RASSEGNA STAMPA

15 SETTEMBRE 2001
ENRICO SASSOON
E una guerra ideologica contro l'Occidente

Non è soltanto un atto dì terrorismo

Un attacco alla cultura delle società industriali

L'attacco frontale agli Stati Uniti da parte del fondamentalismo islamico sta provocando un ricompattamento del fronte dei Paesi e delle aree che siamo abituati a definire come le "democrazie occidentali avanzate". Fermo restando che è indispensabile individuare con estrema precisione oltre che gli autori materiali, anche i mandanti del crimine e la vasta rete dì complicità che li sorregge, è indubbio che l'offensiva non costituisca un semplice atto di terrorismo, per quanto di enorme portata e di efferata violenza. Siamo di fronte a un atto di guerra non dichiarata nelle forme tradizionali, ma da tempo annunciata in mille forme non usuali, spesso criptiche, ancora più spesso ambigue.

L'attentato segna un punto di svolta epocale e, decreta la nascita di un nuovo genere di conflitto, di cui nel XX secolo avevamo visto le avvisaglie, ma che nessuno sospettava potesse svilupparsi con tanta ferocia come nei fatti tragici dei giorni passati. Il conflitto non è più quello classico tra Stati; o, meglio, questa forma rimane, ma viene modificata e integrata dal conflitto ideologico e culturale, come aveva vaticinato Samuel Huntington nel suo famoso libro "Lo scontro delle civiltà" (Garzanti, 1997). L'attacco agli Usa proviene da una vasta galassia formata da Paesi, movimenti e gruppi ostili alla cultura e alla società industriali, quelle che appunto chiamiamo le democrazie occidentali e che costituiscono nella nostra cultura la forma più avanzata di democrazia mai esistita e oggi esistente. Questo senza nulla togliere al fatto che in esse permangano difetti e lacune, che nei processi di globalizzazione si creino sacche di ritardo e disunità e che nulla sia perfetto e tutto perfettibile.

Il mondo ha per molto tempo faticato a capire la portata dell'attacco del fondamentalisrno islamico, che è la matrice della galassia che sta portando il suo affondo contro l'Occidente. Gli Stati Uniti l'hanno compreso di più e più a fondo, ma l'hanno sottovalutato; l'Europa ha voluto ignorarlo per scelte dì comodo dettate dalla sete di petrolio e dall'avidità mercantile; la Russia l'aveva cavalcato quando era ancora Urss e ha preso a farvi i conti solo di recente, nei conflitti locali con le nuove repubbliche; la Cina ne è fondamentalmente estranea, ma già oggi ne viene sfiorata. Il resto del mondo ha in qualche modo simpatizzato con l'aspetto almeno apparentemente rivoluzionario e terzomondista del fondamentalismo islamico e in molte occasioni - come nella lotta contro il nemico israeliano ed ebraico - lo ha appoggiato (la conferenza di Durban ne è stato un chiaro esempio).

In questo contesto, il coinvolgimento della Nato è semplicemente dovuto, l'adesione della Russia prevedibile, il coinvolgimento della Cina speratile. Per Usa ed Europa si tratta di mettere a punto una strategia dì autodifesa che dovrà passare per una serie di incontri e di vertici multilaterali che inizieranno a dipanarsi dal prossimo vertice Nato, per proseguire nelle diverse sedi internazionali. E' sperabile che il vasto movimento antiglobal cessi di opporsi alle legittime rappresentanze di questi vertici e ne comprenda la natura democratica e l'utilità pratica. Ma anche se questa comprensione dovesse, come è probabile, mancare in toto o in parte, vi è oggi l'esigenza che la cooperazione e il coordinamento internazionale si intensifichino al massimo grado, per contrastare i pericoli dell'isolamento, della regionalizzazione e della disintegrazione. Questo vale non solo per la cooperazione politica e strategica, ma anche per quella economica, commerciale e finanziaria. Forse contingentemente sarà necessario rinviare il meeting del Fondo monetario internazionale previsto per fine mese a Washington; ma occorre dare una serie di segnali forti di cooperazione internazionale confermando e affermando i prossimi appuntamenti, come quelli della Nato, della Fao, della Wto in Qatar e tutti quelli che dovranno seguire.

Se questa la strada, vi è poco dubbio che le democrazie occidentali realizzino un fronte comune; vi è invece qualche incertezza sulle future scelte di molti Paesi del Terzo mondo, quelli che in passato appartenevano al gruppo dei "non allineati", fortemente simpatizzanti per i Paesi islamici, dì norma ostili al sionismo e allo Stato d'Israele, come si è chiaramente visto alla recente conferenza Onu di Durban.

Questi Paesi reclamano, giustamente, una maggiore presenza e considerazione nel vasto processo della globalizzazione, ma dovranno dimostrare di compiere le scelte coerenti respingendo le opzioni farneticanti dell'estremismo islamico e compiendo un passo chiaro verso la cooperazione internazionale e la pace.
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