![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 SETTEMBRE 2001 |
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Nel nostro paese, se prescindiamo dalla matematica che essendo stata da sempre ritenuta come il latino della scienza ho goduto di una considerazione tutta particolare, l’educazione scientifica è stata chiamata ad assolvere rispetto all’educazione umanistica un ruolo decisamente ancillare. Questo atteggiamento di disprezzo teorico o, nel migliore dei casi, di benevola sopportazione che si ha da parte di molti addetti ai lavori nei confronti delle discipline scientifiche deve essere ascritto, tra gli altri, all’opera pedagogica svolta da Giovanni Gentile. "Lo stesso argomento - egli scriveva nel suo Sommario di pedagogia generale - che desta in ogni animo sensibile l’oscura rappresentazione dell’ignoto fa desolata la scuola dove non entri altro che la scienza con il suo rigore e la sua esattezza che pare si aggravi sullo spirito come un incubo e lo costringa e lo abbatta nelle strette del suo efferato congegno". Ebbene sulla scorta di questa citazione è possibile intuire il clima culturale che si stabilì in Italia a partire dalla riforma Gentile. Questa ostilità nei confronti dell’educazione scientifica ha impedito, tra l’altro, anche la soluzione delle gravi deficienze obiettive che gli insegnanti delle materie scientifiche hanno dovuto e devono quotidianamente fronteggiare. Ci riferiamo, in primo luogo, a problemi quali la mancanza di spazio, la scarsezza delle apparecchiature, l’inadeguatezza dei fondi, ma anche e soprattutto all’indifferenza della scuola e dell’università nei confronti della formazione dei futuri insegnanti.
Infatti, se i maestri delle scuole elementari insegnano elementi di scienze naturali avendo avuto solo un contatto passeggero con la scienza, gli insegnanti delle scuole medie inferiori e superiori, svolgono la loro azione educativa senza aver mai avuto modo di approfondire, nel corso dei loro studi, le tematiche proprie di discipline quali la pedagogia e la psicologia.
Ma c’è di più. "La didattica scientifica - scriveva alcuni anni fa Lydia Tornatore - si lega ovviamente ai modi di intendere la scienza propri di una certa epoca e di un certo ambiente culturale; ma la didattica tende a banalizzare e a volte a fraintendere le indicazioni della cultura scientifica e, inoltre, tendendo la scuola a conservare, si verifica spesso in pratica un notevole contrasto tra le concezioni e i modi di vedere più aggiornati di un dato settore culturale e le impostazioni prevalenti nella scuola".
Di fatto, per superare la dicotomia creatasi tra la scienza come realmente è e l’educazione scientifica che viene fornita dalle nostre scuole occorre, in primo luogo, che gli insegnanti tengano conto concretamente del modo di operare degli scienziati, occorre cioè che imparino a considerare l’insegnamento della logica della ricerca scientifica come un elemento fondamentale della loro opera educativa.
L’insegnamento scientifico, ha scritto Mauro Laeng, è stato "per lungo tempo condotto prevalentemente con metodo descrittivo nelle scienze naturali o empiriche e con metodo astrattamente didascalico e ripetitivo nelle scienze formali. Laddove la scienza è vissuta essenzialmente di ricerca, il suo insegnamento è apparso di contro il più autoritario e dogmatico. "I fatti non si discutono". "La matematica non è un’opinione". Nulla sembrava più ovvio; le illusioni scientiste alimentate un secolo fa dal positivismo contrapponevano con orgoglio le certezze dello scienziato ai vaneggiamenti del filosofo".
A ben guardare l’epistemologia contemporanea solleva una problematica pedagogico-didattica di estremo rilievo per quanti sono interessati ad un rinnovamento dell’educazione scientifica. In primo luogo, si può rilevare che essa fornisce armi teoriche a quanti si battono per un insegnamento volto a privilegiare l’apprendimento del metodo scientifico. Dal momento che la massa degli studenti non diventeranno mai degli specialisti della scienza, l’epistemologo, ponendosi sulla scia di Dewey, sostiene che "è molto più importante che facciano conoscenza con ciò che significa il metodo scientifico, piuttosto che copiare a distanza e di seconda mano i risultati che hanno raggiunto gli scienziati".
Per l’epistemologia contemporanea, l’insegnante deve mettere in evidenza gli aspetti investigativi della scienza, deve stimolare la creatività e lo spirito critico dei suoi allievi, deve dare spazio alla discussione critica, deve far capire che il ruolo dello scienziato è quello di un interprete. Inoltre, deve presentare la scienza come un fatto storico facendo cogliere i rapporti che intercorrono tra le produzioni scientifiche e le ideologie o i miti oppure le metafisiche.
In breve, egli deve essere in grado di saper cogliere la dimensione problematica, critica e storica della disciplina da lui insegnata, solo in tal modo, infatti, egli riuscirà a far acquisire ai suoi allievi quella mentalità critica, quell’atteggiamento razionale nei confronti di ciò che accade intorno a loro. A queste stesse conclusioni, qualche decennio fa, era giunto il filosofo Antonio Banfi. "La scienza - egli scriveva - è insegnata - e senza colpa degli insegnanti - proprio nel senso più contrario alla cultura scientifica: la matematica come un’arte calcolatoria; le scienze naturali come un sapere sperimentale di cui non si vedono esperimenti, ma solo formule matematiche di cui resta ignoto il metodo e il senso di applicabilità dell’esperienza".