RASSEGNA STAMPA

16 SETTEMBRE 2001
MAURIZIO FERRARIS
La sorella minore della logica

Leonardo Amoroso, "Ratio & aesthetica. La nascita dell'estetica e la filosofia moderna", Pisa, Ets, pagg. 160, L. 20.000.

Nell'800 e soprattutto nel '900 si è deciso in molti casi di vedere nell'arte un confuso miscuglio di "arbitrario" e "difficile da razionalizzare", e poi, con una reazione a catena, di trasferire la tendenza a dire cose strampalate anche nella filosofia dell'arte e nella filosofia in generale. Ritornare alle radici settecentesche dell'estetica, come è avvenuto negli ultimi anni, significa allora rimettere in discussione questa identificazione tra estetica e irrazionalità, che viceversa era pacifica anche in libri storiograficamente ben attrezzati, come quello di Alfred Baeumler del 1923, che si intitola Il problema della irrazionalità nell'estetica e nella logica del XVIII secolo sino alla Critica del giudizio. Tra i risultati più maturi di questa discussione c'è il lavoro di Leonardo Amoroso, professore dì estetica a Padova e - non casualmente - traduttore sia della Logica di Kant, sia della Critica del giudizio, e che si intitola, programmaticamente, Ratio & aesthetica. Il discorso di Amoroso, attraverso una lettura di Spinoza, Baumgarten, Vico, Kant segnala chiaramente il punto: fare estetica significa riconoscere il ruolo della "sorella minore della logica", cioè di quel sapere che si occupa di nozioni chiare, ma non distinte (cioè non facilmente concettualizzabili), che occupano la maggior parte della nostra esperienza, e che dunque esorbitano di gran lunga dalla sfera dell'arte e della sua filosofia. Rileggerli attraverso questo filo conduttore è molto più che dare un contributo storiografico in una disciplina particolare; è dare nuovi argomenti teorici alla filosofia contemporanea.

In effetti, ci sono moltissime zone della nostra esperienza che rimangono, spesso per sempre, non concettualizzate, pur risultando di principio concettualizzabili: se mi muovo, apro una scatola, e persino compongo un numero al telefono o inserisco un Cd nel lettore, non sto compiendo esperienze concettuali; la concettualizzazione avverrebbe se mi si domandasse che cosa sto facendo, e, allora, si tratterebbe anche di vedere se ho ragione o torto, ossia se la mia descrizione è scientificamente accurata. Anche la descrizione delle azioni che ho compiuto ieri diviene una serie di concetti emendabili solo qualora, poniamo, la polizia mi chieda conto delle mie azioni, per arrestarmi o per verificare un alibi; qui dire la verità diviene importante, laddove sarebbe difficile sostenere che il giorno prima ho fatto la verità. Ho compiuto svariate attività che non avvertivo né come vere né come false: ha senso chiedersi se ho preparato veramente il caffè quando esce dalla caffettiera? Ci si chiede casomai, qualora il caffè tardi a uscire, se si sia messa l'acqua. Così per molte altre domande: "Ho chiuso la porta?" "Ho preso le chiavi?" eccetera, che però, anche per il peggiore degli ossessivi, sono ben lontane dal costituire la totalità dell'esperienza.

Appare infine chiaro che ci sono contenuti che probabilmente non potranno mai venire concettualizzati: perché ci piace il muro giallo di Vermeer? Soprattutto, che cosa vuol dire? Non si hanno concetti, al massimo ipotesi, laddove sì possono benissimo possedere molte nozioni chiare, distinte e falsificatili, intorno alla vita e alle opere di Vermeer. Ha senso dire che queste nozioni difficili da concettualizzare sono irrazionali? C'è di che dubitarne, purché si presti un po' di attenzione alle parole che si usano. Ci sono infatti due sensi in cui si può parlare di "irrazionalità". Il primo è quello di fare o pensare cose che non stanno né in cielo né in terra, per esempio sostenendo che il modo migliore per vincere alla lotteria è non comprare neanche un biglietto. Il secondo è di riferirsi a esperienze che in cielo e in terra ci stanno eccome, tranne che sono talmente complicate da risultare difficilmente razionalizzabili, come per esempio i motivi per cui ci piace un quadro, un paesaggio, una persona. Esporre le ragioni della riuscita di un romanzo è sicuramente più difficile che misurare la lunghezza di una penna con un righello o la temperatura del nostro corpo con un termometro, però non è affatto arbitrario o irrazionale, visto che nessuno sosterrebbe che un ago in un pagliaio è irrazionale solo perché è difficile cercarlo.
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