![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 SETTEMBRE 2001 |
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Si
può essere, al tempo stesso global e
terzomondisti? A costo di fare inorridire qualche
anima bella, diremo che la risposta è si: almeno nel
caso di Gordon Conway. Il sessantenne
professore in glese, presidente della
Fondazione Rockfeller, è uno
dei padri
dell'eco logia scientifica, e uno dei massimi studiosi mondiali di
agricoltura. Al timone di una co razzata
da 3,5 miliardi che spende ogni anno 200 milioni di dollari (430 miliardi di
lire) da Città del Messico a
Nairobi, con l'obiettivo dichiarato di «sostenere le condizioni di vita dei
poveri e degli esclusi», nessuno meglio di lui è in grado di rispondere agli
interrogativi del movimento antiglobalizzazione.
La sua vocazio ne, Conway racconta di averla scoperta sui
banchi delle elementari, a Kingston, una cittadina
nei dintorni di Londra.
«Nelle belle
giornate, la mia maestra ci portava in aperta campagna. Ci dava un quadrato di
fil di ferro, che ognuno di noi doveva lanciare: e ci faceva prendere nota di
tutto quello che trovavamo dentro il quadrato. Tutte le specie di, erbe, di piante, di insetti. Quel microcosmo, così ricco e complesso, mi
incantava. Così, quando venne il
momento di iscrivermi all'Università, scelsi Zoologia, (a quei tempi la facoltà
di ecologia non esisteva ancora)».
Appena laureato, nel 1959, Conway
entra nel Servizio Coloniale di ricerca agricola. Nel 1961 lo spediscono nel
Borneo Settentrionale, che allora era una colonia britannica. A soli ventitré anni gli affidano il programma
di lotta ai parassiti. Nelle piantagioni
di cacao, vicino alla frontiera indonesiana, il giovane studioso trova una
situazione disastrosa: foglie rinsecchite, piante agonizzanti. E dappertutto
una miriade di insetti, bruchi e coleotteri, che devastavano le colture. Per combatterli, gli indigeni avevano
spruzzato ogni sorta di sostanza
chimica, a cominciare dal Ddt.
Un cocktail di veleni irrorato a
tonnellate, due o tre volte la settimana. Peggio il rimedio del male: i
pesticidi sterminavano, insieme ai parassiti, anche i loro predatori. «Se smettete
di spruzzare, - suggerì Conway - la situazione tornerà sotto controllo». Sulle prime lo presero per pazzo. Ma il suo
capo si convinse. E in sei mesi l'epidemia
fu debellata. I contadini impararono a usare dei pesticidi molto più
selettivi, in quantità limitate. E
alle armi chimiche provarono ad affiancare quelle biologiche: il Bacillus
Thuringiensis, un batterio che uccideva i bruchi. Era il primo esempio di «lotta integrata» ai parassiti in
agricoltura.
In
Borneo, il dottor Gordon rimase cinque anni.
Divide con un altro ricercatore una capanna in mezzo ai campi di cacao,
ai margini della foresta pluviale.
Ogni sera, prima del tramonto, fa una passeggiata nella foresta. Si
siede in una radura e al calare delle ombre, la scena intorno a lui si popola
delle più incredibili forme viventi.
Scoiattoli e lemuri volanti, serpenti, scimmie, gibboni, qualche volta
orang-utan. Un'esplosione di biodiversità, che lo riempie di meraviglia e di
amore per il Creato. La foresta tropicale del Borneo è una delle più ricche
del mondo in termini di flora e di fauna.
Oggi ne è rimasta ben poca, ma a quei tempi era praticamente intatta.
Nel
'65 durante una licenza m Inghilterra Gordon incontra una ragazza bionda di
nome Susan, la sposa e la porta con sé nel suo Eden tropicale. Lei insegna
inglese ai piccoli indigeni. Poi, nel
'66, il gran balzo. Conway viene
invitato dall'Università di California, a
Davis, per un dottorato in «ecologia sistemica». Sotto la guida di Kenneth Watt impara ad applicare le categorie
della matematica allo studio dell'ambiente.
E' ormai un'autorità indiscussa nel suo campo, tanto da essere ammesso
all'Imperial College, l'equivalente inglese del Mit. Lì fonderà, nel 1976, il Center for Environmental Technology, un
centro multidisciplinare per ricerche avanzate di ecologia.
Nel frattempo, è diventato consulente della Fondazione Ford per i programmi ambientali nei paesi in via di sviluppo. Viaggia molto: Tailandia, Filippine, Indonesia, Libano, Egitto, Sudan. Sono gli anni della cosiddetta Rivoluzione Verde in molte zone dell'Asia e dell'Africa, ma l'impiego massiccio dei pesticidi, oltre a inquinare, crea più problemi di quanti ne risolva. La strategia integrata propugnata da Conway stenta a fare breccia nel muro della pigrizia mentale e degli interessi costituiti. Però gradualmente, dalle Filippine alla Tailandia, i suoi allievi e i ricercatori finanziati dalla Ford Foundation cominciano a gettare le basi della svolta. Nuovi metodi di lotta ai parassiti, nuove tecniche di irrigazione, che si basano su un'analisi del contesto ambientale, su diagrammi e «mappe ecologiche» simili a quelle che Conway, bambino, faceva con la maestra nella campagna inglese. E sul coinvolgimento attivo dei contadini. In Etiopia, nell'86, Conway è uno degli esperti chiamati dal governo per risolvere l'emergenza alimentare del paese, appena uscito da una terribile carestia. Nell'88, come rappresentante della Fondazione Ford in India, distribuisce dieci milioni di dollari in aiuti in vari campi, dalla lotta all'Aids al controllo dell'acqua, alla forestazione. Tutte queste esperienze sono condensate nel suo libro più famoso, The Double Green Revolution (La doppia rivoluzione verde). Dopo avere diretto per dieci anni l'Università del Sussex, nel 1998 Conway è stato chiamato alla presidenza della Rockefeller Foundation. E il primo europeo a guidare una grande fondazione americana. L'articolo che pubblichiamo è frutto di una lunga conversazione con lui, nel corso di una sua recente visita in Italia.