![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 SETTEMBRE 2001 |
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NELL’IDEOLOGIA DELLA POLITICA COME TEATRO, IL CITTADINO E’ SOLO SPETTATORE, LA SUA LIBERTA’ SI RIDUCE AL CONSUMO: UN SAGGIO DI MARRONE FONDE SOCIOLOGIA E SEMIOTICA
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Gianfranco Marrone, "Corpi sociali" Einaudi, pp. 400, L. 38.000 |
CHI ha avuto modo di frequentare le scuole superiori e l'università in Italia tra il 1970 e il 1980, qualsiasi sia stato il tipo di studi intrapreso nel campo umanistico, non ha potuto fare a meno di leggere o studiare almeno un libro di semiotica. La scienza dei segni appariva in quel decennio la chiave di volta di ogni discorso o analisi. La semiotica non era però solo una scienza generale capace di decifrare il mondo, la cultura umana e i testi di ogni tipo e forma (dal quadro al libro, dalle trasmissioni radiofoniche ai giochi d'azzardo), ma anche lo strumento privilegiato per svolgere una critica approfondita delle ideologie, politiche, religiose o economiche.
Il campione di questa forma di sapere è stato in quegli anni Umberto Eco, l'unico intellettuale che dalle pagine di quotidiani e settimanali italiani era in grado di affrontare discorsi su Disneyland e la musica dodecafonica, la moda e gli indiani metropolitani. Il destino della semiotica, sintetizzato nel suo Trattato di semiotica generale (1975), si è identificato con il suo percorso intellettuale. Poi nel 1978 è avvenuto l'assassinio di Aldo Moro, e l'idea di una guerriglia semiotica contro il potere dei mass media, proposta da Eco, si è infranta, in modo virtuale, sotto i colpi delle pallottole di via Fani. Così è stato anche per il progetto neoilluminista e democratico della semiotica teorizzato nel Trattato. Non è un caso che proprio quell'anno il professore iniziava a scrivere Il nome della rosa .
Nei venti anni seguenti non sembrano esserci state nel campo semiotico grandi avanzamenti. Alcune importanti messe a punto, verifiche parziali, ampliamenti di orizzonte, ma non l'apertura di radicali prospettive di ricerca. La cultura è sempre figlia del proprio tempo. Di studiosi di semiotica validi ce ne sono molti. A partire da Paolo Fabbri, che con Eco è stato uno degli inventori della disciplina.
Gianfranco Marrone è uno degli studiosi della generazione di mezzo (è nato alla fine degli anni ‘50). E' curioso, multiforme, inquieto. Ha scritto un libro su stupidità e scrittura, ha studiato a fondo Roland Barthes, è autore di un libro sul telefono cellulare ( C'era una volta il telefonino , Meltemi), è stato tra gli animatori della rivista, Nuove Effemeridi , una delle realtà culturali più interessanti e vive della Sicilia. Ora pubblica un libro, Corpi sociali , che tenta una sintesi tra sociologia e semiotica, tra analisi dei processi comunicativi e la semiotica del testo. E' un libro ricco, complesso, il cui scopo è didattico (è un ottimo manuale di studio per le nuove facoltà di Scienze della comunicazione); tuttavia, si tratta anche di un'opera che permette di fare il punto su quello che è avvenuto nella società italiana (e più in generale in Europa) negli ultimi vent'anni, attraverso la semiotica.
Sei sono i campi a cui Marrone applica la "sociosemiotica": moda, televisione, informazione giornalistica, pubblicità, politica e spazi pubblici. L'idea di fondo è che i processi comunicativi ridisegnano di continuo gli scenari sociali e i loro attori, e pertanto gli strumenti di indagine e lettura devono essere rinnovati. Fondere sociologia e semiotica è la sua risposta.
Non mi addentro nelle questioni teoriche, che Marrone espone nella introduzione, ma provo a concentrarmi sulle questioni pratiche che solleva ogni capitolo, salvo l'ultimo, quello sullo spazio. Se il punto di crisi della teoria semiotica di Eco è stato il sequestro e l'omicidio di Moro, la prova del fuoco della sociosemiotica di Marrone è invece la vittoria del berlusconismo, nella società e nella politica. Non sono vicende simili, ma un dato in comune ce l'hanno. In entrambi gli avvenimenti, seppure in scenari radicalmente diversi, quello che è in gioco è la democrazia.
Marrone analizza moda, tv e pubblicità e arriva a conclusioni diverse, ma convergenti. Seguendo Barthes, la moda evidenzia come nelle società democratiche moderne si sia creato "una sorta di organismo di perequazione tra l'esigenza di singolarità e il diritto di ognuno di soddisfarla". La moda è come la pubblicità, cui è strettamente legata, l'utopia realizzata della società occidentale contemporanea. L'integrazione tra le due è così forte che oggi la pubblicità ha fagocitato le tecniche semiotiche di analisi del prodotto e dell'immagine; le usa per aiutare a "gestire il successo".
Il capitolo sulla tv è un testo illuminante sulle teorie di Eco, analista sofisticato e critico sottile del sistema televisivo: la tv ha via via utilizzato, cambiandone il segno, molte delle idee del semiologo e scrittore, fino ad arrivare alla cosiddetta "neo-televisione", la cui caratteristica è quella di abolire le differenze tra comunicazione estetica e comunicazioni di massa. Ma è soprattutto il capitolo intitolato "Dall'Opinione pubblica al Corpo politico" che spiega molto bene i limiti della democrazia attuale nella società contemporanea. Marrone usa per lo più esempi tratti dalla politica francese ma non è difficile estenderli a quella italiana.
E' la riduzione progressiva del cittadino, unità integrale, ad elettore, entità che esiste solo all'interno di una massa numerica e in presenza di elezioni. Ma c'è un passaggio ulteriore, che comporta l'ulteriore trasformazione del cittadino da elettore a spettatore. Marrone usa la metafora dello spettatore seduto in platea. L'opinione pubblica, a cui continuamente ci si appella, è oggi fabbricata dalle ricerche di mercato e sondaggi. I sistemi democratici, scrive Marrone, "finiscono per sfociare in un teatro politico, e il principio di rappresentanza si invera in un'ideologia dello spettacolo del Potere".
Sono temi su cui da tempo si discute, ma vederli oggetto di una disanima critica e metodologica stringente, come accade in questo libro, colpisce. Questo è il punto: la democrazia così come l'hanno pensata i padri fondatori della modernità, non basta più, o almeno deve essere radicalmente pensata. Quale spazio di libertà, e non solo di libertà di consumo, c'è per l'individuo? In quale modo il singolo può contare in un sistema che sfugge sempre più al suo controllo diretto? Che senso ha la democrazia, se il potere invasivo dei media si concentra nelle mani di uno solo? Bastano le regole sociali per definirla? Non è ora di pensare a un nuovo contratto sociale tra il singolo e la collettività?