RASSEGNA STAMPA

16 SETTEMBRE 2001
RICCARDO CHIABERGE
Pioniere della guerra alla fame

Si può essere, al tempo stesso global e terzomondisti? A costo di fare inorridire qualche

anima bella, diremo che la risposta è si: almeno nel caso di Gordon Conway.  Il sessantenne professore in     glese, presidente della Fondazione Rockfeller, è uno

dei padri dell'eco logia scientifica, e uno dei massimi studiosi mondiali di agricoltura. Al timone di una co         razzata da 3,5 miliardi che spende ogni anno 200 milioni di dollari (430 miliardi di lire) da       Città del Messico a Nairobi, con l'obiettivo dichiarato di «sostenere le condizioni di vita dei poveri e degli esclusi», nessuno meglio di lui è in grado di rispondere agli interrogativi del movimento antiglobalizzazione.

La sua vocazio ne, Conway racconta di averla scoperta sui banchi delle elementari, a Kingston, una     cittadina nei dintorni di Londra.

«Nelle belle giornate, la mia maestra ci portava in aperta campagna. Ci dava un quadrato di fil di ferro, che ognuno di noi doveva lanciare: e ci faceva prende­re nota di tutto quello che trovavamo ­dentro il quadrato.  Tutte le spe­cie di, erbe, di piante, di insetti.  Quel microcosmo, così ricco e com­plesso, mi incantava.  Così, quando venne il momento di iscrivermi all'Università, scelsi Zoologia, (a quei tempi la facoltà di ecologia non esisteva ancora)».

            Appena laureato, nel 1959, Conway entra nel Servizio Coloniale di ricerca agricola. Nel 1961 lo spediscono nel Borneo Settentrionale, che allora era una colonia britannica.  A soli ventitré anni gli affidano il programma di lotta ai parassiti.  Nelle piantagioni di cacao, vicino alla fron­tiera indonesiana, il giovane studioso trova una situazione disastrosa: fo­glie rinsecchite, piante agonizzanti. E dappertutto una miriade di insetti, bruchi e coleotteri, che devastavano le colture.  Per combatterli, gli in­digeni avevano spruzzato ogni sorta di sostanza  chimica, a comin­ciare dal Ddt.  Un cocktail di veleni irrorato a  tonnellate, due o tre volte la settimana. Peggio il rimedio del male: i pesticidi sterminavano, insieme ai parassiti, anche i loro pre­datori. «Se smet­tete di spruzza­re, - suggerì Conway - la si­tuazione tornerà sotto controllo».  Sulle prime lo presero per paz­zo. Ma il suo ca­po si convinse.  E in sei mesi l'epi­demia fu debella­ta. I contadini im­pararono a usare dei pesticidi mol­to più selettivi, in quantità limi­tate.  E alle armi chimiche prova­rono ad affianca­re quelle biologiche: il Bacillus Thuringiensis, un batterio che uccideva i bruchi.  Era il primo esempio di «lotta integrata» ai parassiti in agricoltura.

In Borneo, il dottor Gordon rimase cinque anni.  Divide con un altro ricercatore una capanna in mezzo ai campi di cacao, ai margini della fore­sta pluviale.  Ogni sera, prima del tramonto, fa una passeggiata nella foresta. Si siede in una radura e al calare delle ombre, la scena intorno a lui si popola delle più incredibili forme viventi.  Scoiattoli e lemuri volanti, serpenti, scimmie, gibboni, qualche volta orang-utan. Un'esplosione di biodiversità, che lo riempie di meraviglia e di amore per il Crea­to. La foresta tropicale del Borneo è una delle più ricche del mondo in termini di flora e di fauna.  Oggi ne è rimasta ben poca, ma a quei tempi era praticamente intatta.

Nel '65 durante una licenza m In­ghilterra Gordon incontra una ragaz­za bionda di nome Susan, la sposa e la porta con nel suo Eden tropica­le. Lei insegna inglese ai piccoli indigeni.  Poi, nel '66, il gran balzo.  Conway viene invitato dall'Universi­tà di California, a Davis, per un dotto­rato in «ecologia sistemica».  Sotto la guida di Kenneth Watt impara ad applicare le categorie della matemati­ca allo studio dell'ambiente.  E' ormai un'autorità indiscussa nel suo campo, tanto da essere ammesso all'Imperial College, l'equivalente inglese del Mit.  Lì fonderà, nel 1976, il Center for Environmental Technolo­gy, un centro multidisciplinare per ricerche avanzate di ecologia.

Nel frattempo, è diventato consu­lente della Fondazione Ford per i programmi ambientali nei paesi in via di sviluppo.  Viaggia molto: Tai­landia, Filippine, Indonesia, Libano, Egitto, Sudan.  Sono gli anni della cosiddetta Rivoluzione Verde in molte zone dell'Asia e dell'Africa, ma l'impiego massiccio dei pe­sticidi, oltre a inquinare, crea più problemi di quanti ne risolva.  La strategia integrata propugnata da Conway stenta a fare breccia nel muro della pigrizia mentale e degli interessi costituiti.  Però gradual­mente, dalle Filippine alla Tailan­dia, i suoi allievi e i ricercatori finanziati dalla Ford Foundation co­minciano a gettare le basi della svol­ta. Nuovi metodi di lotta ai parassi­ti, nuove tecniche di irrigazione, che si basano su un'analisi del con­testo ambientale, su diagrammi e «mappe ecologiche» simili a quelle che Conway, bambino, faceva con la maestra nella campagna inglese.  E sul coinvolgimento attivo dei con­tadini.  In Etiopia, nell'86, Conway è uno degli esperti chiamati dal governo per risolvere l'emergenza ali­mentare del paese, appena uscito da una terribile carestia.  Nell'88, co­me rappresentante della Fondazio­ne Ford in India, distribuisce dieci milioni di dollari in aiuti in vari campi, dalla lotta all'Aids al con­trollo dell'acqua, alla forestazione.  Tutte queste esperienze sono con­densate nel suo libro più famoso, The Double Green Revolution (La doppia rivoluzione verde).  Dopo avere diretto per dieci anni l'Università del Sussex, nel 1998 Conway è stato chiamato alla presidenza della Rockefeller Foundation.  E il primo europeo a guidare una grande fonda­zione americana.  L'articolo che pubblichiamo è frutto di una lunga conversazione con lui, nel corso di una sua recente visita in Italia.
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Ecologia