sono reali, ma non rivoluzionano le leggi e gli andamenti. E' una storia antica, oltre a tutto: per esempio si va facendo sempre più solida, sulla base di nuovi indizi, la teoria secondo la quale la scomparsa dei grandi mammiferi dal continente americano non sia dipesa da variazioni climatiche o da altri fattori naturali, ma piuttosto dalla caccia intensa che i nuovi abitanti (penetrati in America dallo stretto di Bering e via via migranti verso il sud) diedero loro, mai più immaginando che con quei ritimi di crescita della popolazione e con il tasso di uccisioni praticate per procurarsi le proteine animali, alla fine di grandi animali non ne sarebbe rimasto nemmeno uno. Questo oggi ce lo spiegano accurati modelli matematici, ma era certo fuori della immaginazione di quei primi abitanti.

Palumbi si occupa di un altro aspetto e cioè di quali conseguenze evolutiva abbia l'azione umana attuale, nel senso di accelerare il cambiamento genetico di specie attorno a noi come gli organismi che producono le malattie, le pesti dell'agricoltura, le specie cacciate commercialmente e consumate per l'alimentazione. Il caso delle infezioni batteriche che si registrano proprio negli ospedali non è un paradosso perché i luoghi di cura sono anche i luoghi in cui, vista l'alta concentrazione e uso di antibiotici, la natura può sperimentare con successo la nascita di varianti resistenti e al limite quasi incurabili. E' storia nota, ma spesso dimenticata. Persino la febbre più comune di tutte, l'influenza, resta largamente un mistero evolutivo dato che ogni anno nuovi ceppi si sviluppano, costringendo la rete di monitoraggio ad affannose rincorse per produrre in tempo i necessari vaccini che si sa già che l'anno successivo non serviranno più a nulla. E la famosa Spagnola, che fece milioni di morti nel 1918, spargendosi in tutto il mondo e deprimendo la crescita demografica per 10 anni, non è ancora stata capita fino in fondo e finché non lo sarà, non sarà possibile fonteggiare adeguatamente una nuova analoga e imprevista esplosione di febbre mortale.

Il ricercatore prova a fare anche alcuni calcoli per quantificare il costo di tale accelerata evoluzione generata dall'uomo. Nei soli Stati uniti i costi economici dovuti ai pesticidi addizionali, alla perdita di raccolti e all'emergere di malattie resistenti agli antibiotici arriva a 50 miliardi di dollari all'anno, che senza dubbio saranno almeno il doppio se si contabilizzassero tutti gli altri effetti.

La domanda allora è che fare: molti rimedi, tutti parziali sono possibili per rallentare la corsa accelerata verso specie sempre più intrattabili, che si tratti di danno alle messi o alla salute umana. Un esempio per tutti, e il più banale: secondo Palumbi l'antibiotico più potente di tutti, la Vancomicina, dovrebbe essere ritirato dal commercio e utilizzato solo e davvero in casi estremi. In generale si tratta di studiare il tragitto delle evoluzioni possibili e di scegliere le contromisure che possono contrastarle. Le stesse biotecnologie possono persino risultare utili strumenti ma anche, viceversa, aggravare i problemi, come alcuni segnali di specie resistenti al famoso Bacillus turigiensis sembrano segnalare
inizio pagina
vedi anche
Cultura-Impresa scientifica